Giacomo 的个人资料Il giardino di Giacomo L...照片日志列表更多 工具 帮助

日志


4月29日

De Sanctis e Giacomo

Un colosso, una meschinità

         Intanto Giacomo Leopardi era giunto tra noi. Avevo una notizia confusa delle sue opere. Anche di Antonio Ranieri non sapevo quasi altro che il nome. Il marchese citava spesso con lodi l'abate Greco, autore di una grammatica, il marchese di Montrone, il Gargallo, il padre Cesari, il Costa, e sopra tutti essi Pietro Giordani. Tra' nostri citava pure il Baldacchini, il Dalbono, il Ranieri, l'Imbriani. Di tutti questi non avevo io altra conoscenza se non quella che mi veniva dal marchese. Una sera egli ci annunziò una visita di Giacomo Leopardi; lodò brevemente la sua lingua e i suoi versi. Quando venne il dì, grande era l'aspettazione. Il marchese faceva la correzione di un brano di Cornelio Nepote da noi volgarizzato; ma s'era distratti, si guardava all'uscio. Ecco entrare il conte Giacomo Leopardi. Tutti ci levammo in piè, mentre il marchese gli andava incontro. Il conte ci ringraziò, ci pregò a voler continuare i nostri studi. Tutti gli occhi erano sopra di lui. Quel colosso della nostra immaginazione ci sembrò, a primo sguardo, una meschinità. Non solo pareva un uomo come gli altri, ma al disotto degli altri. In quella faccia emaciata e senza espressione tutta la vita s'era concentrata nella dolcezza del suo sorriso. Uno degli "Anziani" prese a leggere un suo lavoro. Il marchese interrogò parecchi, e ciascuno diceva la sua. Poi si volse improvviso a me: "E voi, cosa ne dite, De Sanctis?" C'era un modo convenzionale in questi giudizi. Si esaminava prima il concetto e l'orditura, quasi lo scheletro del lavoro; poi vi si aggiungeva la carne e il sangue, cioè a dire lo stile e la lingua. Quest'ordine m'era fitto in mente, e mi dava il filo, era per me quello ch'è la rima al poeta. L'esercizio del parlare in pubblico avea corretto parecchi difetti della mia pronunzia, e soprattutto quella fretta precipitosa, che mi faceva mangiare le sillabe, ballare le parole in bocca e balbutire. Parlavo adagio, spiccato, e parlando pensavo, tenendo ben saldo il filo del discorso, e scegliendo quei modi di dire che mi parevano non i più acconci, ma i più eleganti. Parlai una buona mezz'ora, e il conte mi udiva attentamente, a gran soddisfazione del marchese, che mi voleva bene. Notai, tra parecchi errori di lingua, un onde con l'infinito. Il marchese faceva sì col capo. Quando ebbi finito, il conte mi volle a Sé vicino, e si rallegrò meco, e disse ch'io avevo molta disposizione alla critica. Notò che nel parlare e nello scrivere si vuol porre mente più alla proprietà de' vocaboli che all'eleganza; una osservazione acuta, che più tardi mi venne alla memoria. Disse pure che quell'onde con l'infinito non gli pareva un peccato mortale, a gran maraviglia o scandalo di tutti noi. Il marchese era affermativo, imperatorio, non pativa contraddizioni. Se alcuno di noi giovani si fosse arrischiato a dir cosa simile, sarebbe andato in tempesta; ma il conte parlava così dolce e modesto, ch'egli non disse verbo. "Nelle cose della lingua, -disse-, si vuole andare molto a rilento", e citava a prova Il Torto e il Diritto del padre Bartoli. "Dire con certezza che di questa o quella parola o costrutto non è alcuno esempio negli scrittori, gli è cosa poco facile". Il marchese che, quando voleva, sapeva essere gentiluomo, usò ogni maniera di cortesia e di ossequio al Leopardi, che parve contento quando andò via. La compagnia dei giovani fa sempre bene agli spiriti solitari. Parecchi cercarono di rivederlo presso Antonio Ranieri, nome venerato e caro; ma la mia natura casalinga e solitaria mi teneva lontano da ogni conoscenza, e non vidi più quell'uomo che avea lasciato un così profondo solco nell'anima mia".

         Francesco De Sanctis, La giovinezza, Einaudi, Torino, 1961, pp. 74-76.

