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12月24日 Buon Natale con ….l’infinito. 12月15日 Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. [4176]Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. (Bologna. 19. Aprile. 1826.). Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri [4177]sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere. (Bologna. 22. Apr. 1826.) Il commento è una delle arti della critica, spesso sottovalutato, ma fondamentale. Il commento è la cosa più preziosa che il critico alla fine possa fare per i suoi lettori, ed è il momento in cui il critico, se sa controllarsi, può dare il meglio di sé, nel senso che il meglio della critica sta quando è al servizio del testo o dell'autore, di quella cosa che chiamiamo testo e di tutte le implicazioni che il testo può avere. Se il commento è fatto bene, il critico non espone sé stesso, non fa il narciso. Spesso la critica letteraria [lo fa]: io leggo molti critici per mestiere, e devo dire che in molti casi il critico non è al servizio del testo. Sta esibendo la sua bravura, sta esibendo le sue letture, sta esibendo il fatto che ha visto un sacco di cose, che spesso non illuminano per nulla il testo, non aumentano la nostra comprensione del testo o dell'autore o del problema che sta affrontando. Diffido molto della critica nella quale il critico non è al servizio del testo. Questo va distinto da quello che dicevo prima del saggismo. Il saggista mette sì in scena sé stesso, mette in scena sé stesso come servo del testo, come al servizio della comprensione del testo, che è una cosa diversa invece dal narcisismo esibizionistico di tanti critici. Il primo passo appunto è il commento, e il primo passo del commento è la explicatio verborum. Faccio un esempio più elementare. Sarò molto schematico in questa parte, ma voglio fissare appunto dei passaggi che siano abbastanza netti, quindi in certi casi persino banali. Per esempio: “Dolce e chiara è la notte e senza vento, e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti posa la luna e di lontan rivela serena ogni montagna”. Sapete tutti che cos'è: La sera del dì di festa, i primi versi. Naturalmente il critico può qui esibire tutta una serie di conoscenze, per esempio la derivazione del primo verso da versi omerici, e tutta la elaborazione a cui Leopardi sottopone questo verso. Per esempio, il verso suonava “Ohimè, chiara è la notte e senza vento”: insomma, il fatto che Leopardi a questo “ohimè” sostituisca un “dolce e chiara è la notte e senza vento” è una bella transizione, insomma, è un bel guadagno. Però anzitutto il critico, il commentatore, deve commentare una parola (se non lo fa va condannato), e cioè la parola “orti”. Perché “orti” non significa, come in italiano, un terreno dove vengono coltivati pomodori e zucchine. “Orti” significa “giardini”. Quindi, se il critico non dice che “orti” è latinismo da “ortus”, latino che significa “giardino”, commette un grave errore. Perché il critico commentatore deve sempre partire dal presupposto che il suo lettore possa non avere una certa competenza linguistica, e quindi non sapere che Leopardi da buon classicista aveva una familiarità estrema con il linguaggio italiano, il quale è pieno di latinismi e quindi “orti” significa non “appezzamento di terra destinato alla coltivazione di pomodori e zucchine”, bensì “giardini”. Se il lettore non capisce una cosa del genere, non capisce, ovviamente, la poesia di Leopardi. Quindi il primo passo è l’explicatio verborum, cioè la spiegazione della parola, il rendere esplicito un significato che il lettore potrebbe non conoscere. In questo caso il critico parte dal presupposto, dalla supposizione, che il lettore possa avere un'informazione diversa e più povera della sua e colma questo divario. Il lettore esperto non si offende se gli si dice che orti significa giardini; il lettore inesperto sarà grato al critico perché gli ha dato questa spiegazione. Quindi il primo significato di “spiegare” è appunto questo: