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11月28日
LA NATURA E LA FELICITA' POSSIBILE
di Girolamo De Michele
 [Cominciamo, con questo intervento, la pubblicazione di una piccola serie di testi critici su Leopardi, a trent'anni di distanza dalla celebre polemica di Sebastiano Timpanaro contro gli Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana (gdm)]
Giacomo Leopardi, critico implacabile degli ottimismi del suo e del nostro tempo, si erge a fronte di ogni facile teoria della felicità. Questo lungo fine secolo, dopo aver giubilato per un decennio, con beata idiozia, la lieta novella e le magnifiche sorti e progressive della caduta del muro di Berlino e della «fine delle ideologie», è oggi costretto a riaprire gli occhi per riconoscere che il secolo non è stato breve, e che il crollo delle ideologie è anch’esso un’ideologia; che miseria e infelicità, rapidamente dislocate in nuove periferie (delle metropoli, delle nazioni, dell’Occidente) assediano ancora le fortezze del benessere e dell’ingiustizia; che moltitudini di nuovi miserabili, evidentemente inconsapevoli della fine della storia e ancor più ignare del decretato passato delle illusioni, vengono alla ricerca delle favolose casette di marzapane mostrate loro dalle immagini televisive captate da antenne satellitari costruite con ruote di biciclette e metalli riutilizzati: e davvero col Poeta ripetiamo qui mira e qui ti specchia, secol superbo e sciocco.
A me sembra che in Leopardi si possa rinvenire una sorta di teoria minore della felicità, una «felicità possibile» collegata al tema dell’umana operosità. Per poterla enunciare è necessaria una grande attenzione non solo per rispetto della pagina leopardiana, ma anche perché il tema della felicità subisce un sensibile spostamento semantico tra un primo gruppo di riflessioni, che ruotano attorno al 1820-1821, e un secondo gruppo, più tardo, riconducibile al momento del più dichiarato nichilismo leopardiano. Si tratterà dunque di prestare un’estrema attenzione al doppio significato di felicità che troviamo nel primo periodo, e al permanere di uno di questi due significati in chiave negativa nel più tardo periodo del nichilismo leopardiano. Partiamo dall’enunciazione della posizione generale di Leopardi, quale la si desume da alcune pagine dello Zibaldone [d'ora in poi Z, seguito dal numero di pagina e dall'anno]: «Bisogna distinguere tra il fine della natura generale e quella della umana, il fine dell’esistenza universale e quello della esistenza umana, o per meglio dire, il fine naturale dell’uomo e quello della sua esistenza. Il fine naturale dell’uomo e di ogni vivente, in ogni momento della sua esistenza sentita, non è né può essere altro che la felicità, e quindi il piacere suo proprio; e questo è anche il fine unico del vivente, in quanto a tutta la somma della sua vita, azione, pensiero. Ma il fine della sua esistenza, o vogliamo dire il fine della natura nel dargliela e nel modificargliela, come anche nel modificare l’esistenza degli altri enti, e insomma il fine dell’esistenza generale, e di quell’ordine e modo di essere che hanno le cose e per se, e nel loro rapporto alle altre, non è certamente in niun modo la felicità né il piacere dei viventi, […] perché questa felicità è impossibile […]. Dunque la natura, la esistenza non ha in niun modo per fine il piacere né la felicità degli animali; piuttosto al contrario» [Z 4127-4129, 1825]. L’Autore cita qui a sostegno le Operette, e segnatamente il Dialogo della natura e di un islandese. E più oltre: «Felicità non è altro che contentezza del proprio essere e del proprio modo di essere, soddisfazione, amore perfetto del proprio stato, qualunque del resto esso stato si sia, e fosse pur anco il più spregevole. Ora da questa sola definizione si può comprendere che la felicità è di sua natura impossibile in un ente che ami se stesso sopra ogni cosa, quali sono per natura tutti i viventi, soli capaci d’altronde di felicità. […] Quindi non sarete mai contento, mai in uno stato di soddisfazione, di perfetto amore del vostro modo di essere, di perfetta compiacenza di esso. Quindi non sarete mai e non potete esser felice, né in questo mondo né in un altro» [Z 4191-4192, 1826]. Al fondo del pessimismo cosmico leopardiano è la disgiunzione tra verità e felicità, ovvero tra i fini dell’uomo e i fini della natura: «noi consideriamo quest’ordine in un modo, e la natura in un altro. Noi in un modo con cui l’ignoranza è incompatibile: la natura in un modo col quale è incompatibile la scienza» [Z 327, 1820]. Questa è l’impostazione generale di Leopardi: non è possibile alcuna felicità generale. A questa dimensione negativa si può opporre una contro-forza basata sull’umana operosità: è un’affermazione forte, perché lo stesso Leopardi riconosce che «pare affatto contraddittorio nel mio sistema sopra la felicità umana, il lodare io sì grandemente l’azione, l’attività, l’abbondanza della vita» [Z 4185, 1826]. E invece infelicità e attività «procedono da uno stesso principio, e ne sono conseguenze necessarie non meno l’una che l’altra. Riconosciuta la impossibilità tanto dell’esser felice, quanto del lasciar mai di desiderarlo sopra tutto, anzi unicamente; riconosciuta la necessaria tendenza della vita dell’anima ad un fine impossibile a conseguirsi; […] resta che il sommo possibile della felicità, ossia il minor grado possibile d’infelicità, consista nel minor possibile sentimento di detta tendenza [Z 4185-4186, 1826]». Notiamo che il discorso leopardiano si svolge attorno alle affezioni, e non attorno agli enti: con un metodo che richiama sorprendentemente quello spinoziano (e non solo per il negativo scelto come punto di partenza critico), il problema posto da Leopardi non concerne la felicità o l’infelicità in se stesse, quanto gli effetti, le passioni, le tristezze e le illusioni che causano all’uomo. Solo grazie a questo principio metodologico è possibile introdurre la distrazione come affievolimento delle passioni tristi ingenerate dall’infelicità universale: «questa [distrazione] consiste nella maggior somma possibile di attività, di azione, che occupi e riempia le sviluppate facoltà e la vita dell’animo» [Z 4187, 1826]. Restiamo su questo punto di contatto tra Leopardi e Spinoza. In Spinoza abbiamo, a livello di teoria della conoscenza, un punto di partenza negativo (come in Leopardi a livello di teoria della felicità) che dev’essere contrastato da un accumulo di affezioni positive. Diciamo che Leopardi è pessimista, laddove Spinoza è invece ottimista, nell’aspetto quantitativo: Leopardi ritiene che queste affezioni positive possano limitare solo in parte, ma non equivalere al negativo dell’esistenza – «ma i suoi effetti sono il meglio che resti, lo stato che esso produce è il miglior possibile» [Z 4187, 1826], Spinoza è convinto del contrario. Questa differenza va rilevata: ma è certo che anche con Leopardi abbiamo a che fare con un soggetto che costruisce la propria potenza di essere a partire dalle proprie azioni. Il quadro negativo dell’esistenza umana non è una descrizione tragica dell’esistenza: l’uomo non è condannato a vivere nel negativo. L’uomo è tutt’al più condannato ad assottigliare continuativamente, con la propria operosità, la negatività della vita. Questa negatività è data dalla sproporzione assoluta tra l’uomo e la natura – sproporzione che tuttavia l’uomo riduce sempre più. Quindi la socievolezza dell’uomo non è il punto di partenza naturale, ma il punto di arrivo della propria operosità: se devo assottigliare il negativo della vita, lo assottiglio molto di più con la cooperazione che non con l’azione individuale. Una breve, ma non inutile digressione. Perché Leopardi, che non sembra aver letto di prima mano Spinoza, non ha approfondito questa linea di pensiero? La domanda è rilanciata dalla constatazione che, quando medita su Dio, Leopardi giunge senza esitazioni al concetto di un Dio non in atto (come la mente divina secondo Aristotele, o il Dio cristiano), ma come infinita possibilità: «dunque s’egli è infinito, esiste in tutti i modi possibili. […] Dunque egli ha potuto e può fare altri ordini diversissimi di cose, e aver con loro que’ rapporti di quella natura che vuole. […] L’infinita possibilità che costituisce l’essenza di Dio è necessità. Da che le cose esistono, elle sono necessariamente possibili». E ancora: «da che le cose sono, la possibilità è primordialmente necessaria, e indipendente da checché si voglia. Da che nessuna verità o falsità, negazione o affermazione è assoluta, com’io dimostro, tutte le cose son dunque possibili, ed è quindi necessaria e persistente al tutto l’infinita possibilità. […] Viceversa non può stare l’infinita onnipotenza senza l’infinita possibilità. L’una e l’altra sono, possiamo dire, la stessa cosa» [Z 1623-1647, 1821]. Dopo di che Leopardi non si avventura nelle conseguenze di quest’idea, che definisce come «appena abbozzata». Sembra quasi che il materialismo, che per Leopardi è metodologicamente fondamentale, funga però da ostacolo epistemologico: in altri termini, Leopardi sembra indicare oltre l’orizzonte del proprio materialismo, senza