4月28日

Pisa

TEORIA DELL’EDUCAZIONE LETTERARIA
VERONA
(Prof. Paola Tonussi)
Lezione 6 (on-line): “All’apparir del vero…”: Giacomo
Leopardi, il sogno, il ricordo e le illusioni.
Nell’inverno e nella primavera del 1828, Giacomo Leopardi si
trovava a Pisa: laggiù conseguiva nuovamente il sogno a lungo
accarezzato, di lasciare Recanati.
Il distacco tanto sospirato dal paese natale gli era costato anni
di trattative con i genitori, con i pochi amici che mantenevano
con lui relazioni epistolari e con i parenti; per prorogare il più
possibile il suo ritorno, aveva perciò accettato di compilare una
raccolta delle proprie liriche, con i cui proventi riuscire a
mantenersi.
Non era la prima volta che Giacomo lasciava l’aristocratico
palazzo avito, il paese e lo scenario esiguo della piazza e della
chiesa, che riusciva a vedere dalle finestre della biblioteca
paterna. Ma, com’era già successo in passato, staccandosi da
Recanati sembrava che la lontananza da una casa tutto sommato
amata e la memoria, in lui capace di trasfigurare ogni cosa,
avessero il potere di idealizzare Recanati da prigione, così come
lui la descriveva nelle sue lettere, ad un paradiso perduto del
ricordo.
Il poeta soffriva una contraddizione intima, che lo avrebbe
accompagnato sempre: a Recanati si sentiva isolato, tagliato
fuori dal mondo delle lettere e dai letterati del suo tempo,
costretto a limitare la propria esistenza tra la biblioteca del conte
Monaldo e i dintorni prossimi alla casa paterna, che soleva
percorrere a piedi nelle passeggiate solitarie. Sognava in modo
febbrile di lasciare quei luoghi eppure, lontano da essi, dal
fratello Carlo e dalla sorella Paolina, la distanza e la separazione
li idealizzavano nell’unico posto in cui avrebbe potuto vivere, e
vivere felice.
Da tempo la sua poesia taceva. Era come se essa, per spiccare
il volo, avesse avuto bisogno della visione conosciuta da sempre
di Montemorello, delle piccole vie impervie sulle colline di
Recanati, di quell’orizzonte che, dietro a sé, schiudeva una serie
infinita d’orizzonti simili avvolti dalla foschia della lontananza, dei
passeri che svolavano alti sul tetto del palazzo paterno, sulla
chiesa e sulla piazza e che, in primavera e in estate, lanciavano
all’aria il loro canto.
A Pisa aveva preso a pigione un piccolo appartamento presso
una famiglia, che ospitava in genere studenti per pochi scudi, ma
la sua stanza dava a ponente sopra un orto e la illuminavano due
finestre alte, da cui la vista poteva spingersi fino all’orizzonte. Il
soggiorno a Pisa si prospettava dolce e riposante.
Ogni giorno, Leopardi usciva in città e seguiva il fiume,
camminando a lungo: gli piaceva quel clima, in cui vi era “quasi
sempre un’aria di primavera”, e gli piaceva lo spettacolo offerto
dal Lungarno dove, specie con il bel tempo, si affollavano
carrozze e pedoni e i raggi del sole facevano brillare gli stucchi
dorati dei caffè, le vetrine delle botteghe, le finestre dei palazzi
raffinati.
Rientrando suonava il campanello con un suo tocco speciale,
che lo annunciava alla famiglia e in particolare alla sorella della
padrona di casa, con la quale aveva fatto amicizia: la giovane si
chiamava Teresa Lucignani, e incantava Giacomo con la sua
freschezza.
Dotata di una bellezza pacata, quasi non istruita, Teresa
aspettava sul balcone che il conte recanatese tornasse, e lui
aspettava di essere riconosciuto da lei al tocco del campanello,
per riderne in modo fanciullesco.
Lo Zibaldone, nel giugno del 1828, celebra “una giovane dai
sedici ai diciotto anni”, la quale ha nel viso, nei gesti, nella figura
un “non so che di divino”.
La bella pisana si confondeva nella fantasia di Giacomo
Leopardi con il fanciullesco fantasma d’amore di un’altra ragazza
che portava lo stesso nome, morta a Recanati nel pieno della
giovinezza, Teresa Fattorini: dalle finestre del proprio palazzo,
Giacomo ne scorgeva la stanza nella casa del cocchiere, e da
lassù vedeva anche la camera di una piccola tessitrice, la quale
lavorava vicina alla finestra. Rievocandone la memoria circa
trent’anni dopo, il fratello Carlo doveva parlare di entrambe
come di “affetti lontani e prigionieri”.
La separazione da Recanati iniziava però ad agire su Leopardi,
in quella stagione pur singolarmente serena della sua vita.
Frequentava salotti e dimore elevate, godendosi anche i vantaggi
della sua reputazione di poeta ma, confessava ad un amico,
“avrei maggior concetto di me stesso se mi credessi capace di
farmi amare, che di farmi stimare”. I sogni di gloria della sua
prima giovinezza lo avevano abbandonato ormai definitivamente.
Le Operette morali erano state pubblicate l’anno precedente.
Non gli avevano portato quel riconoscimento, in cui l’autore
aveva sperato, per poter vivere unicamente della propria poesia.
Con le Operette, il suo pessimismo si era venuto però
decantando e mitigando in un patrimonio di tristi certezze stabili,
in una specie di nitida e inevitabile disperazione senza lacrime.
La nostalgia di casa e dei familiari lo cullava adesso con sogni
ad occhi aperti, di cui raccontava nelle lettere ai fratelli; il ricordo
di tutto ciò che di familiare e di caro si era lasciato indietro
rendeva dolce il suo sognare. Il ricordo, le visioni evocate, una
nostalgia ormai quasi incoercibile lo portavano nuovamente
verso la poesia.
Così ne parlava alla sorella Paolina, in una lettera del 25
febbraio 1828:
Io sogno sempre di voi altri, dormendo e vegliando: ho qui in Pisa
una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle rimembranze: là vo
a passeggiare quando voglio sognare ad occhi aperti.
Un tempo, il poeta aveva creduto impossibile riuscire a
comporre poesia o anche solo abbandonarsi al sogno fuori di
Recanati. Ora l’impulso a scrivere veniva in maniera del tutto
inaspettata anche lontano di là: porsi a comporre lirica, o anche
semplicemente ordinare le proprie carte in vista della raccolta
poetica, era per lui come una sorta di tuffo nel passato.
Sempre a Paolina confessava:
… ho fatto dei versi quest’aprile; ma versi veramente all’antica, e
con quel mio cuore d’una volta… (2 maggio).
E, mentre la primavera pisana avanzava per mutarsi quasi in
estate, non cessava in lui l’impeto di energia creativa, che faceva
seguito ad anni di aridità. Il cuore pareva come riemergere da
uno stato, divenuto ormai abituale, d’indifferenza e freddezza, e
tornava a palpitare, a ricordare, a soffrire, a commuoversi.
All’amico Giordani, il poeta confessava invece un’indicibile
stanchezza e la fatica di una vita ridotta a “noia e pena”. Perché
questa contraddizione?
Ridestando il “cuore d’una volta”, Giacomo Leopardi aveva
operato la rievocazione di ogni suo affetto passato, una specie di
lento disgelo dell’anima e un riaffiorare del sentimento di pietà
che, come annotava nello Zibaldone, facendo “rea d’ogni cosa la
natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge (…) il
lamento (…) a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’
viventi” (4428). Da tale fondo di cupa angoscia germogliavano in
un futuro non lontano, ma nascendo però dai semi coltivati già a
Pisa, i fiori straordinari dei grandi idilli.
Spinto a ricordare e a riflettere sul passato, Leopardi toccava
un entusiasmo lirico che lo incalzava a ripercorrere idealmente le
tappe ideali della propria vita: la resurrezione delle chimere di
gioventù avveniva nella tenera primavera pisana con tutta la
violenza che una volta aveva visto il loro nascere e il loro
spegnersi sconfortante nel piccolo poeta deforme, povero e
timido.
Egli rivedeva da lontano il passato, i desideri ardenti, le
speranze che lo avevano sostenuto, e poi il pianto sconsolato
dinanzi al crollo delle illusioni che la vita gli aveva insegnato, la
rivelazione crudele del vero e il susseguente stato di fredda
apatia in cui ad intervalli era caduto dopo la delusione cocente, e
infine il desiderio, altrettanto ricorrente per lui, di morte e di
finire con il dolore che lo straziava.
Da un periodo di totalizzante ripiegamento su se stesso, dal
colloquiare assiduo con la propria realtà interiore, prendeva così
l’avvio la linea del canto negli idilli, e sempre come vocazione
lirica e partendo da stimoli immediati, intrecciati alla sua
situazione esistenziale.
Il viso e la grazia mite di Teresa Lucignani gli riportavano alla
memoria altri visi di ragazze ammirate di lontano nella sua prima
giovinezza a Recanati, quali Teresa Fattorini e la piccola tessitrice
Maria; ascoltando lei, che gli parlava, riascoltava il poeta altre
giovani donne, un tempo udite dall’alto della sua finestra, mentre
riponeva sullo scrittorio il libro cui era intento; la fanciulla che nel
fiorire della sua primavera viveva nella stessa casa in cui lui
viveva si sovrapponeva ad un’altra, recisa invece prima del suo
sbocciare pieno alla vita.
Tutto questo rivedeva come davanti agli occhi della memoria
Giacomo Leopardi e, per le impenetrabili e misteriose ragioni del
cuore, con la memoria erano risorti dall’oblio del passato anche
gli inganni dell’esistenza sulla terra, e la natura, che pure di
recente gli si era data nella sua vitalità e capacità di portare
gioia, mostrava ora di nuovo il suo male intimo.
Animato da tali sentimenti, il 19 aprile 1828, il poeta affidava
così alla pagina tutto questo e iniziava una lirica celebre, la quale
diceva ciò che Rolando Damiani con ampia sensibilità poetica
definisce “l’interrogativo forse più struggente della lirica
italiana”:
Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?.
Leopardi avrebbe in seguito ripreso la canzone, apportandone
però solo modifiche lievi: la composizione avveniva di getto, in
soli due giorni. Il poeta impiegava per la prima volta una nuova
misura poetica, fatta di stanze libere, endecasillabi e settenari,
ricca di assonanze e rime rare, che reputava più adatta a
rendere i movimenti spontanei dell’anima, l’effusione sciolta dei
sentimenti e il riaffiorare libero del ricordo.
Le voci delle giovani conosciute si fondevano in una sola,
quella di Silvia, la quale diffondeva intorno a sé la propria
armonia e, mentre si dedicava ai lavori gentili, lasciava scorrere
il pensiero sulle speranze di un futuro, che lei si figurava lieto ad
attenderla:
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
La primavera della vita coincideva con la primavera reale,
nella stagione mite dell’anno.
Dal palazzo paterno, il poeta abbandonava allora un tempo gli
studi, e si poneva ad ascoltare il canto femminile e insieme il
rumore attutito, prodotto dalla mano che si muoveva veloce sulla
tela. Lo sguardo si allontanava dalla scena vicina e poi vi si
ripiegava grato, incapace di esprimere quanto il cuore provava:
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Tutte le rimembranze riemergevano alle soglie del cuore, e
dalla profondità di un passato che il poeta credeva dimenticato:
loro, le rimembranze del passato, alla luce della fantasia
presente erano sublimate in poesia con tutta la loro forza intatta.
La musica della lirica leopardiana tendeva a raccogliersi e ad
accordarsi intorno ad un’unica nota prevalente, che a Silvia
faceva acquistare il significato del simbolo.
In un appunto poco più tardo, Giacomo descriverà infatti il
“fiore purissimo (…) di gioventù”, che ci tocca e ci emoziona
nell’immagine e nella voce di una fanciulla, insieme con il
“pensiero de’ patimenti che l’aspettano”, e l’”indicibile fugacità”
della sua vita, da cui scaturisce “il ritorno sopra noi medesimi” e
“il sentimento di compassione” che ci avvince per lei, per noi e
insieme per tutti gli uomini, segnati da un identico destino finale.
La giovinezza ancora ignara di Silvia, spezzata da una morte
prematura, e le illusioni di Giacomo, destinate a spegnersi
dinanzi al sorgere del vero, confluivano in una sola immagine
poetica e la figura della donna si fondeva con il mito delle attese
o delle speranze giovanili, o ancora con il mito della giovinezza,
ma qui rappresentato e fatto respirare in una creatura mortale,
realmente vissuta e ammirata:
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Sempre, l’intermittente sospiro dell’anima continuava a
riverberare la linea smossa e sinuosa del ragionamento interiore,
e la lirica assumeva i toni di un’accorata confessione, dagli
accenti appena modulati: la disillusione aveva portato poi,
davanti alla “sventura”, un “affetto” che premeva il cuore,
“acerbo e sconsolato”.
La denuncia della crudeltà naturale della morte si risolveva in
un’accorata supplica, un’implorazione straziante nella sua
semplicità alla natura, che dovrebbe essere madre amorevole e
benigna, e che tradisce invece i suoi “figli” con gli inganni
dolorosi, che consuma su loro:
O natura, o natura,
perché non rendi poi
Quel che prometti allor? Perché di tanto
Inganni i figli tuoi?
Il paragone tra Silvia e il poeta giunge al suo culmine: la prima
non avrebbe mai udito “la dolce lode” delle “negre chiome” o
degli “sguardi innamorati e schivi”, né avrebbe mai parlato
sorridente d’amore con le compagne “ai dì festivi”; similmente al
poeta la vita aveva negato la giovinezza e, con essa la speranza,
illusione diletta, e “cara compagna dell’età mia nova”.
Tutto crollava e scompariva così, “All’apparir del vero”.
Quando questi versi dolenti affioravano alla sua penna,
Giacomo Leopardi ignorava ancora la morte, avvenuta a Recanati
all’inizio di maggio, del fratello Luigi. Nel momento in cui riprese
le sue carte e rivide i versi, essi assunsero quasi la tonalità della
profezia.
Tutto pareva allora chiudersi intorno a lui, sotto il segno della
sventura: il lutto che lo aveva colpito; la salute tornata precaria;
la minaccia incombente della miseria; l’utopia svanita di una vita,
seppure modesta, assicuratagli dalla poesia; la vanità di ogni
promessa o profferta di un lavoro, che da tempo andava
cercando; l’impossibilità del padre di mantenerlo ancora fuori di
Recanati; il ritorno forzato al paese e ad una “notte orribile”,
“soffocato da una malinconia che era ormai poco men che
pazzia” (5 sett. 1829).
Il canto a Silvia, ispirato da una memoria grave di morte, si
chiudeva nell’immagine sepolcrale di una mano che additava da
lontano la freddezza di una tomba spoglia, esito desolato di
quanto la verità lasciava percepire nella vita umana.
Ma, per un istante abbagliante entro il flusso spietato del
tempo, Silvia era stata richiamata a vivere nei versi, che ne
cantavano la primavera perduta: fissando per sempre sulla carta
il momento ancora acerbo di una vita che non doveva
proseguire, la canzone celebrava anche, insieme con l’attimo che
si apre e germoglia inconsapevole, la felicità fugace non ancora
disillusa sul futuro e sul vero, che è la sostanza stessa della
lirica.

4月25日

Leopardi ci scusi

LEOPARDI CI SCUSI...