esplicitare un significato. Il secondo passo della critica, della spiegazione critica, ha anche qui a che fare con l'esplicitazione del significato, ma la cosa diventa un po' più complicata, quindi vi chiedo un attimo di attenzione perché qui diventa una cosa un pochino più sottile. Tutti voi conoscete quei versi de La ginestra (sono i versi 145 e 146), in cui Leopardi scrive: “Così fatti pensieri quando fien, come fur, palesi al volgo”, cioè saranno di nuovo diffusi tra la comunità civile, allora altro fondamento avrà la società stessa e i suoi istituti politici e sociali. Che cosa sono questi “così fatti pensieri”? 9 Chi ha letto La ginestra sa che Leopardi qui fa riferimento essenzialmente alla filosofia dell'illuminismo, e in particolare alla concezione materialistica che egli aveva ereditato da questa tradizione. Nei Paralipomeni, più o meno negli stessi anni, Leopardi parlava della filosofia dell'illuminismo, pensando in particolare al materialismo come quella vetta della filosofia, giunta alla quale era inevitabile che la filosofia ricadesse, perché una volta raggiunto l'acme non si può che decadere. E scriveva appunto in quell’età, cioè nel Settecento, di “un'aspra guerra in onta”: nonostante l'aspra guerra che i poteri politici e religiosi facevano, “altra filosofia regnar fu vista”. Fu vista regnare un'altra filosofia da quella dominante nell'Ottocento, “dinanzi alla quale valorosa e pronta l'età nostra arretrossi appena avvista di quel che più le spiace e che più monta, esser quella in sostanza amara e trista”. Leopardi in quei versi metteva in rapporto il materialismo del Settecento con il suo proprio, chiamiamolo così pessimismo, sostenendo che soltanto la conoscenza della verità, dell'arido vero, consente la formazione di istituzioni politiche e sociali nuove e positive. Quindi, una volta saputo che cosa sono questi “così fatti pensieri”, noi possiamo domandarci: quando questi pensieri furono palesi al volgo? Quando le verità dell'illuminismo materialistico erano note al popolo, quando la gente conosceva queste verità ? Qui il problema è diverso da quello di prima. Prima noi dovevamo spiegare la parola “orti”; qui dobbiamo spiegare quello che Leopardi non dice (quando così fatti pensieri furono palesi al volgo), perché nel passo Leopardi non lo dice esplicitamente. E allora a questo punto noi dobbiamo cercare una risposta al di fuori del testo, ma neanche nel vocabolario: dobbiamo interpretare il testo, cioè dobbiamo cercare qualche altro luogo che spieghi quel "come fur". Mentre di fronte a “orti” noi potevamo, per così dire, aprire un dizionario e vedere se ci fossero accezioni particolari del termine “orti”, e un buon dizionario ci spiegava che nel lessico letterario “orti” significa “giardini”, qui invece noi dobbiamo guardarci intorno, a partire dal testo vedere se ci sia qualche altra fonte che ci spieghi che cosa Leopardi potesse pensare quando sosteneva che c'è stato un tempo in cui il pensiero illuministico (i “così fatti pensieri”) erano diffusi nel volgo. E allora sì, potremmo trovare una risposta, una risposta in un testo. E questo è un lavoro che il critico può fare se gli capita, se ha fortuna, se segue certe piste. Il critico segue delle piste, cioè legge Leopardi e contemporaneamente legge altri testi, i testi, per esempio, che Leopardi ha letto. Questa è una cosa importante che deve fare il critico: avere un'idea di quello che Leopardi conosceva; e per esempio potrebbe accorgersi di una data abbastanza vicina al '36 (data nella quale più o meno Leopardi -per quanto si sa-, ha scritto La ginestra): e cioè che nel '34 Leopardi, da Napoli, avrebbe chiesto un permesso di leggere certi libri proibiti. Allora c'era appunto la censura, e per leggere certi libri messi nell’“index librorum proibitorum” occorreva un permesso. Leopardi aveva chiesto il permesso per leggere alcuni testi di autori più o meno noti e in particolare un libro, dal titolo Abrégé de l'origine des toutes les cultes. Un libro sull’origine