però proseguire l’indagine su questo terreno. Nondimeno, questa digressione ci ha introdotto a un punto importante del sistema leopardiano: la relatività dei valori. È un passaggio importante, perché la costruzione di quel sommo possibile della felicità, ossia il minor grado possibile d’infelicità, non avendo fondamento ontologico, non può che posare sul mobile fondamento della produzione di valori, che è necessariamente relativa: proprio perché l’azione dell’uomo non può essere ricondotta verso un fine naturale – ed anzi tutto sembra dimostrare il contrario, i valori dell’uomo possono essere intesi soltanto come valori relativi. Questo è uno dei punti forti in cui lo scetticismo, invece di giungere in una sorta di abisso pascaliano, si rovescia in relativismo, in cui il metodo negativo di Leopardi si ribalta nell’impostazione di una filosofia pratica (che era per altro abbozzata nello Zibaldone). Un altro di questi punti di ribaltamento è la Teoria del neo, nella quale la razionalità del male, già annunciata dagli scritti di Laclos e Sade all’apice dell’Illuminismo, trova adesso in Leopardi accenti gnostici: «Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male. Non v’è altro bene che il non essere: non v’ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti modi che esistono; l’universo; non è che un neo, un bruscolo in metafisica. L’esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un’imperfezione, un’irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo perché tutti i mondi che esistono […] sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l’universo potrebbe essere se fosse finito» [Z 4174, 1826]. Perché Leopardi indaga questo paradosso del negativo? Perché questa certezza del male si pone comunque come la prima e la più irriducibile delle certezze. È lo stesso esercizio mentale di Descartes, senza bisogno di postulare né Dio, né il diavoletto cattivo. È un nichilismo che va ancora più all’osso: la stessa esistenza è un neo, un’infinita piccolezza rispetto all’infinità del tutto. Tuttavia questa è una certezza: il metodo negativo è un metodo che scava nella negatività e dimostra quasi per paradosso come questa riduzione debba arrestarsi a questo neo, comunque a una prima attestazione, e su questa attestazione viene costruita l’umana operosità. Tanto è vero che circa un anno dopo, Leopardi ci dà il diretto rovesciamento, o, più che rovesciamento, la conclusione di questo discorso che si arrestava al neo: «che la materia pensi, è un fatto. Un fatto, perché noi pensiamo; e noi non sappiamo, non conosciamo di essere, non possiamo conoscere, concepire, altro che materia. […] Un fatto, perché noi sentiamo corporalmente il pensiero: ciascun di noi sente che il pensiero non è nel suo braccio, nella sua gamba; sente che egli pensa con una parte materiale di sé, cioè col suo cervello, come egli sente di vedere co’ suoi occhi, di toccare colle sue mani [Z 4288, 1827]» . Il materialismo di Leopardi è esattamente questo rovesciamento del negativo: l’esistenza sarà pure qualcosa di negativo, sarà pure un neo, ma è un fatto che questo neo è pensante, che la materia è pensiero, che la materia è pensante e coincide col pensiero. Possiamo ora affrontare in termini più chiari il rapporto tra felicità e natura, a partire da una riflessione del 1820: «dicono che la felicità dell’uomo non può consistere fuorché nella verità. […] Eppure io dico che la felicità consiste nell’ignoranza del vero. E questo, appunto, perché il mondo è diretto alla felicità, e perché la natura ha fatto l’uomo felice. […] E la perfezione consiste nella felicità quanto all’individuo, e nella retta corrispondenza all’ordine delle cose, quanto al rimanente. Ma noi consideriamo quest’ordine in un modo, e la natura in un altro. Noi in un modo in cui l’ignoranza è incompatibile: la natura in un modo col quale è incompatibile la scienza» [Z 326-327, 1820]. Abbiamo qui una disgiunzione tra la felicità umana e la felicità naturale. La disgiunzione è qui ancora priva di una terminologia adeguata, che Leopardi trova in questo decisivo passo, che schiude un orizzonte politico di grande ampiezza: «Lo scopo dei governi (siccome quello dell’uomo) è la felicità dei governati. Forse che la felicità e la diuturnità della vita, sono la stessa cosa? […] Poniamo che negli stati presenti, che si chiamano ordinati e quieti, la gente viva, un uomo per l’altro, settanta anni l’uno: negli antichi che si chiamano disordinati e turbolenti, vivessero cinquanta soli anni, a distribuir tutta la somma delle vite, ugualmente fra ciascheduno. E che quei settanta anni sieno tutti pieni di noia, e di miseria in qualsivoglia condizione individuale, che così pur troppo accade oggidì; quei cinquanta pieni di attività e varietà ch’è il solo mezzo di felicità per l’uomo sociale. Domando io, quale dei due stati è il migliore? quale dei due corrisponde meglio allo scopo, che è la felicità pubblica e privata, in somma la felicità possibile degli uomini come uomini? cioè la felicità relativa e reale, e adatta e realizzabile in natura, tal quale ella è, non riposta nelle chimeriche e assolute idee, di ordine e perfezione matematica. Oltracciò domando: la somma vera della vita, dov’è maggiore? in quello stato dove ancorché gli uomini vivessero cent’anni l’uno, quella vita monotona e inattiva, sarebbe (com’è realmente) esistenza, ma non vita, anzi nel fatto, un sinonimo di morte? ovvero in quello stato, dove l’esistenza ancorché più breve, tutta però sarebbe vera vita?» [Z 626-628, 1821 (corsivi miei9]. Qui è esposto un diverso concetto di felicità, disgiunto dalla "felicità naturale": si tratta di una felicità pratica. Questa disgiunzione tra le due felicità è un luogo decisivo per la nostra lettura. La felicità come fine, infatti, verrà sviluppata dal Leopardi del periodo nichilistico come infelicità pratica, laddove la natura si costituisce per l’uomo, indipendentemente dai suoi fini, come una macchina dell’infelicità. È perciò importante puntualizzare l’alternativa all’infelicità, costituita dalla felicità possibile. Qual è lo stato proprio di questa felicità possibile? Secondo Leopardi è uno stato che si confà pienamente a due possibili condizioni umane, la piena vita o la piena morte: «o conviene ch’egli [l’uomo] e le sue facoltà dell’animo sieno occupate da un torpore da una noncuranza attuale o abituale, che sopisca e quasi estingua ogni desiderio, ogni speranza, ogni timore; o che le dette facoltà e le dette passioni sieno distratte, esaltate, rese capaci di vivissimamente e quasi pienamente occupate, dall’attività, dall’energia della vita, dall’entusiasmo, da illusioni forti, e da cose esterne che in qualche modo le realizzino. Uno stato di mezzo fra questi due è necessariamente infelicissimo» [Z 1585, 1821]. Come si vede, accanto allo gnosticismo gnoseologico è presente in Leopardi un radicale epicureismo civile. L’infelicità è inversamente proporzionale all’operosità dell’uomo: quanto più questi riempie la propria esistenza di desideri, speranze, timori, tanto più si assottiglia lo stato d’infelicità – e viceversa. Possiamo trarre le conclusioni e svilupparle a partire dagli ultimi due passi. I fini della natura sono necessariamente disgiunti da quelli dell’uomo. In un certo senso possiamo dire che mentre la natura è una potenzialità che è sempre in atto, quella dell’uomo è una potenzialità tendenziale, che rimane vitale solo se mantiene quello stato di mobilitazione interiore che Leopardi concepisce in relazione alla vita civile: ecco il perché di quella disgiunzione che avevamo rilevato a partire dalle pagine dell’aprile 1825. Dunque l’impossibilità di far coincidere teoria e verità viene sviluppata da Leopardi come unica alternativa sul piano etico, sul piano morale, sul piano dell’agire umano. Questo rimedio altro non è che quella «distrazione» consistente nella «maggior somma possibile di attività, di azione, che occupi e riempia le sviluppate facoltà e la vita dell’animo». Cos’altro sarebbe la vita degli uomini, «condannati alla infelicità dalla natura», senza il conforto del «dilettevole negli studi»? «Io tengo (e non a caso) che la società umana abbia principii ingeniti e necessari d’imperfezione, e che i suoi stati sieno cattivi più o meno, ma nessuno possa esser buono. In ogni modo, il privare gli uomini del dilettevole negli studi, mi pare che sia un vero malefizio al genere umano» [lettera a Giordani, 24 luglio 1828]. Cos’è allora la felicità possibile? È prassi umana, nella quale cade anche la distinzione tra la vita activa e la vita contemplativa tipica dell’etica aristotelica. È azione diretta contro la naturale produzione dell’infelicità, alternativa etica all’infelicità derivante dalla impossibilità di far coincidere verità e teoria. Non diversamente ci appare il problema se alla natura sostituiamo la storia, intesa come produttrice di umana infelicità, sofferenza, miseria. La lezione leopardiana è quindi altissima: la felicità possibile, condensata nel tempo breve e denso dell’attività, è un pugno di sabbia lanciato negli ingranaggi metallici della macchina dell’umana infelicità.