Repubblica — 10 aprile 1987   pagina 22   sezione: CRONACA

NAPOLI Di che qualità era il materialismo leopardiano? Progressista? Trasgressivo? Precossuttiano? Nelle settimane scorse sull' argomento c' è stata una mezza rissa tra Cesare Luporini, l' autore del Svolta del 1947 con il saggio Leopardi progressivo e Umberto Carpi, creatore dei club procossutta, chiamati dall' università di Napoli ad onorare il poeta per il 150esimo anniversario della sua morte. Si sa che le celebrazioni oltre che la noia, hanno spesso portato appropriazioni indebite, spoliazioni, strumentalizzazioni, regolamenti di conti tra proff. Ma sul povero Giacomo c' è stato un accanimento unico: in un secolo e mezzo lo hanno definito romantico, classico, ancora romantico come categoria dello spirito, pessimista sì, ma, un filosofo così, riscattato dalla poesia, un nichilista, forse. Nel 1937, per il centenario, ne fecero un prefascista e un prenazionalista per via della canzone all' Italia. A Recanati il federale locale così si rivolse a Mussolini: Duce, sempre caro vi fu quest' ermo colle.... Il convegno Leopardi e Napoli, tenutosi in questi giorni all' istituto Suor Orsola Benincasa, è sfuggito, per fortuna, alla costante. Dotte relazioni, qualificati partecipanti, tra cui Walter Binni, principe e decano degli studiosi di Leopardi. Nessun battibecco di basso cortile, molta esegesi e dottrina. Certo le letture cadenzate con voce ispirata dai versi leopardiani, il perenne riferirsi a Pensiero e poesia, o alla Modernità del Leopardi, non sono cose che fanno venire brividi di eccitazione. Anche Binni, che ha tramortito l' uditorio con una relazione iniziale di quasi due ore, è scivolato per stanchezza su frasi come: La Ginestra, la più grande poesia dell' epoca moderna, paragonabile solo alla Nona di Beethoven, che son cose da Enciclopedia Curcio. Ma uno può aspettarsi sprizzi e sprazzi da un convegno del genere? Invece un inconveniente sostanziale è stata l' assenza di una relazione centrale che illustrasse il titolo del convegno. Qualcosa tra il letterario, lo storico, il biografico che ricostruisse i quattro anni di Leopardi a Napoli, da cui poi irradiare gli interventi più strettamente letterari. La doveva tenere Carlo Muscetta che non è venuto, lasciando le altre relazioni a librarsi un po' nell' aere. Era anche una buona occasione per raccogliere tutto il materiale sparso in innumerevoli saggi, tra citazioni, note e brevi riferimenti, per un ritratto definitivo città-poeta, che non esiste (tentativi che nelle nostre università vengono ancora guardati con sospetto, trattasi di volgare divulgazione. Un utile riferimento è il recente libro su Leopardi di Renato Minore). Il rapporto tra Napoli e Leopardi è stato jellato fin dall' inizio e ha continuato ad esserlo anche post mortem. Con le translazioni della salma. Con lo scarso interesse della cultura napoletana verso il poeta tranne il De Sanctis e Croce, ovviamente: le tesi di laurea date all' università di Napoli dal dopoguera ad oggi sono pochissime, non c' è un docente che sia veramente uno specialista di studi leopardiani. Anche la vicenda della cosidetta Villa della Ginestra, a Torre del Greco, è sconfortante: acquistata dallo Stato nel 1961, venne donata all' università per farne un centro di studi leopardiani. Ma è rimasta abbandonata, ci abita un guardiano che coltiva pomodori. Sono anche spariti, forse gettati via, i mobili della stanza del poeta, un letto di ferro, un canterano, un lavabo, che in altri paesi sarebbero stati conservati con culto feticistico magari eccessivo. Leopardi arrivò a Napoli nell' ottobre del 1833. Fuggiva da Firenze, dal freddo, dal cattolicesimo progressista-papalino, da Colletta, da Capponi, anche dall' amico Vieusseux, l' editore dell' Antologia di cui era stato collaboratore. Per l' Antologia si era rifiutato di scrivere una recensione agli Inni Sacri di Terenzio Mamiani dopo averli letti attentamente. Napoli era la città di Antonio Ranieri. Qui si era trasferito, anche lui da Firenze, Michele Ricciardi, ex esiliato dai Borboni, con fama di liberaleggiante, conoscente di Manzoni, che aveva messo in piedi una rivista Il progresso delle scienze delle lettere e delle arti e già dal titolo si doveva capire... e invece, niente, era controllata dai gesuiti. D' altronde in quegli anni spirava un' aria di rinnovata reazione. L' accoglienza dell' intellettualità napoletana a Leopardi si compendiò in una recensione proprio agli Inni Sacri di Mamiani sul Progresso di settembre-ottobre, scritta da tal Raffaele Liberatore: dieci pagine, tra cui: Il giovin rivale (Mamiani) animosamente gareggia con esso (Leopardi), con pari forza, con maggiore armonia e perspicacia. Seguita, più tardi da un saggio di Saverio Baldacchini, con allusioni dirette a Leopardi, anche se il poeta non viene nominato, sulla fiacchezza, effeminatezza, mollezza degli animi. Questo come biglietto da visita, perché capisse dice Gianvito Resta, docente di letteratura italiana a Messina, che ha parlato al convegno del rapporto tra Leopardi e Ranieri. La cultura napoletana era spiritual-cattolica, romantico-gotica. Vedeva Leopardi come un eretico. Tutti lo scansavano. Al Caffè D' Italia, dove andava da solo a mangiare gelati e a sorbire caffè zuccheratissimi, lo chiamavano o ranaruottolo, il ranocchio. Leopardi ricambiava, sono noti i suoi lamenti: Non posso sopportare questo paese semibarbaro e semiafricano nel quale io vivo in perfetto isolamento da tutti. Ogni affare di una spilla porta un' eternità di tempi ed è difficile il muoversi da qua come il viverci senza crepare di noia scriveva al padre. I napoletani gli sembravano lazzaroni e pulcinelli, nobili e plebei, tutti ladri e baron fottuti, degnissimi di Spagna e di forche. Nei Nuovi credenti, satira in 109 versi pubblicata solo nel 1906, si parla di Napoli che s' arma a difesa dei maccheroni suoi. Il colera, che nel 1836 e nel 1837 fece migliaia di morti e che lo costrinse ad allontanarsi da Napoli per Torre del Greco, non deve aver contribuito a tenere su il poeta. L' unico che avrebbe potuto mediare tra la città e Leopardi era Ranieri, l' amicissimo, il cuore bellissimo e grande quello del Sodalizio. Ma Ranieri, uno dei più curiosi caratteristi della storia della letteratura italiana, non era all' altezza. La sua funzione su cui molto si è discusso, fu assai ambigua, di guardiano malsano, di custode-sfruttatore e contatore di balle, con un lato maniacale non indifferente, insieme con l' angelica sorella Paolina (stesso nome della sorella di Leopardi). Qualche anno fa è stato ristampato il suo Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, accompagnata da due esilaranti note di Giulio Cattaneo e di Alberto Arbasino. Questo imbecille di Ranieri ha avuto in casa l' autore del Sabato del villaggio e delle Ricordanze de La Ginestra - non l' autore de La Mariannna la va in campagna o de La violetta la va la va ha scritto Arbasino. Ella ha avuto lì sette anni, sette, cifra con la quale si possono fare i Sette pilastri della saggezza e Le sette lampade dell' architettura e Le sette parole di Cristo in croce e Biancaneve e i sette nani... e non gli chiede niente, non riferisce un fatto, un aneddoto, una battuta, una parola: come avendo lì un sordo, o un muto, o un demente. Dice ora Resta che il Sodalizio pubblicato nel 1880 a 43 anni dalla morte di Leopardi, è una sorta di memoria giuridica a difesa del mito Ranieri benefico protettore del povero Giacomo e spenditore, messo sempre più in dubbio dopo la pubblicazione di lettere e di documenti (era Leopardi che finanziava Ranieri): Ranieri è quello che è. Però esiste anche un' altra faccia. Riuscì a dare a Leopardi un minimo di stabilità di affetto per quattro-cinque anni. Conservò le carte del poeta in modo perfetto: se le avesse restituite subito alla famiglia Leopardi, Monaldo che ne avrebbe fatto? Nel 1845 a Firenze fece stampare le opere del poeta con una straordinaria cura, anche contro la censura: fino agli anni Venti gli italiani hanno letto Leopardi su questa edizione, ristampata e copiata cento volte. Su Ranieri e sulle disavventure postume di Leopardi a Napoli sta scrivendo un saggio Gianni Infusino, giornalista e cultore del poeta: si intitola Zibaldone di sventure. Tra queste sventure c' è la vicenda della salma (raccontata anche da un recente libro di Mario Picchi Storie di casa Leopardi). Morto il poeta, Ranieri riuscì a sottrarre il corpo dalla fossa comune, dove finivano tutti i cadaveri in tempo di colera e a sistemarlo dentro una cassa in una cantina di una chiesa a Fuorigrotta, allora paese fuori della cinta. Almeno così disse: una traslazione di notte, abbastanza misteriosa. Ma quasi subito si sparsero voci dubbiose, anche perchè Ranieri, che aveva le chiavi della cassa, non aveva avuto testimoni nell' operazione. Più tardi Ranieri riuscì a convincere il parroco della chiesa a trasferire i resti di Leopardi nel vestibolo. In quell' occasione la cassa fu aperta alla presenza del solo Ranieri. Lui sostenne con gli amici di essere rimasto in contemplazione e in meditazione per due ore davanti allo scheletro del suo grande amico. Infine nel 1898 Ranieri era morto nel 1888 per il centenario della nascita del poeta si decise di dare una più degna sistemazione alle sue spoglie. Nel luglio del 1900 la cassa fu aperta una seconda volta alla presenza del sindaco di Napoli, il medico legale era pronto a fare la ricognizione. Ma tutto quello che si trovò furono dei frammenti d' ossa e un femore sinistro: non c' era neppure il teschio, la parte più solida dello scheletro, che avrebbe dovuto resistere per secoli. - dal nostro inviato STEFANO MALATESTA

Non è sconvolgente?

Non è sconvolgente?

Citazione

di Asterio Tubaldi
Prepariamoci a spostare le lapidi della poesia leopardiana riferite alle due figure femminili di Silvia e Nerina, e a rivedere alcuni punti fermi della letteratura legata al sommo poeta recanatese. La scoperta, fatta da Carlo Trevisani, responsabile della sezione leopardiana del Centro Studi portorecanatesi, ha del clamoroso, perché se sono giusti, e lui ne è più che sicuro, certi riferimenti anagrafici e poetici, non sarebbe più possibile identificare Silvia in Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta a 21 anni di tisi, e Nerina in Maria Belardinelli, altra ragazza morta giovane. Perchè le cose vanno esattamente rovesciate: Nerina è Teresa Fattorini e Silvia è Maria Belardinelli. Com’è arrivato Trevisani a questa conclusione, resa pubblica nel corso di un incontro a Porto Recanati, svolto in coppia con Donatella Donati, sul tema "Giacomo Leopardi - L'amore e gli amori"? L'identificazione corrente nasce, dice Trevisani, da alcune dichiarazioni che Carlo Leopardi fece a Prospero Viani a proposito delle due ragazze cantate dal poeta, in cui afferma: “Molto più romanzeschi che veri gli amori di Nerina e di Silvia (Maria Belardinelli e Teresa Fattorini?)…Una era la figlia del cocchiere, l’altra una tessitora.” Ecco la prima prova che Silvia non è Teresa Fattorini, afferma Trevisani: se delle due una era la figlia del cocchiere e l’altra una tessitora, dove troviamo nella poesia del Leopardi la tessitora? Proprio nella poesia a Silvia: “D’in sui veroni del paterno ostello/ Porgea gli orecchi al suon della tua voce,/ Ed alla man veloce/ Che percorrea la faticosa tela”. Da questi versi emerge, afferma Trevisani, che si è commesso un errore clamoroso nell’identificare Silvia con la figlia del cocchiere Teresa Fattorini, perché in realtà è Maria Belardinelli la giovane che tesse la tela.
Per avere una conferma è andato anche a scartabellare nei registri presenti nella Parrocchia di Montemorello. Con l’aiuto del parroco, Don Antonio Castellani, ha scoperto che Maria Belardinelli è morta il 3 novembre 1827. Nei versi di "A Silvia" è scritto: “Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,/ Da chiuso morbo combattuta e vinta,/ Perivi, o tenerella….”. Tale riferimento non può che essere a Maria Belardinelli, che è morta il 3 novembre, cioè “pria che l’erbe inaridisse il verno”, e non a Teresa Fattorini, che è morta all'inizio dell'autunno, il 30 settembre 1818. Trevisani sovverte quindi una convinzione comune, ormai accettata da tutti gli studiosi e biografi leopardiani. Con quali conseguenze interessanti è facile immaginare, a cominciare dalla collocazione di alcune lapidi, come quella posta sulla casa antistante Palazzo Leopardi. In quella collocazione, sostiene Trevisani, i versi di “A Silvia” sono impropri, perché riferiti alla "tessitora" Maria Belardinelli, compianta per la sua morte prematura, e andrebbero opportunamente sostituiti con quelli de "Le Ricordanze" dedicati alla Nerina - Teresa Fattorini, "figlia del cocchiere", la sola delle due ragazze realmente amata dal poeta: "..quella finestra,/ Ond'eri usata favellarmi, ed onde/ mesto riluce delle stelle il raggio/ E' deserta..  da www.leopardi.it