delle religioni, di Dupuy, un illuminista minore del fine Settecento, inizi Ottocento. Un libro fortemente irreligioso (L'origine di tutti i culti era un testo proibito non per caso), in cui Dupuy scrive che “la rivoluzione francese” ha messo pienamente in luce questa verità per il popolo”. Non solo. In quel testo Leopardi leggeva: “la morale ha molto più da guadagnare a circondarsi di tutti i lumi della ragione che ad avvilupparsi nelle tenebre della fede”. Ora, se voi leggete il titolo della poesia di Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto, vi trovate sotto un’epigrafe tratta dal Vangelo di Giovanni: “Êáé çãáð çóáí ïé áíèñùð ïé µáëëïí ôï óêïôïó ç ôï ö.ó (kài egàpesan òi àntropoi màllon tò skòtos è 10 tò fòs)” (= gli uomini preferirono le tenebre alla luce): cioè Leopardi mette questa epigrafe tratta dal Vangelo, facendo però riferimento all'opposizione “tenebre – luce” tipica dell'illuminismo, che è una opposizione anti-religiosa: la morale ha molto più da guadagnare a circondarsi di tutti i lumi della ragione che ad avvilupparsi nelle tenebre della fede. Le tenebre sono la fede, e la luce è quella della ragione illuministica, laica, profana, materialistica. Allora quel “come fur” potrebbe essere letto come – nientemeno- che un riferimento alla Rivoluzione francese, il che è abbastanza sconvolgente. Ammetterete che non è tanto ovvio che Leopardi possa, nella Ginestra, proclamarsi come un continuatore del pensiero illuministico (cosa che fa nei Paralipomeni in maniera esplicita, quando contrappone l'analisi della ragione e sentimento all'analisi della ragione ed esperienza: ipotesi e sentimento; analisi, ragione ed esperienza sono i termini, appunto, della gnoseologia illuminista); non soltanto: ma che possa addirittura proclamare questa adesione ai principi della Rivoluzione francese nell'Italia della Restaurazione, posso assicurare, non era tanto ovvio. E questa è una possibile interpretazione, sia chiaro. Ma il critico a questo punto può impegnarsi seguendo una certa traccia. Appunto, deve seguire le piste. Ha trovato quella richiesta di Leopardi di leggere certi libri, è andato a leggere quei libri e trova delle curiose, anche inquietanti [corrispondenze] (cioè io l'ho presentata come un'ipotesi, non pretendo che sia vera); ma trova dei passi in quel testo di Dupuy, che Leopardi sicuramente ha letto (l'opera di Dupuy l'aveva già letta nel '24, quindi decide di rileggerla nel '35). E allora a questo punto il sospetto è forte. E’ forte il sospetto che quando Dupuy scrive: “la morale ha molto più da guadagnare a circondarsi di tutti i lumi della ragione che ad avvilupparsi nelle tenebre della fede” Leopardi, consapevolmente, metta quel versetto del Vangelo interpretandolo in maniera rovesciata. Non solo. Un passo qualsiasi di Dupuy: “che l'uomo se sia considerato il punto centrale a cui conducono tutte le mire della natura, è un errore simile a quello che gli faceva credere che la Terra fosse al centro dell'universo. Il sistema di Copernico ha distrutto quest'ultimo pregiudizio ma il primo permane ancora e serve di base al culto religioso. L'uomo ha creduto e crede tutt'ora che tutto sia fatto per lui. Se l'uomo si fosse messo al suo vero posto e non avesse ignorato queste verità, ossia che è collocato nella classe degli animali, ai cui bisogni la natura provvede attraverso leggi generali e invariabili, non avrebbe mai cercato tra gli esseri invisibili un sostegno che doveva trovare solo in sé stesso, nell'esercizio delle sue facoltà intellettuali e nell'aiuto dei suoi simili”. Questa è una delle classiche fonti che i filologi e i critici positivisti indicavano tra le fonti della Ginestra. E il concetto fondamentale della Ginestra è in questo passo di Dupuy. Quindi la possibilità di spiegare quel “come fur” come un riferimento nientemeno che alla Rivoluzione francese potrebbe trovare qualche riscontro. Il critico comunque si è avventurato in una zona, diciamo, di opinabilità. Lo dico io per primo. Non sostengo