[testo riveduto da: Girolamo De Michele, Felicità e storia, 2001, cap. 4.3] 11月26日 Era la luna nel cortile, un lato
Tutto ne illuminava, e discendea
Sopra il contiguo lato obliquo un raggio...
Nella (dalla) maestra via s'udiva il carro
Del passegger, che stritolando i sassi,
Mandava un suon, cui precedea da lungi
Il tintinnìo de' mobili sonagli. 11月25日 Citazione La Ginestra a modo mio...
La Canzone (almeno nella sua parte iniziale) è dominata, a mio parere, da un dualismo molto forte che si manifesta nelle immagini dipinte arditamente a colori forti ed in modo tale da presentarsi immediatamente agli occhi di chi legge. Il binomio luce/tenebre, presente nel versetto giovanneo posto in epigrafe (sul quale si potrà ritornare), è presentato tutt'intero nella figura dello "sterminator Vesevo". Possente montagna dall' "arida schiena", afflitta da "impietrata lava" e da serpi che s'annidano e si contorcono; paesaggio desolato abbellito solo da "cespi solitari" che spandono intorno un aroma profumato. Nessun altro fiore, nessun altro cespuglio vive nella desolazione.. Solo la ginestra già veduta e odorata a Recanati: solo questi steli adornano il capo vuoto di quel re possente e addormentato. Non si lamenta, no, quel fiore ad esser solo: esiste e si contenta di essere, felice di essere insieme ad altre gialle corolle che le crescono accanto.. Così, camminando e fermandosi un attimo per chiudere gli occhi si può ripensare e cercare di vedere con lo sguardo della mente i grandi preziosi giardini e i magnifici palazzi che giacevano un tempo ai piedi dell'altero monte, ben degni della sua possanza.. Ma poi riaprire gli occhi ed osservare la rovina di tutto, proprio là, dove sorgono quei cespugli gialli e odorosi che sembrano cullare colui che osserva e pensa e rivede.. Così il deserto è meno deserto e mostra che sì c'è una speranza di vita.. Ma cosa sono degli steli profumati, cosa sono quelle piccole corolle che ondeggiano alla brezza notturna? Tutto è nero d'intorno, esse solo sono piccole luci accese nella notte.. Ma ci sono, pur piccole e selvagge.. Andiamo, allora, dunque, noi che crediamo l'uomo invincibile a tal punto da credersi immortale, andiamo a vedere cos'è questo piccolo essere di fronte alla natura che in un attimo può cancellare tutto ciò che egli ha creato. Questo è il progresso? Questa la magnificenza della scienza? Guardatevi uomini di oggi (2006) e specchiatevi alle falde di un vulcano addormentato, nei resti di un maremoto, in ciò che un terremoto cancella in un attimo... Che dite allora, uomini? Dov'è la vostra grandezza? Perché abbandonare la vera strada che indica ciò che l'uomo è? "Perché amare le cose vane"? (Salmo 4) Quale sarà la via? Quale per camminare nella luce? Perché scegliamo le tenebre? Perché dimentichiamo che "solo un soffio è ogni uomo che vive,/come ombra è un uomo che passa;/ solo un soffio che si agita,/accumula ricchezze e non sa chi le raccolga. " (Salmo39) L'umiltà della creatura non è "piegare il capo renitente", è, invece, il coraggio di continuare nella consapevolezza della vanità di ciò che si crede progresso e che, invece, è regresso...ma nella coscienza di essere, appunto, creatura e non dio... Pubblicato da Maria Grazia 11月24日
DA: IL PENSIERO DELLA POESIA NELLO ZIBALDONE LEOPARDIANO.
CONFERENZA DI ANTONIO PRETE TENUTA AL COLLEGE DE FRANCE IL 3 MARZO 2006.
"Tutto si è perfezionato da Omero in poi, ma non la poesia".
Questo pensiero, alla pagina 58 del manoscritto, può fare da esergo a un' indagine sulla poesia degli antichi così come si configura nel pensiero di Leopardi. Prossimità alla natura, percezione del vivente -della natura vivente - senso corporeo e insieme fantastico nella relazione col mondo, leggerezza e semplicità del dire,sapiente nascondimento dell' arte, capacità di suscitare forti emozioni con pochi tratti descrittivi: sono questi i caratteri che definiscono la poesia degli antichi. Si aggiunga l' aura del classico, che è anche l' aura della lontananza e del primitivo. Ed ecco tracciata la linea di un ' anteriorità solenne, trasparente, ma allo stesso tempo trasognata e impossibile. La sopravvenuta distanza da quel prima non suggerisce il rimpianto, ma la necessità di fare dell' antico la soglia dalla quale interrogare la modernità.
"E infatti i primi sapienti furono i poeti, o vogliamo dire i primi sapienti si servirono della poesia" (2940,2941 11 luglio 1823): l' affermazione, che sembra giungere da Vico, anche se variata , va a posarsi a lato di analoghe osservazioni come quelle relative alla distinzione tra "poesia immaginativa" degli antichi e "poesia sentimentale" dei moderni, sostanzia la stessa idea leopardiana di "favola antica", si modula infine nel bellissimo paragone degli antichi e dei fanciulli, come appare nel noto passo del Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica:
"imperocchè quello che furono gli antichi, siamo stati noi tutti, e quello che fu il mondo per qualche secolo,siamo stati noi per qualche anno, dico fanciulli e partecipi di quella ignoranza e di quei timori e di quei diletti e di quelle credenze e di quella sterminata operazione della fantasia; il tuono e il vento e il sole e gli astri e gli animali e le piante e le mura de' nostri alberghi, ogni cosa ci appariva amica o nemica nostra, indifferente nessuna, insensata nessuna...".

