|
|
January 18

Una lettera di Fanny a Ranieri
Conosciuta la notizia della morte di Leopardi così scrive a Ranieri, dopo un periodo di un paio d’anni di silenzio, il 24 giugno 1837:
La disgrazia della morte del povero nostro Leopardi mi ha annientata; sì pel bene che gli volevo, sì pella perdita fatta; sì pell’interesse che io prendo, a tutto ciò che vi riguarda. Io partecipo grandemente al vostro dolore, io sento il vuoto che proverete nelle vostre abitudini, e quel male che cagiona la perdita d’un’amico che si amava, e stimava, male che le parole non valgono ad esprimere, male che il tempo non basta a dissipare. Quantunque io sappia e creda fermamente che io non sono nulla per voi, pure pagherei non so cosa per potervi vedere almeno un’ora in questa circostanza! mi pare che io sarei più contenta, perché potrei non fosse altro accertarmi del genere di dolore che patite, e non figurarmi sempre il peggio come io faccio. Voi sarete forse in collera meco perché non vi ho scritto, ma la vostra ultima lettera era tale, da diacciare un cuore più freddo del mio, da reprimere ogni espansione amichevole, da farmi sentire che per certi sentimenti noi siamo agli antipodi, che voi non avete mai letto nella mia anima, e che non vi leggerete mai più... Nella dolorosa circostanza però in cui vi trovate spero che non vorrete disdegnare affatto l’espressione del mio cordoglio e che non saprete pagar d’ironia l’ironia che viene a partecipare il vostro dolore...

January 16
Caro Giacomo, il tuo Canto del pastore, che io amo moltissimo, come sai, in questi giorni può dirci ancora qualche cosa.
Esso si è sempre configurato ai miei occhi come il canto della "pietas" per la vita in tutte le sue manifestazioni.
La vita, "fenomeno marginale della materia" come ebbe a definirla un tuo illustre critico; la vita umana, poi, caratterizzata dalla capacità di rendersi conto della inevitabilità del dolore, della sua inutilità ed inspiegabilità e dalla terribile noia, nell' ambito di quel fenomeno marginale, appare essere particolarmente sfortunata e degna di commiserazione.
Una visione ben diversa da quella della religione,in cui Dio si compiace di aver creato l' uomo a sua immagine, di averlo posto al centro del mondo, proprio come una volta si pensava fosse la terra al centro del sistema solare.
Eppure, io mi chiedo, tornando ancora una volta a leggere i tuoi versi , perchè proprio sulla tua "pietas" per la vita umana, che non ha un oltre che possa travalicare la siepe dei nostri giorni sulla terra e che non ha riscatto al suo dolore, non possa e non debba più che su ogni altra concezione, fondarsi il massimo rispetto, la massima tutela per la vita stessa.
Vedi, qualche giorno fa', il rettore di un' importante università ha chiamato il Papa a presenziare al' apertura dell' anno accademico. Questo ha provocato molte sciocche polemiche e nessuno ha posto attenzione alla motivazione che il rettore, che si professa ateo, ha dato dell'invito , cosa ben più scandalosa dell' invito al Papa a parlare nell' ateneo..
Egli ha detto che l' università e la ricerca scientifica hanno bisogno di valori , come se di essi, soltanto la religione potesse farsi portatrice e difensore.
Invece è proprio su di una visione del mondo senza Dio, in cui spietatamente emerge senza veli quella fragile, insignificante parte dell' esistente che ha nome "vita" , che questa potrebbe e dovrebbe ricevere il vero riconoscimento e come supremo valore:
perchè il dolore che l' accompagna non avrà consolazione, perchè il suo essere finito in questo mondo la qualificherà in modo definitivo ed indelebile nel segno più o meno grande della sofferenza.......
Carmelina 
January 13
Citazione http://l-infinito.spaces.live.com
Canto notturno di un pastore errante dell'Asia
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, Contemplando i deserti; indi ti posi. Ancor non sei tu paga Di riandare i sempiterni calli? Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga Di mirar queste valli? Somiglia alla tua vita La vita del pastore.
 Sorge in sul primo albore Move la greggia oltre pel campo, e vede Greggi, fontane ed erbe; Poi stanco si riposa in su la sera: Altro mai non ispera. Dimmi, o luna: a che vale Al pastor la sua vita, La vostra vita a voi? dimmi: ove tende Questo vagar mio breve, Il tuo corso immortale?