questa interpretazione, però sostengo che è possibile, cioè che c'è una pista che porta in quella direzione; in una direzione dove scopriremmo un Leopardi molto più audace di quanto magari pensassimo. Forse per l'esasperazione in cui [lo ponevano] certe vere e proprie persecuzioni che lo turbavano a Napoli, compresa la chiusura, l'impedimento della censura di pubblicare le sue opere: insomma questa esasperazione potrebbe anche averlo condotto a una indicazione polemica così straordinariamente eclatante. Non è facile, ripeto, in piena Restaurazione, tirar fuori un giudizio del genere sulla Rivoluzione francese. Spiegare quindi, ha a che fare con l'interpretazione. Dove il critico diventa responsabile di quello che sta dicendo, di quello che sta facendo, nel senso che segue delle piste, trova dei rapporti, indica delle derivazioni e propone una lettura di un testo che non è 11 più semplice explicatio verborum, ma è qualcosa di più: se quel “come fur” lo interpretiamo come un riferimento alla Rivoluzione francese, il testo assume un significato -e anche implica dei riferimenti all'esperienza personale dell'autore nell'epoca in cui lo scriveche altrimenti non verrebbero alla luce. Ci sono interpretazioni diverse di quel “come fur”, che se mai discuteremo più avanti. Il passo successivo (e dico successivo per modo di dire), è quello della descrizione del testo. Cioè descrivere un testo non è la cosa più ovvia che ci sia. E’ una questione abbastanza complicata, perché descrivere il testo non significa riassumerlo (tra l'altro un buon riassunto è sempre una buona cosa; che il critico renda conto dei contenuti del testo, è sempre utile). Il problema semmai, in questo caso, è di rendere conto di certi aspetti strutturali del testo. Non mi riferisco tanto allo strutturalismo vero e proprio che è una corrente critica ben nota e credo ne abbiate sentito parlare; ma, diciamo, il critico che vuole descrivere un testo deve cercare delle caratteristiche del testo, di tipo formale, o sintattico, o semantico: insomma degli elementi che attraversano il testo, che in qualche modo ne sono la gènesi interna; cioè [interrogarsi su] quali siano i punti di forza su cui il testo si instaura, quali siano i rapporti tra le parti che possono essere ricondotti a un principio di generazione interna -per così dire. Il critico deve in qualche modo raccontare come il testo si è fatto, come il testo si fa, come viene fuori: quali sono le linee di forza che lo attraversano, intorno a cui gli altri elementi si aggregano e si ordinano. Io farò soltanto un esempio di una possibilità di descrizione, e cioè -ancora una volta- mi riferisco all'autore appena citato. Voi avete di fronte una caratteristica tecnica fondamentale nei Canti, e cioè che a partire dal '28, da A Silvia, Leopardi adotta un modello metrico che va sotto il nome antonomastico di “canzone leopardiana”, la cosiddetta “canzone libera”. La canzone libera può essere descritta in maniera molto semplice: le stanze sono sempre degli endecasillabi o dei settenari, ma hanno un numero di versi variabile da stanza a stanza, mentre la canzone tradizionale aveva stanze dello stesso numero di versi. I versi possono essere rimati o non rimati, cioè ci sono molti versi irrelati, e quindi non vi è corrispondenza di schema dalla prima stanza all'ultima. C’è una libertà appunto, perciò la canzone leopardiana è detta anche canzone libera. Ora questa forma è, ripeto, facilmente descrivibile. Ma la descrizione non è completa se noi non ci chiediamo che cosa la giustifichi, quale sia il principio che ha suggerito a Leopardi una scelta di questo genere, che Leopardi evidentemente matura in tempi molto rallentati, perché voi sapete che le dieci canzoni che pubblica nel 1824 seguono in maniera molto sperimentale gli schemi della tradizione petrarchesca; Leopardi già allora sperimentava alcune variazioni rispetto al modello antico. E però qui abbiamo un radicale distacco. “Da dove nasce?”