Alla stessa epoca del Discorso risalgono analoghe osservazioni dello Zibaldone relative agli antichi: " Perchè descrivendo con pochi colpi, e mostrando poche parti dell' oggetto, lasciavano l' immaginazione errare nel vago e indeterminato di quelle idee fanciullesche, che nascono dall' ignoranza dell' intiero". (100 8 gennaio 1820). Dalle pagine dello Zibaldone la polemica contro le Osservazioni del Di Breme si trasferisce nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica. Tra l' altro, è in gioco l' idea di imitazione della natura. Al giovane Leopardi l' imitazione di cui dicono i romantici milanesi appare un artificio e un' astrazione. Perchè non è possibile imitare la natura nella lontananza dalla natura. Non è possibile una parola "naturale" laddove la natura è assente perchè sotterrata dalla civiltà. Il problema è semmai come abitare la natura "in un mondo snaturato".
Solo "l' uso e la familiarità" degli antichi può mostrare un possibile cammino verso la parola "naturale".
Placida notte, e verecondo raggio Della cadente luna; e tu che spunti Fra la tacita selva in su la rupe, Nunzio del giorno; oh dilettose e care Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato, Sembianze agli occhi miei; già non arride Spettacol molle ai disperati affetti. Noi l'insueto allor gaudio ravviva Quando per l'etra liquido si volve E per li campi trepidanti il flutto Polveroso de' Noti, e quando il carro, Grave carro di Giove a noi sul capo, Tonando, il tenebroso aere divide. Noi per le balze e le profonde valli Natar giova tra' nembi, e noi la vasta Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto Fiume alla dubbia sponda Il suono e la vittrice ira dell'onda.
Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta Infinita beltà parte nessuna Alla misera Saffo i numi e l'empia Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni Vile, o natura, e grave ospite addetta, E dispregiata amante, alle vezzose Tue forme il core e le pupille invano Supplichevole intendo. A me non ride L'aprico margo, e dall'eterea porta Il mattutino albor; me non il canto De' colorati augelli, e non de' faggi Il murmure saluta: e dove all'ombra Degl'inchinati salici dispiega Candido rivo il puro seno, al mio Lubrico piè le flessuose linfe Disdegnando sottragge, E preme in fuga l'odorate spiagge.
Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo Il ciel mi fosse e di fortuna il volto? In che peccai bambina, allor che ignara Di misfatto è la vita, onde poi scemo Di giovanezza, e disfiorato, al fuso Dell'indomita Parca si volvesse Il ferrigno mio stame? Incaute voci Spande il tuo labbro: i destinati eventi Move arcano consiglio. Arcano è tutto, Fuor che il nostro dolor. Negletta prole Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo De' celesti si posa. Oh cure, oh speme De' più verd'anni! Alle sembianze il Padre, Alle amene sembianze eterno regno Diè nelle genti; e per virili imprese, Per dotta lira o canto, Virtù non luce in disadorno ammanto.
Morremo. Il velo indegno a terra sparto, Rifuggirà l'ignudo animo a Dite, E il crudo fallo emenderà del cieco Dispensator de' casi. E tu cui lungo Amore indarno, e lunga fede, e vano D'implacato desio furor mi strinse, Vivi felice, se felice in terra Visse nato mortal. Me non asperse Del soave licor del doglio avaro Giove, poi che perìr gl'inganni e il sogno Della mia fanciullezza. Ogni più lieto Giorno di nostra età primo s'invola. Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra Della gelida morte. Ecco di tante Sperate palme e dilettosi errori, Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno Han la tenaria Diva, E l'atra notte, e la silente riva.
11月22日 Sono Maria Grazia, una delle persone che collaborano a questo blog creato da Giuseppe. Vorrei esprimere qui il mio dissenso circa i modi e le parole usate a proposito di un Bando di concorso indetto dal Centro Nazionale di Studi leopardiani. Sono sempre stata (e rimango) del parere che la propria opinione debba essere essere espressa nei dovuti modi e nei luoghi giusti. Riporto qui il mio post, scritto nel mio spazio, sulla vicenda.
"Oggi mi sono sentita molto triste... in una "casa" che amo, in un altro "giardino" dedicato a Leopardi, anzi nel suo primo vero giardino, sono successe delle cose non certo esemplari... Si sono dette parole di troppo, gli animi surriscaldati hanno trasceso rendendo quel giardino arido, appuntito e privo dell'anima leopardiana... Se è vero che ci sono verità innegabili da esprimere, è vero però che la sfida, le parole di minaccia, la mancanza di pacatezza nell'esprimere le proprie ragioni e quant'altro non sortiranno mai un effetto positivo... Ciò vale per ambedue le parti contendenti... Oltre a ciò è stato dimenticato, purtroppo, che ci possono essere varie implicazioni e/o strascichi senz'altro non voluti ma, a tutti gli effetti, possibili... Povero Giacomo! Vedi che le cose non sono cambiate? L'agognata "social catena" non potrà mai essere... Eppure le parti ti amano e ti citano pure... Perché non guardare al tuo esempio?"
Per quanto mi riguarda rimango in silenzio, ricordando ai "contendenti" di pensare all'atteggiamento di Leopardi, mantenuto anche nelle occasioni a lui più sfavorevoli, che arrivava a "subire" piuttosto che trascendere. Rammento loro la pazienza ("la più eroica delle virtù") e la prudenza... Li invito infine a pensare a TUTTE le possibili implicazioni che da tutto questo possono derivare.... Credo ora più giusto stendere un velo di silenzio sulla vicenda. Almeno per quanto mi riguarda...
| Argomento/Subject:
| 2° intervento del Prof.Folin
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| Nome/Name:
| amministratore
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| Data/Date:
| 20/11/2007 12:45 |
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(Il Prof. Folin attraverso l'amministratore interviene nel Forum chiarendo la posizione del Comitato Scientifico sul Bando Tesi di Laurea. I forumisti sono pregati d'intervenire con la dovuta pacatezza degna di questo Forum. Grazie! L'amministratore)
Vorrei gentilmente rispondere alle due lettere che ho potuto leggere in risposta alla mia nota inviata al Forum. Gentilmente, appunto, al contrario dell’irruenza sconsiderata e talvolta offensiva di chi ritiene di urlare frasi scomposte invece che ragionare pacatamente. Miei cari studenti e neolaureati: aprire il bando alle lauree specialistiche o quadriennali, è forse chiudere ai giovani? Un laureato con laurea specialistica ha mediatamente 24- 25 anni. E’ vecchio? Forse per voi che volete tutto e subito, non per qualunque altra persona (giovane o non giovane) provvista di un minimo di buon senso. Francamente ho sempre ritenuto che questo “largo ai giovani” di fosca memoria non abbia molto senso e sia di una demagogia disarmante. Non è che lo pensi adesso che mi avvio alla vecchiaia: l’ho sempre pensato, anche quando di anni ne avevo venti. Vi sono giovani di grande valore, e vi sono giovani che sono solo capaci di urlare “vergogna” con argomenti proprio inconsistenti. Allo stesso modo, ci sono “vecchi” studiosi che ancora continuano a lavorare proficuamente, accanto a baroni accademici che trascorrono la loro vita a spartirsi cattedre e privilegi. Posso assicurare che nessun membro del comitato scientifico appartiene a questo secondo gruppo. Bisognerebbe che faceste qualche sforzo per conoscerli meglio, invece che sparare schizzi di fango in ogni direzione. Inoltre: vi sono studenti che, iscrittisi alcuni anni fa (con il vecchio ordinamento) hanno dovuto lasciare gli studi perché costretti a mantenere se stessi e/o la famiglia. Perché penalizzarli? Per i figli di papà che invece possono dedicarsi tutto il giorno allo studio (non si sa con quale profitti) senza nessun problema economico? L’affermazione che chi ha messo molto tempo a laurearsi deve essere considerato un mediocre, non fa onore a chi l’ha scritta. Ciò che Leopardi detestava di più era l’esibizionismo. Il suo lavoro è sempre proceduto nel nascondimento. Nascondere la propria abilità tecnica è la condizione imprescindibile del “Sublime”. Edmond Jabès, quel grandissimo poeta-filosofo che penso conoscerete, raccomandava “parler le plus bas possible, pour ce possible”. Non fa bella impressione vedere tutte queste urla esagitate attorno alla poesia. Non fa bene né a voi, né alla poesia. Dunque: perché tutta questa animosità? E’ vero che esistono lauree triennali di pregio, ma sono pochissime e – se dovessimo aprire il bando a tutti indiscriminatamente - ci troveremmo sommersi di un materiale talmente immenso da compromettere la serenità della valutazione. Al contrario, chi ha già fatto un buon lavoro, può ulteriormente approfondirlo. Vi sembra che questi argomenti siano offensivi? Che ci vogliamo ritirare nella “torre d’avorio” (altro luogo comune da strapazzo). Per ciò che riguarda quel giovane laureato che vuole buttare i mili libri dalla finestra, si accomodi pure: ci sarà forse chi li raccoglierà e ne trarrà maggior profitto.