Le lettere

E Leopardi a Roma trovò la famiglia più pazza del mondo

Repubblica — 05 gennaio 2007   pagina 9   sezione: ROMA

Sono tornate da poche settimane in libreria le Lettere di Giacomo Leopardi, in un' edizione di grande valore scientifico curata da Rolando Damiani, già autore di una bella biografia del poeta e di una preziosa edizione commentata dello Zibaldone. Per gli studiosi e gli esperti si tratta di un evento da festeggiare; non meno dovrebbe esserlo per i comuni lettori e gli spiriti curiosi della grandezza umana, per la semplice ma decisiva ragione che le lettere di Leopardi ne sono una testimonianza veritiera e non di rado straziante. Vanno lette (come raramente capita con gli epistolari, anche dei più grandi), da capo a fondo, ed è una lettura che non si dimentica. Ma chiunque è interessato a Roma e all' immagine di Roma che gli artisti hanno concepito e tramandato nel corso del tempo, troverà pane per i suoi denti in una precisa sezione di queste Lettere. Leopardi arrivò a Roma per la prima volta nella sua vita, ospite di parenti, alla fine del novembre del 1822. Aveva ventiquattro anni ed era la prima volta che si lasciava alle spalle Recanati e il palazzo di famiglia. Nel suo baule da viaggio c' era una copia del Don Chisciotte in spagnolo, e nel suo animo un solo proposito giurato: trovare una sistemazione qualunque in città, anche a costo di prendere gli ordini religiosi o seguire all' estero un ricco straniero, pur di scrollarsi di dosso l' intollerabile tutela paterna. Le cose non sono mai per nessuno così come le dipinge la speranza: figuriamoci per Giacomo Leopardi. Agli inizi di maggio del 1823, più infelice che mai, riprenderà la strada di Recanati senza avere ottenuto nulla di quello che voleva. Pochi giorni prima di partire aveva inviato uno dei sui amari bilanci, lapidario e senza appello, al suo più caro amico, Pietro Giordani: «io non sono più buono a cosa alcuna del mondo». Ma cos' era successo, in quelle poche settimane passate in casa dei cugini Antici, che abitavano nel bel palazzo rinascimentale che ancora oggi porta il nome Antici-Mattei, con i suoi due ingressi su via dei Funari e su via Caetani ? Tra i tanti uomini illustri del suo tempo che a Roma erano risorti a nuova vita, traendo linfe fresche alla propria ispirazione, anche nel rapporto fallimentare con la città Leopardi dimostra la sua unicità e la sua solitudine. Se tante sono le lettere spedite a casa (soprattutto al padre e a Carlo, il fratello preferito), l' immagine della città è singolarmente avara di punti di riferimento, come il luogo di un brutto sogno, e sembra che Leopardi eviti a bella posta di menzionare solo uno dei monumenti che abitualmente si visitavano durante i primi giorni in città. Due giorni dopo l' arrivo, già confida a Carlo che, pur riconoscendo in astratto che questi monumenti sono meravigliosi, non ne prova nessun sentimento, e in conseguenza il «minimo piacere». E dunque, conclude, «la moltitudine e grandezza loro m' è venuta a noia dopo il primo giorno». E nelle settimane successive, la musica non cambia. Nonostante da casa Carlo lo inviti a passeggiare e a prendere confidenza con la città, iniziando ad orientarsi, Giacomo si sente sperduto, e respinto da ciò che vede. I motivi di questo disagio si chiariscono in un' altra lettera, indirizzata questa volta a Paolina, sorella amatissima al pari di Carlo, e ruotano attorno all' eccessiva «grandezza» di Roma, abitazione ideale per dei giganti. Tutti questi spazi immensi e semideserti, infatti, a suo parere non servono ad altro «che a moltiplicare le distanze, e il numero dei gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate». Le «fabbriche immense», antiche e moderne, della città, e le sue strade «per conseguenza interminabili», sono spazi che, invece di contenerli, dividono gli uomini. Come abbiamo tutti imparato fin da scuola, in questo paesaggio urbano giudicato così scomodo e quasi ostile da rendere anche una visita di cortesia un' impresa difficile, esiste una sola luminosa eccezione: sto parlando della celebre passeggiata al convento di Sant' Onofrio, sulle pendici del Gianicolo, e alla tomba di Torquato Tasso. Leopardi racconta questo pellegrinaggio nella famosa lettera a Carlo del 20 febbraio 1823, che spicca nell' epistolario come l' unica nota di autentica vitalità di tutta l' esperienza romana. E in effetti, possiamo dire che non solo il convento, ma anche il minuscolo reticolo di vicoli e strade che risale il fianco del Gianicolo verso i cancelli di Sant' Onofrio, è l' unico luogo di Roma davvero "leopardiano". E' uno spicchio silenzioso e ombroso di vecchia Roma poco frequentato, che stupisce per il contrasto d' atmosfera proveniendo dal caos di piazza Della Rovere e dell' incrocio di via della Lungara con il lungotevere. E anche se oggi sulla salita di Sant' Onofrio si aprono ben poche botteghe, l' aspetto delle case lascia ancora abbastanza facilmente immaginare la strada tutta piena di «manifatture» e inondata dei canti delle donne e degli operai al lavoro descritta a Carlo nella famosa lettera. All' aristocratico Leopardi, costretto a frequentare tutt' altro tipo di gente, quegli umili artigiani e i loro telai regalano finalmente l' immagine di una «vita raccolta, ordinata, e occupata in professioni utili». Ma si tratta di un lampo isolato. A palazzo Antici-Mattei si respira un' atmosfera umana del tutto diversa, resa ancor meno sopportabile dal freddo che, in quell' inverno rigidissimo, regna nelle grandi stanze di quella sontuosa dimora rinascimentale, progettata da Carlo Maderno e terminata nel 1618. Ma gli inevitabili geloni, che costeranno a Leopardi non meno di «duecent' ore» di letto, sono nulla in confronto alla tremenda famiglia di parenti dei quali è ospite. Coll' innato sarcasmo, affilato come un rasoio, Leopardi abbozza di lettera in lettera un ritratto feroce e comicissimo dei poveri Antici, permettendo anche a noi di gettare uno sguardo, oltre le spesse mura del palazzo, nella bizzarra esistenza quotidiana di una famiglia di "signori" romani (né troppo ricchi né troppo potenti) del primo ottocento. Bastano poche ore per far capire a Giacomo che in casa degli zii regnano «orrendo disordine, confusione, nullità, minutezza insopportabile e trascuratezza indicibile». A tavola, nota scandalizzato, tutti parlano insieme ad alta voce, e non si curano di affrontare argomenti privati e imbarazzanti davanti alla servitù. Il sistema di vita di questa famiglia oziosa, disordinata, eccessivamente ciarliera consiste in una serie di spostamenti collettivi dentro e fuori dalle mura del palazzo: è tutto un «uscire, vedere e tornare a casa» senza senso. Ovviamente, zii e cugini tornano a casa «con più noia di quando sono usciti», e allora, altrettanto ovviamente, iniziano a «strapazzarsi a vicenda». L' innato senso del comico del giovane Leopardi, che l' infelicità non riusciva mai a reprimere totalmente, è provocato continuamente da questa chiassosa e nervosa famiglia di parenti che appena sentono un po' di debolezza per non avere ancora mangiato si mettono a letto e fanno chiamare il medico. Gli Antici, più che una buona famiglia romana, nelle lettere di Giacomo assomigliano a una compagnia d' attori comici, con i loro ruoli definiti una volta per tutte, e le grandi e fredde stanze della loro casa si trasformano di fronte agli occhi esterrefatti dell' ospite in quinte teatrali in cui si recita ogni giorno una farsa senza capo né coda. A Natale, arriva da Recanati l' idea di regalare un quadro agli zii, in segno di gratitudine per l' ospitalità. L' idea è buona, risponde Giacomo, visto che le pareti di casa sono quasi del tutto spoglie. Ma aggiunge subito che il gusto di quei parenti si sveglia solo di fronte a «qualche cosa di strano, anzi di stravagante». E del resto, tutti i loro gusti sono «momentanei, indefinibili, imprevedibili, inafferrabili». E' quella stessa bizzarria, a ben pensarci, che il sobrio, delicato, raffinato Leopardi doveva detestare fin nel cortile di sgargiante gusto manieristico del palazzo di via Caetani, stipato fino all' inverosimile di lapidi e frammenti di statue antiche. A un umore meno depresso, la vita presso gli Antici avrebbe suggerito spunti a sufficienza per un romanzo comico. Leopardi in quei mesi invece componeva tutt' altro genere di scritti, dotti articoli su autori latini e greci con lo scopo di mettersi in luce negli ambienti colti. E imparava a proprie spese quanto fosse difficile, passati dalle vaghe speranze alla realtà dei fatti, trovare un lavoro e un futuro destreggiandosi tra gli uomini influenti della città papalina. Quella di Leopardi non è la testimonianza di un turista, di un viaggiatore come lo erano Goethe e Stendhal e infiniti altri, ma di un suddito pontificio, venuto a Roma per motivi pratici: anche per questo motivo le sue lettere da Roma sono un documento più unico che raro. - EMANUELE TREVI