. Ecco, questa è la domanda che il critico deve farsi. Una volta descritto il testo (nel caso che ho letto la descrizione è semplicissima), [quella che ne scaturisce] è la descrizione di una struttura metrica che presuppone una struttura tradizionale da cui Leopardi si distacca in maniera vistosa. Anche lo studente meno esperto di metrica si accorge di questo spostamento. Ma da dove nasce questa invenzione? Cioè alla descrizione noi dobbiamo accompagnare una ipotesi di spiegazione (la descrizione non è completa se noi non cerchiamo di spiegarla). Dov'è la spiegazione? In questo caso la spiegazione, per fortuna, ce la dà lo stesso Leopardi che essendo (come ho già anticipato), il maggior teorico della letteratura verso il nostro Ottocento, sapeva benissimo quello che 12 faceva, e lo dice in maniera perfettamente limpida. Dove? Naturalmente (i critici sono fortunati quando parlano di Leopardi perché hanno un materiale di assoluto valore, autografo) nello Zibaldone. Leopardi nello Zibaldone elabora una teoria estetica di derivazione schiettamente empiristica, derivata proprio dai maestri dell'empirismo settecentesco. Jung diceva: “la bellezza non è una qualità delle cose in sé, esiste solo nella mente che le contempla”. Questo radicale soggettivismo estetico Leopardi lo fa proprio fin dall'inizio, fin dalle prime pagine dello Zibaldone e non solo. Leopardi estende questa teoria sensistica (che badate bene, è la stessa che poi Kant consacra nella Critica del giudizio, quindi siamo al centro: Leopardi non è mai periferico, Leopardi è al centro della rivoluzione estetica tra Sette e Ottocento), e scrive a proposito della metrica: “quante cose si potrebbero dire circa l'infinita varietà delle opinioni e del senso degli uomini rispetto all'armonia delle parole. Osserverò solo alcune cose relative all'armonia dei versi. Se esistesse un'assoluta armonia e se i versi italiani fossero assolutamente armoniosi, lo sentirebbe tanto il forestiero e il fanciullo ignorante della lingua quanto l'italiano adulto, né più né meno. E se questa assoluta armonia e questi versi assolutamente armonici fossero assoluta e natural cagione di diletto per sé stessi, lo sarebbero universalmente e non più all'italiano, che allo straniero o al fanciullo”. E poi continua: “un italiano assai colto ma non avvezzo a leggere poesia nostra, leggendogli una canzone del Petrarca, mi disse quasi vergognandosi, che trovava privo di armonia quel metro, e che il suo orecchio non era per niente dilettato. Il qual metro, la metrica della canzone petrarchesca, somiglia a quello delle odi greche, composte di strofe, di antìstrofe ed epodo, ed ha un'armonia così nobile e grave ed atto alla lirica sublime.” Questo italiano assai colto ma poco avvezzo a leggere poesia, non coglieva l’armonia (questa successione di strofe, antistrofe ed epodo che caratterizzerebbe, secondo Leopardi, la stanza petrarchesca). E poi, dice Leopardi, “io che sono avvezzo a leggere poesia (tanto avvezzo che ne scriveva pure), la vedo come un'armonia così nobile e grave, così atta alla lirica sublime”. Se non c'è l'assuefazione, non si colgono le proprietà dell'opera d'arte. E' solo un fatto. Ecco, il termine assuefazione è proprio il termine humiano, di Hume., “habitude” - l'abitudine. Noi articoliamo il mondo e ne cogliamo le proprietà là dove si sedimentano in noi quelle categorie, che sono appunto le assuefazioni, attraverso cui leggiamo la realtà. Chi non è avvezzo alla poesia, non ha elaborato questa abitudine e non coglie l'armonia del verso. Non la coglie, non la percepisce! E quindi, quelle strutture proprie della lirica tradizionale che sembrano così naturali, così immediatamente percepibili al pubblico abituato, in realtà non hanno un fondamento naturale: sono soltanto, a loro volta, un frutto di convenzione, l'accumulo di certe convenzioni che non sono natura, sono abitudine. Sono habitude, le abitudini del passato, ma non hanno un fondamento, diremo noi, ontologico. Ecco, Leopardi individua una delle svolte fondamentali dell'estetica