Alberto Folin
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Dopo di che, il forum è stato chiuso. w. la democrazia. |
| Nome/Name:
| Giuseppe
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| Data/Date:
| 20/11/2007 10:11 |
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Egregio prof. Folin. Io sono uno degli "imprecisabili". Il più modesto. Ho tanti suoi libri a casa. Credo che li butterò, perchè capisco che la sua conoscenza di Leopardi è solo dottrinale. Conoscenza, non scienza. Dicevo che sono uno degli imprecisabili. il più modesto. Tra gli altri imprecisabili c'è un certo Stazio, Lorenzo Abbate, di cui anche Lei un giorno sentirà parlare. Con questo termino. E annuncio l'addio al forum, che ho visto nascere, da imprecisabile, da sconosciuto. Ma da amante di Giacomo Leopardi. Mi stia bene, egregio cattedratico.
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| Nome/Name:
| Stazio
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| Data/Date:
| 20/11/2007 10:19 |
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ritengo oltremodo OLTRAGIOSO ED ANCORA più VERGOGNOSE QUESTE PAROLE "l’esigua presenza di tesi realmente scientifiche e originali all’interno di un percorso di studi (quale quello triennale) che è solo un passaggio propedeutico ad un titolo accademico in piena regola qual è la laurea specialistica e/o di dottorato." potrei farle molissimi esempi di lauree magistrali che di scientifico non hanno nulla. Le sembra normale preferire pochissime persone che ancora, dopo oltre 5 anni di cambio di ordinamento non hanno completato un corso di studi quadriennale,a chi, passivamente, ha dovuto accettare una riforma che non avrebbe mai voluto? VERGOGNA. e poi le dico una cosa, con tutto il rispetto che ho per i professori (alcuni a questo punto) che compongo il Cda, escludere i giovani è il più grande errore fatto da Voi.
E sopratutto, perchè dovrei aspettare due anni? dato il grande ostruzionismo e le grandi difficoltà io ho già abbandonato il campo leopardiano, piangendo, come un bambino. ma alle difficoltà spesoo non ci si può che arrendere.
io continuerò la mia battaglia in quanto GIUSTA, e non strettamente PERSONALE.
chiudetevi pure nella vostra torre d'avorio, celatevi dietro i vostri titoli accademici, tanto resta la sostanza,
UN ERRORE MADORANALE
quando Giacomo fece delle osservazioni al Mai, che questi confutò, lui ebbe il coraggio e la GRANDEZZA di ammettere i suoi errori.
voi no.
Addio al forum, che continuerò a frequentare ora solo per la mia "crociata".
Lorenzo Abbate, da oggi "l'imprecisabile"
| Nome/Name:
| carmelina
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| Data/Date:
| 20/11/2007 10:41 |
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Se ho capito bene, avete dato per scontato che un corso di laurea triennale non possa partorire uno studio apprezzabile su Leopardi, mentre ciò possa invece avvenire al termine di un corso di laurea quadriennale, frequentato praticamente oramai solo da studenti fuori corso? Ripeto, non so se ho capito bene, ma se davvero è così il bando può essere impugnato per un evidente vizio logico delle motivazioni che ne stanno alla base. infatti è evidentemente contraddittorio( e la contraddizione la evidenzia lei stesso parlando di studenti rimasti indietro con gli esami) e discriminatorio che una laurea quadriennale vecchio ordinamento venga preferita ad una laurea triennale, tanto più che nei concorsi pubblici di regola, si richiede l' una o l' altra indistintamente. | | 11月21日
Nota del Prof. Alberto Folin)
A proposito del “vergognoso” bando di
concorso su tesi di laurea quadriennale e specialistica, promosso dal CNSL,
denunciato (con motivazioni solo apparentemente diverse) da non precisabili
Stazio, Gianfranco e Giuseppe, e chi sa chi altro… intendo, in qualità di
componente del Comitato scientifico del CNSL (che annovera studiosi di
indiscusso prestigio quali : Lucio Felici, Gilberto Lonardi, Franco D’Intino,
Fabiana Cacciapuoti, Luigi Blasucci, Antonio Prete Fiorenza Ceragioli, Emilio
Peruzzi, Ermanno Carini ,oltreché – forse indegnamente – il sottoscritto)
precisare alcuni punti di indiscutibile rilievo: 1) La decisione di aprire il
Bando solo alle tesi quadriennali e specialistiche è stata dettata da una presa
d’atto inconfutabile (per chi abbia pluriennale esperienza di docenza
universitaria): l’esigua presenza di tesi realmente scientifiche e originali
all’interno di un percorso di studi (quale quello triennale) che è solo un
passaggio propedeutico ad un titolo accademico in piena regola qual è la laurea
specialistica e/o di dottorato. 2) Totalmente falso è che non esistano più
tesi di percorsi universitari quadriennali. Molti sono ancora gli studenti che
portano a conclusione un itinerario di studi (magari travagliato per motivi non
imputabili alla loro volontà) iniziato molti anni fa e ora degnamente concluso.
Di esempi ne potrei fare a centinaia. 3) Non fa onore a questi giovani
studenti del “tutto e subito”, il fatto di rivendicare come diritto la
partecipazione a un Bando di concorso i cui principi sono stati decisi in piena
autonomia da un Comitato scientifico che, come già detto, non sembra essere
costituito dagli ultimi arrivati. 4) Tengo a rassicurare, infine, tutti
questi “leopardisti” appassionati, che avranno occasione, tra due anni, di
partecipare a pieno diritto al Concorso, con approfondimenti indubbiamente
proficui. 5) C’è sicuramente stata una svolta nella conduzione del CNSL: ma
questa va nella direzione, già tracciata dal compianto Presidente on. prof.
Franco Foschi, di una valutazione reale dei contributi scientifici alla
conoscenza del pensiero e della poesia di Giacomo Leopardi. Tale programma viene
perseguito con criteri serenamente e responsabilmente meditati, che non si
possono spiegare – e non si ha alcun dovere di spiegare – a chi leva immotivate
e animose proteste in un forum ricorrendo a un linguaggio offensivo e di basso
livello, forse facendosi ingenuamente strumentalizzare da “cattivi maestri”.
prof. Alberto Folin, Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa”
Napoli (membro del Comitato scientifico del CNSL)
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 | 11月20日 Salve, sono Giuseppe. Sono il promotore di questo blog, nato col solo scopo di celebrare GiacomO Leopardi. A proposito degli ultimi accadimenti che riguardano il C.N.S.L. (non è un centro di ricerca di energia nucleare, ma è da leggere: Centro Nazionale Studi Leopardiani), ho cercato di accedere di nuovo al forum. ora è possibile, solo che una gentile scritta ti avverte che non è possibile inserire nuovi argomenti. L'inserimento di nuovi messaggi è momentaneamente sospeso.
| Argomento/Subject:
| VERGOGNOSO BANDO DI CONCORSO
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| Nome/Name:
| Stazio
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| Data/Date:
| 18/11/2007 19:02 |
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RINGRAZIO VIVAMENTE il CNSL per la graditissima esclusione dal premio di tesi di laurea delle lauree triennali, e invece l'inclusione delle tesi quadriennali, che vorrei ricordarvelo, NON ESISTONO PIù! è davvero una cosa raccapricciante, ed in questo modo si dovrebbero far avvicinare i ragazzi a Leopardi? escludendo una fetta immensa della produzione di tesi? GRAZIE DEL GRANDE GRANDE INCORAGGIAMENTO. questo succede per il solito terificante PREGIUDIZIO ACCADEMICO verso le lauree triennali, che purtroppo però SOLO VOI POTEVATE NON FARE ISTITUIRE e non noi studenti. RIPETO CHE MI SEMBRA UNA VERA INGIUSTIZIA. Se per lo meno questa esclusione fosse motivata, sarebbe una buona cosa, ma non lo è ovviamente. Non mi interessava partecipare per i soldi, non saprei che farmene, ma solo come coronamento ad uno studio che ho protratto per due lunghissimi anni, dovendomi destreggiare tra difficioltà che avrebbero tagliato le gambe a qualsiasi studioso, (e gli amici sanno a quali tipi di difficoltà mi riferisco). Potevano per lo meno degnarsi di istituire una parte del concorso, senza premio ma solo con menzione d'onore, per i triennalisti, ed invece niente, bollati come nulla aventi, e nulla producenti. ESISTONO TESI TRIENNALI CHE VANNO OLTRE LE 35 cartelle programmatiche della riforma, tesi sperimentali, tesi sudate e adorate, che eppure però così vengono escluse.