4月24日

La disposizione dei Canti

Che cosa leggere allora nella disposizione dei Canti?
Per rispondere si dovrebbe partire da uno schema che evidenzi in sintesi, ma con completezza, quali sono le tematiche centrali di ogni Canto o gruppo di essi.
Ma si tratterebbe di un lavoro molto complesso, per il quale certo non sono fornita degli strumenti necessari. Tuttavia, partendo dalle parole di Giacomo ho fatto qualche osservazione che vi propongo, nella speranza di dare uno spunto di discussione soprattutto ai nuovi arrivati.
Ad esempio, se guardiamo ai primi Canti, come All’ Italia e Sopra il monumento di Dante, possiamo estrarre da essi il concetto che è necessario guardare al passato esemplare per riscuotersi dal presente umiliante.
Le rovine appaiono essere il simbolo di quel passato glorioso che si contrappone al presente negativo.
“ Mira queste ruine
E le carte e le tele e i marmi e i templi”;
“Opatriamia,vedolemuraegliarchi
E le colonne e i simulacri e l' erme
Torri degli avi nostri”.
Per contro, nella Ginestra, quelle stesse rovine (“or tutto intorno una ruina involve”) diventeranno simbolo di un passato esattamente uguale al presente, in cui la Natura sovrasta imprevedibile e rovinosa nelle sue manifestazioni l’ umano esistere.
Quindi la contrapposizione, passato positivo/presente negativo, ben evidenziata all' inizio della raccolta, progressivamente sembra si vada perdendo, in una sorta di inesorabile processo di abbandono, che coinvolge anche altre tematiche, come quella parallela del tempo individuale dell’uomo nella contrapposizione iniziale giovinezza/vecchiaia.
Sembra che il pensiero, progredendo, anzichè articolarsi e ramificarsi in distinguo, tenda, al contrario, a semplificare e a stabilire nessi di identità. Questa sorta di percorso a ritroso, che potrebbe essere efficacemente rappresento dall’ immagine di una mano che stringe un pugno di sabbia, la quale scivola via, fino a che non rimane di essa che un solo sparuto granello, la Ginestra, pone Giacomo in una posizione del tutto a sé stante, a me sembra, rispetto ai filosofi tradizionali. Il filosofo sistematico costruisce, articola, dispiega ed applica il suo principio ai vari ambiti della realtà, dentro e fuori dell’ io. Giacomo invece, con una sorta di graduale e rigoroso sfrondamento del pensiero di tutto ciò che è artificiosa e fuorviante duplicazione,perviene a quel distillato poetico e filosofico, rappresentato dalla Ginestra, che rappresenta una chiave di lettura coerente di tutta la realtà, dalla storia generale a quella particolare del singolo, dalla morale alla politica e che realizza,certo in modo non convenzionale, ma sostanziale quella sistematicità che spesso si è negata al suo pensiero.
Per quanto poi riguarda la collocazione della lirica del Passero solitario posso intanto fare questa osservazione: la collocazione cronologicamente arretrata del testo, nell’ordine dei Canti, sembra quasi dare la concretezza di un gesto al “Volgerommi indietro” dell’ ultimo verso.
Viene così di nuovo in gioco il tempo, in questo caso il tempo interiore. Il Poeta ha già sperimentato il rimpianto del passato, se, come appare corretto ipotizzare, la lirica venne composta non prima del 1831, tuttavia il sentimento di nostalgia della giovinezza perduta viene posto in una previsione proiettata verso il futuro. Forse Giacomo, che all’ epoca viveva lontano da Recanati nè vi sarebbe più tornato, potrebbe aver recuperato con il ricordo uno stato d’ animo appartenente al passato. In questo senso la genesi del Passero solitario potrebbe avere qualcosa in comune con quella di A Silvia.
Scusate la lunghezza, un saluto a tutti voi!
                                  
Postato da Carmelina
4月23日

Il più amato

  
Merini batte Petrarca

Top ten della poesia. Leopardi meglio di Dante e Alda Merini batte Petrarca

sabino-labia   Venerdì 18 Aprile 2008 alle 11:26 Nessun commento

L’Infinito batte la Divina Commedia, o meglio Giacomo Leopardi batte Dante Alighieri. È questo, infatti, il risultato del sondaggio mensile promosso dalla Società Dante Alighieri sul sito Ladante.it.

Il massimo esponente del Romanticismo e del pessimismo, mal sopportato dagli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori, è risultato il poeta più amato dagli italiani con il 25% delle preferenze, superando in una sfida stellare il Sommo Poeta tanto rivalutato negli ultimi anni grazie alle declamazioni televisive di Roberto Benigni e che ha ricevuto il 17% dei consensi.

Certo versi come “Sempre caro mi fu quest’ermo colle, E questa siepe, che da tanta parte De l’ultimo orizzonte il guardo esclude” sono tra le più alte espressioni della nostra letteratura e ancora oggi sembrano provocare emozioni e ispirazioni in ognuno di noi così come ha dichiarato una cantante rock come Gianna Nannini: “È come se mi raccontasse il nostro mondo di oggi, come se vedesse più lontano e avesse già previsto tutto”.

Al terzo posto di questa straordinaria classifica, cui hanno dato il loro voto milioni di internauti, troviamo Eugenio Montale seguito da Giuseppe Ungaretti e Giovanni Pascoli. Una nota di particolare merito va sicuramente alla poetessa milanese Alda Merini che con la sua decima posizione è l’unica vivente ad essere entrata nell’Olimpo della poesia precedendo addirittura mostri sacri come Petrarca, Carducci e Quasimodo.

 

Classifica

1-Giacomo Leopardi

2-Dante Alighieri

3-Eugenio Montale

4-Giuseppe Ungaretti

5-Giovanni Pascoli

6-Ugo Foscolo

7-Luigi Pirandello

8-Alessandro Manzoni

9-Cesare Pavese

10-Alda Merini

11-Francesco Petrarca

12-Primo Levi

13-Gianni Rodari

14-Italo Calvino

15-Giosuè Carducci

16-Salvatore Quasimodo

Attendere prego:

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Servizi del Giorno

14/04/2008  ore 13.18 
Cultura 
LA BELTÀ NEGLI OCCHI DI SILVIA NON SI DIMENTICA: È GIACOMO LEOPARDI IL POETA ITALIANO PIÙ AMATO/ A RIVELARLO IL SONDAGGIO MENSILE DELLA DANTE ALIGHIERI 
ROMA\ aise\ - "Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventù salivi?". Con molta probabilità hanno contribuito anche i celebri versi iniziali di "A Silvia" a proiettare Giacomo Leopardi sul gradino più alto del podio tra i poeti più amati. A rivelarlo è il sondaggio mensile proposto dal sito Internet della Società Dante Alighieri www.ladante.it: successo incontrastato del poeta di Recanati con il 25% dei voti complessivi, seguito dal già "pluripremiato" Dante Alighieri con il 17%, da Eugenio Montale con il 12% e da Giuseppe Ungaretti con l’8%. Due "colossi" del calibro di Giovanni Pascoli e Ugo Foscolo ottengono il 4% delle preferenze, mentre il 2% colloca in settima posizione, tutti a pari merito, Luigi Pirandello, Alessandro Manzoni, Cesare Pavese, Francesco Petrarca, Primo Levi e Alda Merini, unica poetessa vivente tra i primi 15 della classifica. Percentuali leggermente inferiori per Carducci, Calvino, Quasimodo, D’Annunzio, Boccaccio, Verga e Saba.
"Leopardi è un classico assoluto e quindi non sorprende la sua grande fortuna", commenta alla "Dante" Alberto Casadei, docente di Letteratura Italiana presso l’Università di Pisa. "Certamente i suoi temi sono più affini anche all’uomo contemporaneo rispetto a quelli di Dante e la sua poesia è in apparenza più semplice di quella di Montale. Forse il motivo della perdurante fortuna di Leopardi, rispetto per esempio a Manzoni, è proprio dovuto alla sua capacità di coniugare limpidezza formale e alta densità di pensiero".
In che modo la poesia di Giacomo Leopardi può rispecchiare l’identità italiana e il modo di essere degli italiani? "Leopardi ha saputo riflettere sui nostri costumi", spiega Casadei, "basti pensare al tuttora validissimo "Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani", e insieme sulla condizione umana moderna. Proprio per questo la sua riflessione non è valida solo per il suo tempo, ma offre molti spunti anche per interpretare il nostro".
Può essere stato un verso in particolare a fare la differenza nella scelta dei votanti, di cui circa il 30% dall’estero? "Certamente sono memorabili molti versi di Giacomo Leopardi", prosegue lo studioso, "così come di Montale, per non parlare, ovviamente, di Dante. Umberto Saba diceva che "e chiaro nella valle il fiume appare" de "La quiete dopo la tempesta" è il più bel verso della nostra letteratura. In ogni caso, l’interesse per la poesia rimane in Italia altissimo, nonostante le scarse vendite dei maggiori poeti attuali, che bisognerebbe far conoscere di più anche all’estero, visto che tra i risultati del sondaggio proposto dalla "Dante Alighieri" compare solo Alda Merini".
Insomma: quale significato traspare da questo sondaggio? Per Casadei "la classifica rispecchia molti dei valori acquisiti sulla base della tradizione scolastica e universitaria italiana, ma con alcune sorprese interessanti. Per esempio, il modesto riscontro di autori fondamentali come Petrarca è segno della maggiore difficoltà a cogliere oggi gli elementi più innovativi e duraturi della loro opera: su questo, la scuola, l’università ma anche le associazioni importanti per la diffusione della nostra cultura, come la stessa Dante, sono chiamate a confrontarsi seriamente".
"Per me Dante è in assoluto uno dei più grandi autori mai esistiti e quindi il mio voto sarebbe andato senza dubbio a lui", conclude Alberto Casadei. "Mi spiace di non vedere nella classifica poeti-narratori come Ariosto o Tasso e nemmeno importanti poeti recenti, come Saba, Luzi o Sereni".
Esclusa l’Italia, in netta maggioranza con circa 2 milioni di accessi nel periodo del sondaggio, i contatti più numerosi provengono ancora dal continente americano, Argentina e Brasile su tutti, con un notevole incremento dal Canada. In Europa spiccano Svizzera, Francia, Spagna, Polonia, Germania ed Olanda, mentre in Asia la palma d’oro va al Giappone. La graduatoria totale è sempre visibile sul portale della Dante, che offre anche l’opportunità di consultare i risultati finali di tutti i sondaggi precedenti. (aise) 
Editrice SOGEDI s.r.l. - Reg. Trib. Roma n°15771/75 
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4月19日

La luce nel fosso

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La luce nel fosso, tre racconti su Leopardi e Napoli
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venerdì 18 aprile 2008

lalucenelfosso.jpgDi Leopardi si è detto tutto. O quasi. Quando si parla del suo rapporto col sud Italia, e in particolare con Napoli, si ricordano poche e aneddotiche informazioni: vi giunge il 1 ottobre del 1833, è ospite a Torre del Greco, dove ancora è possibile visitarne la residenza, poi vive a Napoli con l’amico Ranieri, e lì muore il 14 giugno del 1837.