moderna: le leggi dell'arte non sono iscritte nella natura. Sono artificio, sono fondate sull'abitudine, sull'esercizio, sull’assuefazione, e come tali possono essere modificate e cambiate. E allora quando Leopardi scrive la canzone libera, non si rivolge più al pubblico della “repubblica delle lettere” tradizionale, che riconoscerebbe subito l'armonia del verso petrarchesco e della stanza petrarchesca: si rivolge, per così dire, a quell'italiano assai colto ma non avvezzo a leggere le poesie. Non gli chiede di riconoscere quelle strutture tradizionali. Ne crea un'altra che può essere, per così dire, esperita anche dall'italiano, pur sempre assai colto (perché è difficile che Leopardi si rivolgesse proprio alla sua donna di servizio: questo non faceva parte ancora delle regole concepibili per uno scrittore 13 illustre come Leopardi intendeva essere); ma certamente il Leopardi si muove al di fuori delle regole della repubblica letteraria tradizionale. Gli offre un prodotto che di volta in volta inventa la propria struttura interna e che anche un italiano assai colto ma non avvezzo a leggere poesie può, per così dire, percepire nel suo flusso, nel suo scorrere, ancora una volta contingente. Mentre la stanza della canzone petrarchesca offriva un tipo di cui ogni stanza successiva era la replica, la ripetizione, invece nella canzone leopardiana ogni stanza inventa il proprio ritmo, la propria struttura interna, e quindi è inserita in un flusso di contingenza. Questa può essere una spiegazione, che connette la descrizione del testo, la sua descrizione "strutturale", nel nostro caso molto elementare -appunto la struttura della canzone leopardiana- la connette a una ragione che dovrebbe spiegarla. In questo caso la ragione ce l'ha data Leopardi stesso. Se noi pensiamo, e ovviamente questo dipende dalla responsabilità del critico, che l'estetica di Leopardi sia un'estetica fondamentalmente di origine humiana, empiristica, sensistica, come del resto lo Zibaldone dimostra abbondantemente, allora l'invenzione della canzone libera discende precisamente da questa ipotesi, da questa scelta di ordine propriamente filosofico. Leopardi è coerente in questo: dalla gnoseologia arriva alla metrica. Questo autore che spesso noi consideriamo frammentario -e certo cambia nel corso del tempo- in realtà ha una sua sistematicità. Se lui ha una certa gnoseologia, la gnoseologia degli empiristi e dei sensisti, la sua metrica rifletterà la sua gnoseologia. In questo Leopardi è più coerente di quanto la critica tenda a credere. Naturalmente l’explicatio verborum - esplicitazione del significato, che è un modo della spiegazione; interpretazione - un secondo modo della spiegazione; descrizione e ipotesi genetica, cioè ciò che sta dietro questa forma che abbiamo di fronte, non esauriscono il lavoro del critico. Non lo esauriscono, però sono alcune delle tappe tipiche del lavoro del critico. L'ipotesi genetica può andare oltre. Oltre a trovare la sua fonte nella mente, nella filosofia, nell’ideologia di Leopardi, si può andare oltre, avanzare ipotesi più generali. Io mi fermerei qui, perché è più prudente: diffido molto delle spiegazioni che poi dopo chiamano in causa la società, la storia ecc… Certamente dietro tutto quello che ho detto c'è un'idea, ed è l'idea che la modernità si caratterizzi come l’ “esperienza del contingente” e in Leopardi, ancora una volta, questa immagine della modernità sia resa esplicita. La struttura della canzone segue il flusso del contingente, non è più immagine di “áéùí - aiòn - il tempo dell'essere”, ma è immagine di “÷ñïíïó - kronos - il tempo del divenire”. Io mi fermo qui, così c'è spazio, penso, spero, per domande o obiezioni, richieste di chiarimenti, naturalmente critiche. Stiamo parlando di critica, quindi siete autorizzati a farmi tutte le critiche che volete. Grazie. D - Vorrei chiederLe di spiegare l'ultimo concetto che ha espresso, cioè i motivi per i quali Lei si fida poco di una spiegazione critica nella quale entri uno