PER UNA ENNESIMA VOLTA IL CNSL HA DISMOSTRATO DI OSTACOLARE IN TUTTI I MODI I GIOVANI STUDENTI. Non potrò mai dimenticare le difficoltà che ho trovato, e non solo io si badi bene, nel fare ricerche al CNSL, ed ora anche questo debbo sopportare? benissimo, vorrei solo ricordarvi che G. Leopardi non conseguì nessuna laurea, solo qualche diploma, di cui più d'uno grazie a raccomandazione, eppure lui è un genio totale, e tale spero ancora lo considerino al CNSL, sempre se ancora si ricordino di lui, e del genio fanciullo che fu.
SAREBBE GRADITA UNA RISPOSTA AL PRESENTE INTERVENTO DAI FORUMISTI ED ANCHE E SOPRATUTTO DA QUALCHE MEMBRO DEL CNSL CHE POSSA DARE UNA DELUCIDAZIONE A QUESTA ESCLUSIONE.
Lorenzo Abbate. | Data e ora di inserimento: (18-11-2007, 16:26:01)
Centro Nazionale di Studi Leopardiani IN COLLABORAZIONE CON L’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MACERATA, I COMUNI DI RECANATI E DI SAN SEVERO E LA FONDAZIONE “MARINO PIAZZOLLA” Premio “Giacomo Leopardi” per tesi di laurea e di dottorato (undicesima edizione) bando di concorso
Art. 1 – Il Centro Nazionale di Studi Leopardiani, nell’intento di richiamare l’attenzione dei giovani sulla vasta problematica leopardiana, bandisce un concorso riservato a tesi inedite di laurea quadriennale o di specializzazione (sono escluse le lauree triennali) e a tesi inedite di dottorato su temi riguardanti Giacomo Leopardi sotto gli aspetti biografici, storici, letterari, linguistici e filosofici, nonché la diffusione del pensiero e dell’opera del poeta nel mondo.
Art. 2 – Al concorso potranno partecipare i laureati (con laurea quadriennale o specialistica) e i dottori di ricerca, di qualsiasi Università italiana ed estera, che abbiano conseguito il titolo negli anni accademici 2004-2005, 2005-2006, 2006-2007.
Art. 3 – Il concorso è così suddiviso: a. Sezione tesi di laurea quadriennale o specialistica: 1° premio € 1.500; 2° premio € 750 b. Sezione tesi di dottorato: 1° premio € 2.000; 2° premio € 1.000
Verranno assegnati inoltre due premi speciali (per tesi di laurea quadriennale o specialistica, ovvero per tesi di dottorato, a scelta della Commissione giudicatrice), ciascuno di € 800: c. Premio speciale “D. Cardella – Città di San Severo” d. Premio speciale “Fondazione Marino Piazzolla”.
Art. 4 – La Commissione giudicatrice sarà composta dal Vicepresidente e dal Comitato scientifico del Centro Nazionale di Studi Leopardiani, che stabiliranno i criteri di selezione e valutazione; dal Rettore dell’Università degli Studi di Macerata e dal Sindaco di Recanati o loro delegati. Per i premi speciali, la Commissione giudicatrice sarà integrata dal Sindaco di San Severo e dal Presidente della Fondazione “Marino Piazzolla” o loro delegati.
Art. 5 – Il giudizio della Commissione giudicatrice sarà inappellabile.
Art. 6 – I concorrenti dovranno far pervenire, entro il 31 marzo 2008, cinque copie dei loro lavori al seguente indirizzo: Centro Nazionale di Studi Leopardiani – Premio “Giacomo Leopardi” – Via Monte Tabor, 2 – 62019 Recanati (Macerata) - Italia. Almeno una delle cinque copie dovrà essere corredata dalla domanda di partecipazione in cui siano indicati i dati anagrafici, il recapito, il numero telefonico e un indirizzo di posta elettronica; e dalla presentazione firmata da uno dei relatori all’esame di laurea o di dottorato, riportante la votazione conseguita. Una delle cinque copie sarà conservata nella Biblioteca del Centro Nazionale di Studi Leopardiani; le altre quattro saranno restituite agli autori, su loro richiesta e a loro spese.
Art. 7 – La Commissione giudicatrice potrà proporre al Centro Nazionale di Studi Leopardiani la pubblicazione integrale o parziale delle tesi premiate.
Art. 8 – La cerimonia della premiazione avrà luogo a Recanati il 29 giugno 2008, durante la celebrazione dell’anniversario della nascita di Giacomo Leopardi.
Recanati, 10 novembre 2007
IL VICEPRESIDENTE Anna Leopardi 11月12日 | Data e ora di inserimento: (11-11-2007, 20:30:48)
(sintesi
dell'intervento del Prof. Lucio Felici - nella foto a dx; a sx il prof.
Pietro Citati - alla manifestazione del 31 ottobre presso il Comune di
Recanati in collaborazione con il Ministero dei Beni e le Attività
Culturali 'Ottobre piovono libri' alla presenza del direttore generale
del Ministero Dott. Luciano Scala)
Nella prima parte del suo intervento, Felici ha messo a fuoco le
diverse fasi del Centro Nazionale di Studi Leopardiani prima della
ventennale direzione di Franco Foschi: gli anni della costruzione,
dalla nascita nel 1937 (primo centenario della morte del poeta) al
1940, sotto la direzione operosa di Manfredi Porena, noto dantista che
impostò la struttura e i programmi del nuovo istituto; gli anni
difficili della guerra e del dopoguerra, durante i quali l’attività del
Centro rimase in vita grazie all’impegno e all’abilità di Ettore
Leopardi (direttore dal 1940 al 1945) e poi dei suoi successori in
veste di “commissari straordinari” (il pittore Biagio Biagetti dal 1945
al 1948, il giurista Romeo Vuoli dal 1948 al 1959); il lungo periodo di
graduale ripresa sotto la direzione, dal 1959 al 1987, di Umberto Bosco
che, fra l’altro, istituì i convegni internazionali con cadenza
quadriennale e fece del Centro – finalmente dotato di una sua sede –
un’istituzione di indiscusso prestigio scientifico.
La seconda parte dell’intervento è stata tutta dedicata a Franco
Foschi, direttore e poi presidente del Centro dal 1987 fino alla morte
avvenuta nell’agosto scorso. Felici ne ha anzitutto tratteggiato la
complessa personalità di scienziato neuropsichiatra, di uomo politico
chiamato alle più alte cariche, di studioso dei problemi sanitari e
sociali (con un particolare interesse per la condizione degli
emigrati), di storico del territorio recanatese, di cultore della
poesia e delle arti: tante vocazioni ed esperienze diverse che hanno
trovato la più alta sintesi nella passione per Recanati (di cui fu
sindaco dal 1960 al 1970) e per Giacomo Leopardi. Promotore della legge
“Leopardi nel mondo”, egli ha investito le risorse che quella legge gli
assicurava in un progetto ambizioso finalizzato sia alla ricerca
scientifica sia alla diffusione planetaria e capillare del genio
leopardiano. Tra le innumerevoli iniziative realizzate, Felici ha
ricordato: la costituzione di gruppi di lavoro nelle città leopardiane
(Recanati, Roma, Firenze, Bologna, Napoli); i convegni organizzati o
patrocinati, soprattutto nel 1998 (bicentenario della nascita del
poeta), in ogni luogo d’Italia, nelle principali città europee, nelle
Americhe, in Australia, persino in India, in Cina e in alcuni paesi
africani; le mostre, che hanno portato alla luce una documentazione
inedita o poco conosciuta; l’impulso dato alle traduzioni delle opere
leopardiane in varie lingue; i corsi per studenti e giovani studiosi
italiani e stranieri; infine, la creazione, a Recanati, di un Centro
Mondiale della Poesia e della Cultura, concepito come luogo d’incontro
e di scambi tra poeti, letterati, artisti di qualsiasi nazionalità.