La figura del poeta ne esce, così, asciugata di ogni velleità umana e caratteriale che non siano quelle descritte nei più accreditati manuali di letteratura italiana.

“La luce nel fosso” (Scepsi & Mattana Editori) di Gigi Monello si propone di offrire, attraverso tre brevi racconti, una nuova immagine di Leopardi, come un uomo che, al di là della malattia e della mente fervidamente tormentata, si lascia affascinare dalla luce e dall’energia della capitale partenopea così come doveva apparire nell’800.

Ed è impossibile non dedurre che, una città in fermento, caotica, fisica fino alla più violenta invadenza, non colpisse l’acuta capacità di osservazione del deforme conte.

“Il segreto del cielo notturno”, uno dei racconti raccolti nel volume, parla proprio dello sguardo febbrile, ammirato e spesso malinconico che Giacomo Leopardi posa sulla gente che morde la vita per le strade sudice di Napoli. “Non c’è plebe al mondo più colorata, petulante, amante del cibo, di questa. […] E’ questo sole che li inganna. Penso che i popoli che hanno la ventura di vivere in un sole accecante come questo, siano i più ingannati”.

Un Leopardi tutto da scoprire, dunque, anche attraverso le testimonianze di quelli che in quegli anni napoletani ebbero a che fare in qualche modo con lui. Come il professore Brando che, ne “La strana notte del poeta”, accompagna un curioso giornalista attraverso i ricordi e i ragionamenti di un uomo che forse nessuno poteva dire di conoscere profondamente.

Un’opera interessante, questa del Monello, che ci permette di rivedere Napoli alla luce della visione leopardiana della vita e dell’uomo. È strano come sia facilmente confrontabile con la realtà attuale, questa Napoli ottocentesca, e non è per niente insolito sentirsene attratti e affascinati, anche al di là delle cronache di tutti i giorni.

Raimonda Granato
La luce nel fosso
Gigi Monello
Scepsi & Mattana Editori, 2007
€ 6

Giobbe e Leopardi

 

 

 

GIOBBE E LEOPARDI:

forse può apparire strano l’accostamento di questo personaggio biblico al Poeta del Passero solitario che ricordiamo fin dagli anni della scuola. In realtà basta conoscere appena un po’ più Leopardi per comprendere che l’avvicinamento non è poi così assurdo.

Il poeta, sublime per aver cantato l’Infinito, porta la traccia sempre più marcata, mano a mano che prosegue nella sua Opera, di un dolore profondo che però non è solo il suo personale ma si allarga a tutta l’umanità. Infatti se egli parte guardando a se stesso, nelle sue meditazioni arriva poi a rendersi conto che il velo dell’infelicità si posa su tutti. D’altronde la grande poesia è universale e canta per gli uomini di tutti i tempi. Ma attenzione. Quella di Leopardi, attenzione, non è una “lamentela” ma una “lamentazione”, cosa assai diversa, che implica il piangere dell’anima e l’aprire le mani nella richiesta di un senso. E questo è atteggiamento tipicamente biblico.

 

La vita di Leopardi non fu una vita felice anche se troviamo, nelle sue note biografiche, l’immagine di un ragazzo come gli altri che si diverte a fare degli scherzi al severo precettore, alla nonna e ai fratelli e che gioca fingendo di essere un eroe romano. Sua madre era una donna fredda e preoccupata unicamente di rinsaldare il patrimonio di casa: nessuna carezza ai suoi figli, nessun cedimento al cuore, solo un rigore educativo applicato in modo distorto alla religione che mostrava solo il volto di un Dio giudice implacabile. Secondo l’uso del tempo Giacomo viene educato, insieme ai fratelli, nella sua casa che diventa una specie di liceo domestico; il suo primo insegnante è un gesuita, quello stesso che fu maestro anche del padre ma, ben presto, il contino non ha più bisogno di maestri. Infatti grazie alla sua grande intelligenza si butta a capofitto all’interno di tutti i libri che compongono l’immensa libreria del padre, li scruta, li legge approfonditamente, se ne imbeve: sono circa 12.000! Oltre al latino insegnatogli dal precettore, impara il greco e persino il difficile ebraico da solo. La Bibbia, lo ricordo, è presente negli scaffali della Biblioteca Leopardi in diverse edizioni del Cinque, Sei e Settecento ma quella che colpisce maggiormente per la sua mole, la complessa impaginazione e la compresenza di diverse lingue è la Bibbia Poliglotta stampata a Londra nel 1657 a cura di Brian Walton, sulla quale molto probabilmente Leopardi imparò il greco e l’ebraico. Infatti questa riportava le diverse traduzioni del testo dal latino: in greco, aramaico, siriano e, appunto, in ebraico. Giacomo confrontando e segnando in un foglietto le varie lettere riesce ad imparare anche queste due lingue assai complesse. In quegli scaffali esistono moltissimi testi che commentano i vari libri biblici, altri teologici e liturgici, altri di morale ecc…, tutti ben disposti sotto le diciture: Scriptura, Historia Sacra, Patres, Ascetica. La maggior parte di questi testi appartiene alla prima fase della formazione di Giacomo, eppure nonostante si conosca l’importanza della formazione giovanile in un essere umano, l’attenzione degli studiosi pochissimo si è dedicata ad un’indagine scrupolosa di quella Biblioteca che dovrebbe invece attirare gli occhi di colui che prima ama e poi studia Leopardi.. In tanti intellettuali ma non solo, la Bibbia è vista come un qualcosa di equivalente a ortodossia cristiana. Questo ha consolidato un pregiudizio e una specie di chiusura di fronte a tutto ciò che usciva dalla linea dominante di interpretazione dell’Opera leopardiana. Se viene ammessa la sua educazione religiosa (e non sarebbe possibile il contrario) non viene però riconosciuto il suo conservarsi nella mente di Giacomo anche solo a livello letterario.

La biblioteca si era formata grazie al padre, appassionato studioso anch’esso, che aveva acquistato montagne di libri quasi a peso, dopo che, secondo le leggi napoleoniche, erano stati soppressi molti conventi. Acquistava alle aste e ammucchiava, in una chiesetta sconsacrata, un grande quantità di volumi che poi con calma avrebbe ben sistemato nelle sale che aveva deciso di adibire a biblioteca. Oggi questa biblioteca conta circa 20.000 voll. e consta in 5 sale.

Fu in questo modo che il giovane contino prese confidenza con quei libri biblici all’interno dei quali poi, negli anni, avrebbe trovato come una conferma del suo pensiero sull’uomo, sulla vita, sul destino.

Crescendo e dopo “7 anni di studio matto e disperatissimo” la sua salute si rovinò irrimediabilmente: le spalle si incurvarono, la vista si indebolì e tanti mali si unirono insieme per renderlo sempre malato e, ciò che è peggio, triste e malinconico. Da questa sua situazione, che egli vedeva peggiorare giorno per giorno, scaturirono tanti interrogativi che, attraverso la poesia e altri scritti, egli indirizzava verso il cielo, quel cielo nel quale non splendeva l’Amore di un Dio vicino all’uomo, perché gli era stato insegnato che Dio è l’Onnipotente lontano che punisce chi non ubbidisce ai suoi comandi. Suo diletto preferito è l’avviarsi verso la sommità di quel Colle, ora chiamato “dell’Infinito”, per perdersi con lo sguardo nel paesaggio marchigiano con i suoi Monti “azzurri” (Sibillini) e la distesa collinare macchiata del giallo dei girasoli e, in lontananza, il luccicore del mare. Ma ciò non bastava ad alleviare il dolore fisico ma soprattutto il suo mal di vivere.

Da questi pochi accenni forse si può comprendere perché Giosuè Carducci, alla fine dell’’800 chiamò Leopardi “il Giobbe di Recanati”.

Bisogna però studiare attentamente per capire approfonditamente le tante pagine vergate da Giacomo ed è in questo modo che si incontrano all’interno dell’opera e della biografia, tanti  frammenti che ci appaiono come dei punti interrogativi ai quali non è stata data, per la massima parte, una risposta esauriente. Allo stesso tempo bisogna considerare che se un Papa, quale fu Paolo VI, amava leggere e meditare i Canti leopardiani, un  motivo ci doveva pur essere… Utile pure ripensare spesso al De Sanctis il quale sosteneva che, in Leopardi, il cuore rifà ciò che l’intelletto distrugge. Perché altrimenti le piante, gli uccelli, i fiori ma anche la domanda, il grido, il dolore e il deserto mi ricordavano pagine bibliche? Basta appena ricordare il dualismo tenebre/luce che domina la prima parte della Ginestra e le domande del Pastore errante.. Mi sono perciò proposta di ricercare  nelle fonti tutte quelle parole, quei pensieri, quelle sfumature… frammenti, appunto.. ma documenti veri, quindi con una loro scientificità, (com’è, ad esempio, l’atto di morte conservato nella Parrocchia dell’Annunziata di Fonseca che certifica come Leopardi abbia ricevuto i Sacramenti qualche giorno prima della morte), documenti che avrebbero potuto forse sollevare ancora qualche domanda sulla spiritualità del nostro poeta.

La costante presenza di Giobbe nella memoria di Giacomo è accertabile dagli scritti puerili fino a due anni prima della morte. La biblioteca di Leopardi offriva diverse traduzioni e commenti a questo libro biblico, ma il suo interesse è attestato soprattutto dal tentativo di traduzione di Gb. 1,1-3 (Frammento del libro di Giobbe) che risale probabilmente agli anni 1816-1821, non è certo. Ma Giobbe ricorre anche nella Storia dell’Astronomia (1813), nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815) e poi nello Zibaldone (1821 e 1823). Soprattutto la seconda riflessione ci appare interessante. Infatti si parla di come “in tutte le nazioni e società primitive…. Una malattia e altre disgrazie provenienti dalla natura, erano segni dell’odio divino. Si fuggiva quindi l’infelice, come il colpevole”. Un po’ come Giobbe che veniva stimato come “scellerato” dalla sua stessa moglie e dagli amici.