sfondo storico o uno sfondo storico abbia un peso importante. Che cosa vuol dire esattamente, e fino a che punto ciò resta valido? R - Diffido perché è il passaggio più difficile, più complicato, e rischia di cadere nel determinismo. Non perché lo ritenga impossibile, anzi, però è molto difficile. Il modello che io conosco più valido, diciamo, di un'ipotesi genetica che al di là delle testimonianze che ho citato (che sono sempre testimonianze testuali dell'autore o di letture che l'autore ha fatto e così via) 14 investa –diciamo- l'extraletterario, in maniera forte, rischia sempre di caratterizzarsi come attraverso un modello di tipo deterministico. Cioè il rischio è quello di offrire un modello di tipo causale e deterministico. La società ha certe caratteristiche e allora ta-ta-tac. Ora io non escludo che ci siano certi rapporti di causa ed effetto, figuriamoci, ci sono senz'altro. Vanno modulati con molta attenzione, cioè attraverso tutte le mediazioni necessarie. Per esempio, se noi parliamo della modernità in generale, cercando di capirne i tratti costitutivi relativi alla mentalità collettiva, allora questa è una possibile linea: perché certamente la percezione del divenire come scorrere, dove non c'è più la ripetizione ciclica di schemi e modelli comportamentali tradizionali, ma dove ogni individuo deve inventare il proprio modello di vita, e dove questa condizione via via si allarga dal centro alla periferia, dalla città alla campagna, come noi vediamo, a cicli, ecco questo ha a che fare con le modalità di autorappresentazione della collettività e quindi anche degli individui che la costituiscono. E quindi abbiamo una mediazione comprensibile. Se invece parliamo direttamente e brutalmente di sistemi di produzione, di struttura e sovrastruttura, non credo che [questa modalità di interpretazione] sia del tutto falsa, però rischia di essere estremamente -come si può dire?- sommaria. Bisogna passare attraverso le transizioni necessarie: quindi lo studio delle mentalità, lo studio dell'autopercezione, che a sua volta si affida per altro a quei testi che stiamo leggendo, quindi con un certo rischio di circolarità naturalmente. Cioè da un punto di vista epistemologico è molto complicato. Questo ricorda il problema della spiegazione storica in generale. Io credo che nell'ambito della storiografia, a partire da qualche decennio, diciamo, è tornato di attualità il concetto di racconto storico, e cioè il nesso narrativo è in sè una spiegazione. Non è necessario trovare, per spiegare gli avvenimenti storici, dei rapporti di causa e di effetto di tipo deterministico. E' sufficiente trovare delle connessioni di tipo narrativo. Io credo che sia questo lo scopo della spiegazione critica di tipo extraletterario, cioè quando chiamiamo in causa l'extraletterario: non è tanto trovare un rapporto di causa e di effetto tra ciò che è fuori e ciò che è dentro nella letteratura -ammesso che questa distinzione sia chiara, perché non è chiaro cosa c'è dentro e cosa c'è fuori, ma… lasciamo perdere. E' opportuno dare al nostro discorso, per così dire, una struttura narrativa, piuttosto che riportarci al concetto di causa e di effetto. Qui c'è un buon esempio dato da un filosofo della storia, mi pare William Dray. Faceva questo esempio molto banale, ma può illustrare la cosa. Lui parlava di colmare le lacune: la spiegazione è un modo di colmare le lacune. Noi abbiamo davanti un fenomeno, un altro fenomeno, e cerchiamo di capire che cosa ci sia in mezzo. La spiegazione causale cerca di colmare le lacune, di individuare la catena che da quel primo fenomeno ha portato al secondo fenomeno. Allora lui dice: Mi si è fuso il motore della macchina. Vado dal meccanico e quello mi spiega che c'è una perdita d'olio e il motore mi si è fuso. E io ho una spiegazione. Calma! Ho una spiegazione solo se io so che c'è un nesso tra l'olio e il motore, cioè se so che se il motore non è oliato, i pezzi del motore entrano in attrito, l'attrito scalda il metallo e a questo