Nella conclusione, Felici ha spiegato i compiti del Comitato
scientifico che, dall’inizio di quest’anno, affianca il Consiglio di
amministrazione del Centro Studi. Composto da alcuni fra i più
autorevoli leopardisti, il Comitato è l’organismo che tutela la ricca e
difficile eredità lasciata da Foschi, ricommisurandola alle risorse e
alle richieste del mutare dei tempi. Tra i primi progetti in cantiere,
il Convegno internazionale del 2008, l’allestimento di una Mostra documentaria permanente, la formazione di una biblioteca digitale, la riattivazione delle cattedre leopardiane e dei rapporti con università e istituti culturali italiani e stranieri:
un libero dialogo con le molteplici espressioni del mondo della
cultura, ferma restando l’autonoma identità del Centro Studi, le cui
caratteristiche, costantemente riaffermate da Foschi, consistono nel
necessario equilibrio tra vocazione universale – essenza del pensiero e
della poesia di Leopardi – e profondo radicamento nella realtà di
Recanati “Città della poesia”.
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11月11日
Zaccuri: IL SIGNOR FIGLIO
di Giuseppe Genna
Se fosse uscito un mese fa, sotto Natale, Il signor figlio di Alessandro Zaccuri (Mondadori SIS, € 17.00) sarebbe risultato, a mio parere, il romanzo più bello del 2006. Non sostengo il più importante, ma certamente il più bello. E' uno di quei casi in cui la letteratura travolge se stessa, esce da se stessa e obbliga il lettore a un'attività immaginifica prodigiosa, realmente spettacolare. Mentre quasi tutti i libri, oggi, sono passibili di diventare film, a causa della loro linearità, della leggibilità scialba che pure, magari, sorregge temi e sovrastrutture importanti, Il signor figlio esibisce una struttura, degli snodi, un sapere e una fantasmagoria - insomma un'umanità totale che è irriducibile al racconto cinematografico per quello che è diventato. Ho scritto che si tratta di un romanzo e ho volutamente sbagliato: questo è un coacervo studiatissimo di scatole cinesi in cui la centrale, la più piccola, contiene tutte le altre, compresa l'esterna. E, elemento non trascurabile, quella di Zaccuri è la lingua più bella della letteratura degli ultimi anni. Ed esiste un motivo preciso per cui lo è.
Il motivo preciso ha in qualche modo a che vedere con la trama, di cui qui intendo dare vaghi lineamenti, perché non sia tolto il piacere di subire i vertiginosi sbalzi, i vorticosi salti di tempo e i molteplici colpi di teatro che l'autore allestisce in questo suo pluriromanzo. Insomma, le cose stanno così: non è vero che Leopardi è morto a Napoli. E' una finta. Il geniale poeta, prosatore e filosofo è stato in punto di morte e si può dire che abbia subìto una morte autentica: iniziatica. Ne esce rinato, trasformato - come da ogni morte iniziatica. Si imbarca su un bastimento, diretto a Londra. Si finge marinaio e male gliene incoglie: un incidente con un cordame gli fora letteralmente le mani, procurandogli stimmate che occulterà nel suo soggiorno londinese. Nel quale, entrato in contatto con certa nobiltà artistica riconoscibile ed entusiasmente, si presenta con l'identità di Conte Rossi detto "Jack", affitta una stamberga e si dà all'Opera. Essa Opera non è un'opera letteraria eppure lo è: è il primo computer semantico della storia, un sistema di fili che reggono schede trattanti ogni argomento, l'universale messo in linguaggio che escresce dal linguaggio. E, al tempo stesso, mentre l'Opera va facendosi complessissima, barocca, immensa ma coerentemente disegnata, il Conte Rossi, mutando nuovamente identità e utilizzando un nickname che sfiora il geniale, inizia a intrattenere una corrispondenza eruditissima, in pura lingua leopardiana, con il suo padre naturale, che, in quanto naturale, è il culmine dell'innaturale: quel Monaldo Leopardi che ha costruito un carcere conscio, anziché inconscio, intorno all'autore dello Zibaldone - il Laio che Edipo non è mai riuscito ad ammazzare. Al Conte Rossi, che propala una lezione di vita tutt'altro che nichilista (chi sostiene il nichilismo di Leopardi, e sono una schiera che è legione, non ha compreso nulla di Leopardi), è presentato un giovane allievo, con cui si instaura un rapporto di discepolato da ashram occidentale, da loggia massonica a due: e si tratta di Kipling padre, John, a sua volta coinvolto, in questa iperuranica macchina del tempo costituita dal romanzo di Zaccuri (che ricorda tanto l'Opera del Conte Rossi), con un rapporto superedipico con il figlio Ruyard. Si arriva alla Grande Guerra, attraverso questi legami che sono misteriosofici e ucronici, ma sorretti da una competenza storica sbalorditiva: imbevutosi di nozioni, Zaccuri [nella foto] ha studiato a fondo le sudate carte, sudando anch'egli, e non soltanto su quelle del grande recanatese. C'è infatti un terzo personaggio, che completa la catena, in presenza e in assenza: è Olivier Messiaen, in campo di concentramento (e quindi si arriva alla Seconda Guerra Mondiale), la cui madre Cécile muore per leucemia e sogna: gli esiti del suo sogno sono la scatola cinese più interna, la minuscola, che contiene tutto il resto. Tutto il resto, dunque, cos'è? E' l'universale umano. In questo libro si dice tutto e si tace tutto. A una testa colpita dalla carie della curiosità, dell'empietà, della tentazione, della malizia e dell'imitazione si oppone un cuore colmo di una fede nell'invisibile, che trabocca pietà ed empatia, che sa narrare più del calcolo cefalico. Qui Mefistofele è alle prese non con Dio, ma con un uomo, e quest'uomo non conosce di Dio null'altro che la presenza, certa, continua, invariabile, allucinante come continuo invariabile e allucinante è il Quatuor pour la fin du temps di Messiaen. "Jack" Leopardi, nella sua eschilea lotta con Monaldo, di cui si tace l'esito scontato, è soltanto uno dei centri, dunque, di questo poligono di tiro letterario, che strozza per suspence e traveste la tragedia con una patina steam, inventandosi un Ottocento filologico che sorpassa di gran lunga la verisimiglianza, come il Medioevo di Notre-Dame straccia la mimesi ed è puro naturalismo ipersperimentale. Un simile lavoro richiede una capacità di compressione disumana: di tematiche, ritmi, eventi - ma soprattutto di coincidenze, sincronie, inedite scoperte, simiglianze se non identità. E' un miracolo. Il culto della Grande Madre, declinato dalla Cibele cartacea di Leopardi ai deliqui della moribonda Cécile, si oppone al conflitto con il Padre, di cui tutto si può dire (è somma autorità, censura insuperabile, divieto cieco e ingiustizia primaria), tranne che la sua statura raggiunge l'elezione, l'erezione di un culto. Il signor figlio, attraverso personaggi emblematici sì, ma connotati attraverso una minuziosa psicologia, profondissima e sagace e financo umoristica, mette in scena la visione di quanto colui che è generato è stato costretto a vedere: l'abissalità del maschio, l'elevazione della donna. Tra le moltissime coppie di opposti che giocano a rimpiattino tra le pagine di questo libro modellato su una coscienza critica decisiva (di cui si dirà tra poco), vale la pena di citare due scene: la catabasi infernale nelle fogne e nelle deviazioni della metropolitana londinese, tra ratti e misteri alla Sue, a cui "Jack" costringe il giovane discepolo, immergendolo nel letame nerissimo di una caccia che ha tutti i risvolti di una nigredo segnalata