Sembra allora quasi naturale che Leopardi si sentisse accomunato alla sorte di Giobbe. Anch’egli era calpestato e deriso dai concittadini recanatesi e fuggito quasi fosse stato un essere malvagio. Ma, soprattutto, le esclamazioni disperate del personaggio biblico e le domande angosciose sono quelle stesse di Giacomo, talmente simili da poter essere raccolte in una tavola sinottica.

Qualche esempio:

“Perché il nascer ne desti o perché prima/ Non ne desti il morire?” (Sopra il monumento di Dante, 1818)

“Io son distrutto/Né schermo alcuno ho dal dolor, che scuro/ M’è l’avvenire, e tutto quanto io scerno/ E’ tal che sogno e fola/Fa parer la speranza” . “A noi le fasce/ cinse il fastidio; a noi presso la culla/ immoto siede, e su la tomba, il nulla” (Ad Angelo mai, 1820)

“Mai non veder la luce/Era, credo, il miglior..) (Sopra un bassorilievo antico sepolcrale, 1831-35)

Come Giobbe impreca contro Dio perché non riesce a comprendere come, nonostante il suo essere integro e retto, lo avesse colpito con numerose disgrazie, così il poeta alza le sue domande alla Luna chiedendo:

“Nasce l’uomo a fatica,/ed è rischio di morte il nascimento./Prova pena e tormento/per prima cosa; e in sul principio stesso/La madre e il genitore/Il prende a consolar dell’esser nato/…Ma perché dare al sole,/perché reggere in vita/ chi poi di quella consolar convenga?/ Se la vita è sventura,/ perché da noi si dura?”

“E quando miro in cielo arder le stelle;/ dico fra me pensando:/ a che tante facelle?/ che fa l’aria infinita, e quel profondo/ Infinito seren? Che vuol dire questa/ solitudine immensa?/ ed io che sono?” (Canto notturno di un pastore errante, 1829-30).

Le domande di Giobbe e di Giacomo non avranno risposta ma l’uno riesce a superare il sapere perché riesce a vedere appunto tramite la fede. Il secondo continuerà a tormentarsi nella ricerca di un senso da dare all’esistenza e al problema del male. E, in lui,  Dio conserverà quel volto che aveva imparato a conoscere da bambino, quello del giudice implacabile e non quello amorevole del padre.

Giobbe e Leopardi, pur essendo il primo un simbolo e il secondo un uomo storico, sono assolutamente simili persino nelle loro espressioni. Qual è la differenza fondamentale allora?

Ambedue contemplano il cielo e la creazione. Giobbe, accompagnato dal dito di Dio, prende coscienza, dinnanzi alla maestosità e alla perfezione, che egli è solo una povera creatura e, pensando a questo, non ha più bisogno di risposte da parte di Dio: la sua fede gli fa vedere e non ha più bisogno di sapere. 

Le domande di Giobbe rimangono senza risposta ma  non gli servono più risposte!

Anche le domande di Leopardi:

 

ove tende questo vagar mio breve, e il tuo corso immortale?” – Se la vita è sventura, perché da noi si dura?” – e quando miro in cielo arder le stelle; dico fra me pensando: a che tante facelle? Che fa l’aria infinita, e quel profondo infinito seren? che vuol dire questa solitudine immensa? Ed io che sono? – perché giacendo a bell’agio, ozioso, s’appaga ogni animale; me, s’io giaccio in riposo il tedio assale?

 

rimangono senza risposta ma la parola di Dio è rimasta, per lui, un qualcosa di lontano e perciò stesso problematico. E pur essendo presente in lui un’ansia religiosa che lo invita ad andare oltre la ragione, qualcosa lo trattiene dall’abbandonarsi. Eppure aveva descritto mirabilmente la dignità dell’uomo (p. 123) ma poi la sua ragione lo blocca sul limite oltre il quale senza il salto della fede non si può andare. Pascal, autore amato da Giacomo scriveva che ci sono innumerevoli cose che sorpassano la nostra ragione. Ed è Leopardi stesso che ci suggerisce di lasciar da parte quell’ arroganza e quell’antropocentrismo che oggi sono tanta parte negli uomini (“L’uomo d’eternità s’arroga il vanto”). Dobbiamo recuperare il senso del limite, la coscienza di non essere dei e con essi l’umiltà perché questo è ciò che ci fa veri uomini.

Cosa rimane  all’uomo che si riconosce limitato? Provo a dirlo con le parole di Leopardi:

A noi che attraversiamo il “mar dell’essere” con “gravissimo fascio in su le spalle” coscienti che l’esistenza è un “misterio eterno” rimangono, secondo Leopardi, il conforto, la condivisione e la gratuità che ci possono venire dai nostri simili. E’ quella compassione che è propria solo dei veri amici, (non come quelli che andarono a trovare Giobbe)  di chi sa rivestirsi della nostra sofferenza per poterla comprendere. E’ il messaggio finale della Ginestra dove Leopardi auspica una “social catena”, un insieme di uomini uniti da vero amore  che senza “fetido orgoglio” confessi “il mal che ci fu dato in sorte e il basso stato e frale”.

 Postato da Maria GraziaCuore rosso

 

4月18日

Leoardi ecologista?

Leopardi ecologista? Ovvero l’interpretazione di Sofri avverso la lotta di classe.

 

 

Adriano Sofri, in un articolo su Panorama del 12 Luglio 1987, saluta Sebastiano Timpanaro come precursore di una interpretazione di Leopardi come padre degli ecologisti. Senza volerlo, il Timpanaro, nella sua lettura di Leopardi, inoltre,  ha sferrato un colpo mortale al marxismo ed agli interpreti di Leopardi “socialisti o comunisti” come Binni e Leporini, in quanto mette in evidenza che il motivo principale dell’infelicità umana non è la disuguaglianza sociale, non la divisione dell’umanità in classi, quella degli sfruttati e quella degli sfruttatori, bensì la fragilità biologica dell’uomo, il suo destino di malattia, vecchiezza, morte, la fugacità e, più ancora, l’inesistenza del piacere, l’alternanza di dolore e noia in cui si consuma la vita dell’uomo. In questo quadro generale della condizione umana, dice ancora l’ex di Lotta Continua, ogni lotta politico-sociale risulta implicitamente o esplicitamente inutile, perché da quei mali di fondo nemmeno la società più perfetta e più giusta ci può salvare. Donde, nella Ginestra, l’appello alla confederazione di tutti gli uomini: il nemico numero uno è la Natura, contro di essa soltanto bisogna combattere. Ancor più sotto la minaccia della distruzione nucleare.

“Una posizione di rifiuto della lotta tra umani, fondata ragioni religiose e filosofiche, oggi trova il suo fondamento sull’emergenza storica maggiore della minaccia di distruzione atomica o ecologica”. Le ragioni delle lotte umane non sono scomparse, dice ancora Sofri,  anzi spesso si inaspriscono (bontà sua…), ma passano progressivamente in secondo piano di fronte alla minaccia contro la sopravvivenza della Terra.

Timpanaro giudica totalmente irrealistico il discorso di Sofri.

Intanto, ci tiene a premettere di non essere affatto indifferente ai problemi posti dai Verdi sulla sostenibilità dell’attuale sfruttamento delle risorse naturali e sui pericoli derivanti dal nucleare. Non spetta certo alla sinistra far proprie certe facezie sul ritorno alle per coi bachi o andare a letto a lume di candela. Tuttavia, tra la prospettiva di una distruzione nucleare ed il lume di candela la scelta sembra naturale. E tuttavia la lotta verde non può portare con sé la rinuncia alla lotta di classe. Da chi sono provocati i danni ecologici? Forse dalla classe lavoratrice? No, afferma Timpanaro, gli umani che arrecano danno alla natura si chiamano fisici nucleari e chimici asserviti al Potere. L’inquinamento, dunque, non si sopprime, se non si sconfiggono le classi dominanti.

Sofri afferma poi che Leopardi entra di diritto nelle antologie verdi e che una nuova lettura “verde” del Leopardi offre stimoli notevoli. Ma di quale Leopardi, si chiede Timpanaro, parla Sofri? Una prima risposta crede di trovarla nel fatto che forse i verdi si riferiscano al primo Leopardi, rivalutando il primo concetto di Natura, come forza vergine e incorrotta, benefica all’uoimo, contrapposta alla Ragione e alla civiltà che hanno reso l’uomo infelice e insieme meschino, incapace di quella vitalità, di quelle magnanime illusioni che sole potevano dargli gioia o almeno fargli dimenticare la sua condizione oggettiva di infelicità.

 

 

Se questo fosse il Leopardi delle “antologie verdi”, l’amore dei Verdi non sarebbe del tutto assurdo, ma rimarrebbe confinato in un ambito assai ristretto, e incorrerebbe in gravi difficoltà. Intanto, i problemi specificatamente ecologici sono assenti anche dalla meditazione di questo primo leopardi, per la forte ragione che essi non si erano ancora presentati all’umanità, o si erano presentati in forme ridotte. Si, Leopardi immagina, nel Dialogo di un folletto, che gli uomini si siano tutti estinti “parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l’un l’altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell’ozio, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose; infine studiando di far contro la propria natura e di capitar male”. Nei primi abbozzi di quel dialogo (attorno al 1820) aveva accennato più esplicitamente alla “scienza” come causa dell’infelicità umana,  all’indebolimento fisico causato dalla civiltà. Ma questa civiltà che ha indebolito l’uomo non è, non può essere l’inquinamento, ma la cerebralità e le sregolatezze.

Bisognerà anche ricordare che anche il primo Leopardi è un repubblicano,un democratico – egualitario: “la perfetta uguaglianza è la base necessaria della libertà (Z. 567); che della Rivoluzione francese critica alcuni aspetti razionalistici, ma in sostanza ritiene che essa abbia mitigato assai il pestifero egoismo e avvia ravvicinato la Francia alla Natura, restaurando le virtù antiche.

Sennonché il secondo concetto leopardiano di Natura (meccanismo inconscio di produzione – distruzione)  ha ancora meno a che vedere con le idee dei verdi. Riprendiamo quel bellissimo pensiero di pagina 4175, che abbiamo sempre letto per la sua bellezza stilistica, badando forse poco al contrasto tra l’aspetto ridente del giardino e la sofferenza che ogni pianta, subisce, inevitabilmente, a prescindere dall’intervento dell’uomo. In effetti, il ciclo vitale si basa su un incessante e necessario divorare e tormentare, che gli ecologisti non possono abolire, devono addirittura proteggere. E la spietatezza della Natura colpisce in modo più grave l’uomo (l’essere vivente più infelice), ma non risparmia alcun essere vivente.