punto il metallo fonde e grippa , come si suol dire. Non solo. Io potrei andare avanti. Potrei chiedermi a quale temperatura si scioglie il metallo, altra lacuna da colmare. Altra lacuna da colmare: qual'è la composizione molecolare del metallo che fa sì che sia quella la temperatura, ecc… 15 Se io volessi colmare, saturare l'intero passaggio dal primo fenomeno all'ultimo, non finirei mai. In realtà, dice Dray, quello che ci interessa non è tanto capire perché è accaduto un fenomeno, ma come mai. Cioè qual'è stata la condizione di possibilità per cui il fenomeno si è verificato. Se io so vagamente che l'olio è importante per il motore, a me è sufficiente. Io so come mai il mio motore si è fuso. Non tanto il perché. Perché se dovessi chiedermi il perché fino in fondo, andrei avanti all'infinito. Dovrei chiamare in causa la teoria della relatività e chissà quante altre cose. Insomma il Big Bang e tutto quanto, com'è fatto l'universo, no?, per cui quella cosa li è successa. Evidentemente una spiegazione causale completa non è possibile. In realtà noi ci accontentiamo -per percepire una spiegazione, per sentire appagato il nostro desiderio di spiegazione- ci accontentiamo del sapere la condizione di possibilità per cui è successo quello. In questo senso la narrazione, il racconto, è esemplare. Un racconto non ci spiega mai perché… che so, perché Julien Sorel ha fatto quella cosa. Ci spiega come mai, qual'era la condizione di possibilità per cui Julien Sorel ha fatto quella cosa. Non c'è mai una vera spiegazione causale nel racconto: c'è semmai un nesso narrativo che consiste nella condizione di possibilità, nel come mai, non nel perché. Ecco, se il critico si attiene a questo criterio allora può andare avanti in giro per il mondo e trovare tutti i nessi che vuole. Se pretende di più, se pretende di trovare la causa, di vedere questa come la causa dell'altro, allora secondo me sbaglia. Sbaglia perché la catena delle cause è infinita. D - Questo vale anche per il rapporto dell’autore con la propria opera, con il proprio contesto storico, con le altre proprie opere? R - Certo, certo, lì non c'è sicurezza. Siamo di fronte a una buona probabilità, che poi però può essere contraddetta da altre ipotesi. Quella è una (come la chiamano i linguisti) isotopia appunto intertestuale a cui si possono contrapporre altre isotopie, e quindi in questo caso il critico deve assumersi una responsabilità, cioè deve avere una certa immagine di Leopardi e difenderla strenuamente, davanti alle obiezioni –supponiamo- di ermenèuti di ispirazione heideggeriana, per esempio. Davanti a Severino per esempio io dovrei accanirmi in un'ipotesi di interpretazione leopardiana completamente diversa dalla sua per difendere questa filiazione diretta. Ma questo è il bello della critica: l'aspetto polemologico della critica è poi la cosa che ci da’ più soddisfazione, naturalmente. Il piacere di discutere. Naturalmente dà soddisfazione se c'è nell'interlocutore la voglia di confrontarsi, altrimenti è solo frustrante. Però mi sembra che il punto cruciale sia proprio questo: il concetto di spiegazione del critico in tutte queste fasi (soprattutto le fasi più cruciali, quelle dove va oltre il testo e cerca nessi) deve essere ricondotto al principio di condizioni di possibilità piuttosto che di causa. Quindi non ritenere che fosse un effetto necessario. No: indicare quelle condizioni di possibilità per cui Leopardi ha inventato la strofa libera. Data quella condizione Leopardi poteva inventare la strofa lirica; ma non è una conseguenza. C'è un momento di invenzione: a Leopardi è venuta in mente questa cosa, a un altro non è venuta in mente. Di scrittori che si ispiravano al sensismo ce ne sono: anche Parini si ispirava al sensismo, ma gli è venuto in mente tutto tranne che quello. E, se non ci sono altri interventi, possiamo anche congedarci 12月9日 Lo scopo dei governi (siccome quello dell'uomo) è la felicità dei governati....

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