con cura; e il sogno bianchissimo della valanga montana che Cécile vive fuori del tempo, in uno spazio alternativo che alternativo non è - poichè si tratta dello spazio mentale dell'autore. La risoluzione al problema del Padre sarebbe stata la Madre, se ella fosse sopravvissuta. Non è possibile più schematizzare oltre. Nonostante la perizia linguistica, di marca appunto leopardiana, congelata e rinnovata, nella comprensione che la lingua non è la lingua di superficie, la morte della Madre induce l'autore ad adottare una ritmica ben diversa da quella su cui faceva perno Leopardi quando classicheggiava: una metrica non classica, una metrica non retrogradabile, l'affrancamento definitivo dagli ictus che sono le scene, in perfetta mimesi con la rivoluzione tonale di Messiaen. E quando Leopardi non classicheggia? Fa la stessa cosa. Questa intuizione è decisiva, nello sterminato comparto del romanzo di Zaccuri. Il signor figlio è un comparto estensibile ad infinitum. E' una mela disidratata che, immersa in acqua, spacca il bicchiere, la stanza che lo contiene, la casa che contiene la stanza, allargandosi mostruosamente. Siamo al mostruoso compresso - e compresso attraverso retoriche che Wu Ming 1 e 2 hanno evidenziato con precisione in quello che potremmo definire il loro trattato sul pop o sulla narrazione che sta arrivando. La scelta di Zaccuri cade quindi sulla metrica, apparentemente aritmica e diseguale e sbagliata, e sull'altrettanto apparente inorganicità dello Zibaldone. L'affermazione, inverata attraverso narrazione e non con un teorema critico, è che la fondazione della prosa italiana non risiede nei Promessi Sposi, ma nello Zibaldone. Potremmo definire Il signor figlio uno Zibaldone occultato. E qui ci si addentrerebbe in un elemento scabroso: lo Zibaldone è autobiografico, quindi questo è un romanzo autobiografico. Però Zaccuri concede alla testa, e non al cuore, l'ultima illusione di vittoria: l'autobiografia è negata attraverso l'universalizzazione. Siamo tutti dei "signor figli". Il Padre e la Madre sono archetipi. Eppure il cuore, la fede nell'essere - da cui piovono immagini di caldo gelo e di renovatio mundi - sconvolgono nuovamente i piani. Zaccuri allestisce un mandala e, come fanno i più alti gradi buddhisti tibetani, quando lo completa e vede che è perfetto, lo cancella. E, cancellandolo, cancella se stesso: o, meglio, un pezzo di sé che concerne il passato e una porzione di presente. Si diceva sopra della lingua. Raramente si incontra uno scrittore italiano che abbia una simile vocazione alla lingua perfetta perché errata. Un esempio:
"Mi avete riconosciuto" dice Jack. nella stanza domina la stessa sensazione che si prova quando un saltimbanco interrompe in modo drammatico il proprio gesto, mostrando un muscolo esasperato dalla fatica di sollevare un peso ciclopico, oppure rimanendo sospeso sul filo, in un equilibrio che parrebbe impossibile conseguire e che, invece, a dispetto di ogni verosimiglianza, si protrae per un tempo indefinito, astratto. Ho scelto un passo che non è assolutamente rappresentativo del pluringuismo con cui il romanzo è costruito. Zaccuri esibisce, sulle tracce di Leopardi, un gusto lemmatico esotico che sorprende. Poche righe più sotto il passo citato, si pensa a "studiare l'indostano, il brammanico, il grandonio e il malabarico". Però si consideri l'estratto, si segua il dolce percorso omofonico che segue la battuta cinematografica: uno strisciare di "s" (nella stan za domina la ste ssa sen sa zione che si), ripreso saltuariamente ( saltimbanco, ge sto, mu scolo, e sa sperato, sollevare, pe so, so spe so, impo ssibile, di spetto, vero somiglian za, si, a stratto) attraversando rotture durissime e queste rotture sono lo sbaglio, l'erroneo che il petrarchesco non tollera (e nemmeno Leopardi, a dispetto dei Canti, lo tollerava), sono la deflagrazione cacofonica ( dra mmatico, mo strando, ci clopico, pa rrebbe, pro trae, as tratto). Il periodo termina proprio con la sintesi di queste due linee, con la parola "astratto", che mantiene la linea materna delle "s" in confflitto con la rutilante opera maschile della cacofonia. In mezzo al passo, un perfetto endecasillabo "sbagliato" ("si protrae per un tempo indefinito"). E' un sentimento totale della lingua, che governa tutto il libro, perfino nelle più ardite escalation che sono costituite dalle epistole leopardiane a Monaldo. Il signor figlio potrebbe apparire un gioco letterario soltanto a un idiota. Qui siamo avantissimo, nell'elaborazione delle strutture, nell'impiego di una retorica che non è più quella novecentesca e non è nemmeno quella ottocentesca; siamo cioè indietrissimo, in piena Poetica aristotelica, nella messa in scena di stilemi che vanno dall'epico al fantascientifico al mitologico (che sono, poi, la stessa cosa) secondo la sintesi tragica. E, soprattutto, siamo nel cuore bianco e non definitivo di una ricerca metafisica che non ha in sé un mero vuoto da esibire - tutt'altro, siamo nel muscolo cardiaco del più pieno dei pieni, nella domanda incantata e incantevole, priva di risposta linguistica, su come dall'Uno procedano i molti, su come sia possibile e accada che si generi. Su come sia possibile che si generi il figlio, che a sua volta diviene il signore di un nuovo regno. La novità del regno è da attendersi, probabilmente, nel prossimo romanzo di Zaccuri. Qui la questione è il dominio a confronto con l'amore. La terra ha un senso che le è donato: è il compito di ogni autentico scrittore e a questo compito Alessandro Zaccuri ha assolto con una pienezza esaltante.
Pubblicato Gennaio 30, 2007 11:05 PM | TrackBack
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"Leopardi non è stato un pessimista e neppure un razionalista disilluso e sconfitto dai suoi giorni, è stato invece un grande distruttore delle nostre così modeste illusioni e infatuazioni. Ha accettato di restare nudo così come quando era stato cacciato dal paradiso, al contrario di quello che facciamo noi abitualmente e di quello che sanno fare bene o male gli scrittori che si pavoneggiano e nascondono dietro i loro panni, che devono essere sempre più ricchi e ornati di facili promesse, la loro miseria. Ecco perché spesso è inutile esercitare la propria acribia sui suoi testi e sui documenti d'archivio, a noi deve bastare la purezza cristallina della sua poesia, il suo denudamento e la sua disperata e mai detta fede in Dio".
(29.6.1998)
Pubblicato da Maria Grazia 11月8日
Ripropongo
A proposito di Adelaide
Ho tra le mani un libbriccino scritto forse senza pretese ma di una bellezza unica. Sono pensieri della contessa Anna Leopardi, di cui la Stessa ci ha glorificati, nel Suo magnifico palazzo, la sera del giorno natale di Giacomo. Si chiama Spigolature.
Nella penultima pagina si legge:
Mi sono chiesta quale valore abbia una frase, poco nota, scritta da Paolina a Giacomo quando, nel dicembre del 1822 egli era a Roma, fuori di casa per la prima volta, e già nella condizione di giudicare meglio i propri sentimenti verso la famiglia, Paolina, parlando del passato, così scrive:
In verità, caro Giacomuccio mio, non v'intendevamo allora, fuori di Mamà, che vi comprendeva benissimo".
Bisognerebbe ritornare su questa donna che i ritratti dell'epoca ci mostrano bellissima e, giovanissima, fu quasi costretta a fare l'uomo.
Postato da Giuseppe
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