 Vecchierel bianco, infermo, Mezzo vestito e scalzo, Con gravissimo fascio in su le spalle, Per montagna e per valle, Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, Al vento, alla tempesta, e quando avvampa L'ora, e quando poi gela, Corre via, corre, anela, Varca torrenti e stagni, Cade, risorge, e più e più s'affretta, Senza posa o ristoro, Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva Colà dove la via E dove il tanto affaticar fu volto: Abisso orrido, immenso, Ov'ei precipitando, il tutto obblia. Vergine luna, tale E' la vita mortale.
 Nasce l'uomo a fatica, Ed è rischio di morte il nascimento. Prova pena e tormento Per prima cosa; e in sul principio stesso La madre e il genitore Il prende a consolar dell'esser nato. Poi che crescendo viene, L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre Con atti e con parole Studiasi fargli core, E consolarlo dell'umano stato: Altro ufficio più grato Non si fa da parenti alla lor prole. Ma perchè dare al sole, Perchè reggere in vita Chi poi di quella consolar convenga? Se la vita è sventura, Perchè da noi si dura? Intatta luna, tale E' lo stato mortale. Ma tu mortal non sei, E forse del mio dir poco ti cale.
 Pur tu, solinga, eterna peregrina, Che sì pensosa sei, tu forse intendi, Questo viver terreno, Il patir nostro, il sospirar, che sia; Che sia questo morir, questo supremo Scolorar del sembiante, E perir dalla terra, e venir meno Ad ogni usata, amante compagnia. E tu certo comprendi Il perchè delle cose, e vedi il frutto Del mattin, della sera, Del tacito, infinito andar del tempo. Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore Rida la primavera, A chi giovi l'ardore, e che procacci Il verno co' suoi ghiacci. Mille cose sai tu, mille discopri, Che son celate al semplice pastore. Spesso quand'io ti miro Star così muta in sul deserto piano, Che, in suo giro lontano, al ciel confina; Ovver con la mia greggia Seguirmi viaggiando a mano a mano; E quando miro in cielo arder le stelle; Dico fra me pensando: A che tante facelle? Che fa l'aria infinita, e quel profondo Infinito Seren? che vuol dir questa Solitudine immensa? ed io che sono? Così meco ragiono: e della stanza Smisurata e superba, E dell'innumerabile famiglia; Poi di tanto adoprar, di tanti moti D'ogni celeste, ogni terrena cosa, Girando senza posa, Per tornar sempre là donde son mosse; Uso alcuno, alcun frutto Indovinar non so. Ma tu per certo, Giovinetta immortal, conosci il tutto. Questo io conosco e sento, Che degli eterni giri, Che dell'esser mio frale, Qualche bene o contento Avrà fors'altri; a me la vita è male.
 O greggia mia che posi, oh te beata, Che la miseria tua, credo, non sai! Quanta invidia ti porto! Non sol perchè d'affanno Quasi libera vai; Ch'ogni stento, ogni danno, Ogni estremo timor subito scordi; Ma più perchè giammai tedio non provi. Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe, Tu se' queta e contenta; E gran parte dell'anno Senza noia consumi in quello stato. Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra, E un fastidio m'ingombra La mente, ed uno spron quasi mi punge Sì che, sedendo, più che mai son lunge Da trovar pace o loco. E pur nulla non bramo, E non ho fino a qui cagion di pianto. Quel che tu goda o quanto, Non so già dir; ma fortunata sei. Ed io godo ancor poco, O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno. Se tu parlar sapessi, io chiederei: Dimmi: perchè giacendo A bell'agio, ozioso, S'appaga ogni animale; Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
 Forse s'avess'io l'ale Da volar su le nubi, E noverar le stelle ad una ad una, O come il tuono errar di giogo in giogo, Più felice sarei, dolce mia greggia, Più felice sarei, candida luna. O forse erra dal vero, Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero: Forse in qual forma, in quale Stato che sia, dentro covile o cuna, E' funesto a chi nasce il dì natale.
(G. Leopardi)
January 01 BUON ANNO
AUGURI DI SERENITA' E DI GIOIA
|