Anche a limitare il discorso agli uomini,  una vittoria, anche totale, delle rivendicazioni ecologiche li salva da terribili mali aggiuntivi, e salva l’umanità nel suo insieme da un’estinzione precoce, non dall’infelicità inerente alla costituzione biologica e psichica dell’uomo, non dall’estinzione della specie e di ogni forma di vita sulla terra  , sia pure dopo un tempo presumibilmente lungo.

Identificare, come fa Sofri, la lotta contro la Natura, della quale parla Leopardi nella Ginestra, con la lotta per salvare ciò che della Natura dev’essere salvato , a Timpanaro appare una mistificazione inaccettabile.

Poi, Timpanaro chiarisce la sua espressione marxismo – leopardismo. Nessun accostamento tra i due è possibile. La filosofia di Marx è accolta dal Timpanaro  nella sua visione della società e degli obbiettivi di lotta politica e sociale, mentre per quanto riguarda il rapporto uomo Natura egli si ispira a Leopardi.  Leopardi lo appassiona sopra tutto per ciò che non c’è in Marx, né in altri, cioè il materialismo pessimistico e adialettico, per la rigorosa negazione di qualsiasi antropocentrismo, per la rivendicazione dell’ateismo esteso a tutti, anche al volgo.

Per quanto riguarda l’uomo storico – sociale si segua Marx, per quanto riguarda l’uomo biologico si segua Leopardi.  (Giuseppe Pilumeli)

4月16日

I segreti di Leopardi a Napoli

 

Citazione

I segreti di Leopardi a Napoli

I segreti di Leopardi a Napoli
I manoscritti svelati: il video esclusivo degli autografi del poeta custoditi nella Biblioteca Nazionale
4月12日

Alla sua donna

Alla sua donna

Cara beltà che amore
Lunge m’inspiri o nascondendo il viso,
Fuor se nel sonno il core
Ombra diva mi scuoti,
O ne’ campi ove splenda
Più vago il giorno e di natura il riso;
Forse tu l’innocente
Secol beasti che dall’oro ha nome,
Or leve intra la gente
Anima voli? o te la sorte avara
Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?

Viva mirarti omai
Nulla spene m’avanza;
S’allor non fosse, allor che ignudo e solo
Per novo calle a peregrina stanza
Verrà lo spirto mio. Già sul novello
Aprir di mia giornata incerta e bruna,
Te viatrice in questo arido suolo
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
Che ti somigli; e s’anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella.

Fra cotanto dolore
Quanto all’umana età propose il fato,
Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
Alcun t’amasse in terra, a lui pur fora
Questo viver beato:
E ben chiaro vegg’io siccome ancora
Seguir loda e virtù qual ne’ prim’anni
L’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
E teco la mortal vita saria
Simile a quella che nel cielo india.

Per le valli, ove suona
Del faticoso agricoltore il canto,
Ed io seggo e mi lagno
Del giovanile error che m’abbandona;
E per li poggi, ov’io rimembro e piagno
I perduti desiri, e la perduta
Speme de’ giorni miei; di te pensando,
A palpitar mi sveglio. E potess’io,
Nel secol tetro e in questo aer nefando,
L’alta specie serbar; che dell’imago,
Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.

Se dell’eterne idee
L’una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l’eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s’altra terra ne’ superni giri
Fra’ mondi innumerabili t’accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T’irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d’ignoto amante inno ricevi.

Giacomo Leopardi - Canti

4月10日

Magari potessi....

 
Somma Lombardo - Sabato 12 aprile il primo dei due appuntamenti dedicati alla grande lirica italiana organizzati dall’assessorato alla Cultura del Comune, con relatori Silvio Raffo e Alberto Introini
Somma Lombardo alla scoperta di Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi, o “Della vita il disperato amore”: il pessimismo eroico come lo evince dallo “Zibaldone”, ma anche le liriche dedicate alla “graziosa luna” che il poeta rimirava “pien d’angoscia” o alla “silenziosa luna” alla quale il pastore errante dell’Asia chiedeva “che fai?”.

La poetica, i temi, i componimenti, l’essere poeta, ma anche uomo di uno dei più grandi personaggi della letteratura italiana attendono Somma Lombardo sabato 12 aprile alle 21.00 nella sala polivalente “Papa Giovanni Paolo II” di via Marconi, con il primo dei due appuntamenti di “Aspettando Letture 2008”. Su organizzazione dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Somma, l’incontro incentrato su Giacomo Leopardi vedrà relatori il poeta e saggista Silvio Raffo e il giornalista e docente di materie letterarie Alberto Introini: Raffo leggerà e commenterà  alcune liriche dedicate alla Luna, mentre Introini - che si è tra l’altro laureato a pieni voti in Lettere Moderne all’Università degli Studi di Milano con una tesi in Filosofia Morale sugli aspetti del pessimismo eroico di Leopardi – si soffermerà sul pessimismo eroico come si evince dallo “Zibaldone”.

L’incontro su Leopardi del 12 aprile precede di una settimana quello incentrato su “Lirica ed etica in Dante”, previsto sabato 19 aprile alle 21.00 nella Chiesa di San Vito, che vedrà relatori sempre Raffo e Introini.

L’ingresso è libero.

Giovedi 10 Aprile 2008

4月9日

Povera Patria

ALL'ITALIA


O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo: dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia;
Sì che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.

Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che, rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica: già fu grande, or non è quella?
Perchè, perchè? dov'è la forza antica,
Dove l'armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
O qual tanta possanza
Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
Combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl'italici petti il sangue mio.

Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi
E di carri e di voci e di timballi:
In estranie contrade
Pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
Un fluttuar di fanti e di cavalli,
E fumo e polve, e luccicar di spade
Come tra nebbia lampi.
Nè ti conforti? e i tremebondi lumi
Piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
L'Itala gioventude? O numi, o numi:
Pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
Non per li patrii lidi e per la pia
Consorte e i figli cari,
Ma da nemici altrui,
Per altra gente, e non può dir morendo:
Alma terra natia,
La vita che mi desti ecco ti rendo.

Oh venturose e care e benedette
L'antiche età, che a morte
Per la patria correan le genti a squadre;
E voi sempre onorate e gloriose,
O tessaliche strette,
Dove la Persia e il fato assai men forte
Fu di poch'alme franche e generose!
Io credo che le piante e i sassi e l'onda
E le montagne vostre al passeggere
Con indistinta voce
Narrin siccome tutta quella sponda
Coprìr le invitte schiere
De' corpi ch'alla Grecia eran devoti.
Allor, vile e feroce,
Serse per l'Ellesponto si fuggia,
Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
E sul colle d'Antela, ove morendo
Si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salia,
Guardando l'etra e la marina e il suolo.

E di lacrime sparso ambe le guance,
E il petto ansante, e vacillante il piede,
Toglieasi in man la lira:
Beatissimi voi,
Ch'offriste il petto alle nemiche lance
Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.
Nell'armi e ne' perigli
Qual tanto amor le giovanette menti,
Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
Come sì lieta, o figli,
L'ora estrema vi parve, onde ridenti
Correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch'a danza e non a morte andasse
Ciascun de' vostri, o a splendido convito:
Ma v'attendea lo scuro
Tartaro, e l'onda morta;
Nè le spose vi foro o i figli accanto
Quando su l'aspro lito
Senza baci moriste e senza pianto.

Ma non senza de' Persi orrida pena
Ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
Or salta a quello in tergo e sì gli scava
Con le zanne la schiena,
Or questo fianco addenta or quella coscia;
Tal fra le Perse torme infuriava
L'ira de' greci petti e la virtute.
Ve' cavalli supini e cavalieri;
Vedi intralciare ai vinti
La fuga i carri e le tende cadute,
E correr fra' primieri
Pallido e scapigliato esso tiranno;
Ve' come infusi e tinti
Del barbarico sangue i greci eroi,
Cagione ai Persi d'infinito affanno,
A poco a poco vinti dalle piaghe,
L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
Beatissimi voi
Mentre nel mondo si favelli o scriva.

Prima divelte, in mar precipitando,
Spente nell'imo strideran le stelle,
Che la memoria e il vostro
Amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
Verran le madri ai parvoli le belle
Orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,
O benedetti, al suolo,
E bacio questi sassi e queste zolle,
Che fien lodate e chiare eternamente
Dall'uno all'altro polo.
Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
Fosse del sangue mio quest'alma terra.
Che se il fato è diverso, e non consente
Ch'io per la Grecia i moribondi lumi
Chiuda prostrato in guerra,
Così la vereconda
Fama del vostro vate appo i futuri
Possa, volendo i numi,
Tanto durar quanto la vostra duri.



4月4日

Un nuovo libro

Scrivo qui su un nuovo libro dal titolo “Scherzi d’ingegno. La fonte segreta del pessimismo leopardiano” ( V. Ribezzi per Guida editore). Il volume fa riferimento ad un’opera del ‘600 di Francesco Antonio de Virgiliis che si vorrebbe dimostrare essere appunto “la fonte segreta” cui Leopardi si sarebbe più che ispirato. Attendevo di leggerlo con ansia ed ora che me lo ritrovo tra le mani vorrei portare qui un esempio (per me importante) che si riferisce alla famosa pagina del giardino in “istato di souffrance”:

De Virgiliis: “Invece di preparare la Terra al suo grembo materno seno, matrigneggia, et equivoca delle Madri Ebree, traligna il seno in tomba de’ proprij figli, e co i Cipressi, che sono vive Piramidi, ci fa sempre mai pullulare vegetabili caratteri di morte: Fa che vi si agguantino serpenti, qual’ora ci invita a godere de’ligustri, et amaranti la vaghezza, o gl’animati Carbonchi de’ papaveri. Finge di soggiogare alle nostre mani la Regina de’ fiori, ma vi viene addrappellate le spine sù’l di lui smaltato Trono, solo per insidiarci ci diede l’api melliflui per aggio de’ nostri palati, et assieme li formò aculeati per ferirci, e con essi ci porge le cere, simboleggiandoci i funerali; Insomma l’uomo anco nel Paradiso della Terra, in vece di bearsi, dal Legno stesso della Vita tracanna frutta di morte. […] e se dalle poppe di Giuno succhiano à nostro prò copioso latte le Piante, beono queste ben sovente trà le brine toschi per inaridirsi”.

Leopardi: “Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. (Bologna. 19. Aprile. 1826.). Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere”.

Non esprimo il mio commento e lascio a chi legge la riflessione e l’analisi di questi due luoghi di cui la curatrice scrive, “pur nelle diverse sfumature di senso, il susseguirsi delle immagini è identico nei due autori e sembrerebbe legittimo pensare che l’uno derivi dall’altro
”.
 
Postato da Maria GraziaVisualizza Windows Live Spaces