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5月21日 Partecipate
5月18日 Che ne dite?Lo Zibaldone in inglese (2)
Su Libero di oggi (16 maggio 2007) è apparso un lungo articolo, firmato da Massimiliano Parente ("Esportiamo Leopardi. Con un euro si può"), che riprende il nostro appello per la pubblicazione dello Zibaldone in lingua inglese apparso due giorni fa. È una bella sorpresa e non possiamo che esserne contenti. Che le pagine culturali di un quotidiano -dotato di ben altri mezzi e in grado di raggiungere un maggior numero di lettori- decidano di mobilitarsi su una causa come questa è sempre e comunque una buona cosa. Speriamo anzi che -come pare di capire dall'articolo- non si fermino qui ma vadano avanti nella raccolta di fondi. Speriamo anche che altri giornali si sveglino e decidano di fare la loro parte. Quanto a noi, comunichiamo un numero di conto corrente. Chi vorrà, potrà fare un versamento: Banca Sanpaolo di Torino Agenzia Roma 61 ABI 01025 CAB 03289 C.C. 1090 intestato a Franco D'Intino. Invitiamo ad aggiungere al versamento nome e cognome e/o indirizzo e-mail per poterci eventualmente permettere di contattare e ringraziare i sottoscrittori e di pubblicare i loro nomi. Terremo informati i nostri lettori della cifra via via raggiunta. Rinnoviamo l'invito ad altri siti e blog a far circolare in rete questa iniziativa e il numero di conto corrente. Per finire, antricipiamo qui una pagina dello Zibaldone nella traduzione inglese. Zibaldone 102-104 (gennaio 1820): "There are three ways of looking at things. The first and most blessed is the way of those who are more spirit than body, by which I mean men of genius and sensibility, for whom there is nothing that does not speak to the imagination and the heart, and who find everywhere material which inspires them to feel and to live in a continuous rapport with things, with the infinite and with man, a life indefinable and vague. In other words, these are people who see everything in its infinite aspect and in relation to the impulses of their souls. The other and more usual way is of those for whom things have more substance and little spirit, by which I mean the average person (average with regard to the imagination and feeling, and not with regard to everything else such as science, politics etc etc) who, without being sublimely inspired by anything, find reality in everything and see things just as they appear in nature and as they are ordinarily regarded, and behave accordingly. This is the normal way, the most conducive to happiness, which without leading to any grand vision or insights into the meaning of existence, still gives life a purpose, one of which we may be scarcely aware, that remains constant and unchanging and follows an even course, whatever the circumstances, from the cradle to the grave. The third way, which is grim and desperate yet the only truthful one, is the view of those for whom things have neither spirit nor body but are totally vain and insubstantial. I mean philosophers and those people with deep feelings who, having learned from bitter experience, move in one jump from the first way of seeing things to the last without touching the second. Everywhere they find and feel nothing but emptiness, they see the vanity of human cares, desires, hopes and those ideals by which we live and without which life has no meaning. And I would like to note here how we boast that our superiority over other animals lies in human reason through which we imagine we can achieve perfection. Yet reason is inadequate and, I would say, not only quite incapable of making us happy but even of making us less unhappy, much less of making us wise which is supposed to be the main function of reason. Because anyone who becomes so obsessed with thinking about and feeling continuously the true and certain nullity of everything in such a way that neither the succession and variety of things nor some chance event has any power to distract them from this idea, would be absolutely mad, if only because anyone chosing to live by this indisputable principle should be able to predict exactly where it would lead. It is quite certain that most of the time we behave as if we are subject to a kind of distraction or forgetfulness which is directly contrary to reason. Although this might seem real madness, it is our only sensible choice, our only consistent and abiding wisdom whereas the others are not, or only intermittently. From which we see how wisdom as we commonly understand and live by it, is closer to nature than to reason, coming between the two and never, as is usually maintained, arising from the latter alone, and how reason pure and simple, by its very nature, is an obvious route to inevitable and total madness." Traduzione (provvisoria) di Kay Baldwin, copyright: Leopardi Centre, Birmingham [Ci sono tre maniere di vedere le cose. L'una e la più beata, di quelli per li quali esse hanno anche più spirito che corpo, e voglio dire degli uomini di genio e sensibili, ai quali non c'è cosa che non parli all'immaginazione o al cuore, e che trovano da per tutto materia di sublimarsi e di sentire e di vivere, e un rapporto continuo delle cose coll'infinito e coll'uomo, e una vita indefinibile e vaga, in somma di quelli che considerano il tutto sotto un aspetto infinito e in relazione cogli slanci dell'animo loro. L'altra e la più comune di quelli per cui le cose hanno corpo senza aver molto spirito, e voglio dire degli uomini volgari (volgari sotto il rapporto dell'immaginazione e del sentimento, e non riguardo a tutto il resto, p.e. alla scienza, alla politica ec. ec.) che senza essere sublimati da nessuna cosa, trovano però in tutte una realtà, e le considerano quali elle appariscono, e sono stimate comunemente e in natura, e secondo questo si regolano. Questa è la maniera naturale, e la più durevolmente felice, che senza condurre a nessuna grandezza, e senza dar gran risalto al sentimento dell'esistenza, riempie però la vita, di una pienezza non sentita, ma sempre uguale e uniforme, e conduce per una strada piana e in relazione colle circostanze dalla nascita al sepolcro. La terza e la sola funesta e miserabile, e tuttavia la sola vera, di quelli per cui le cose non hanno nè spirito nè corpo, ma son tutte vane e senza sostanza, e voglio dire dei filosofi e degli uomini per lo più di sentimento che dopo l'esperienza e la lugubre cognizione delle cose, dalla prima maniera passano di salto a quest'ultima senza toccare la seconda, e trovano e sentono da per tutto il nulla e il vuoto, e la vanità delle cure umane e dei desideri e delle speranze e di tutte le illusioni inerenti alla vita per modo che senza esse non è vita. E qui voglio notare come la ragione umana di cui facciamo tanta pompa sopra gli altri animali, e nel di cui perfezionamento facciamo consistere quello dell'uomo, sia miserabile e incapace di farci non dico felici ma meno infelici, anzi di condurci alla stessa saviezza, che par tutta consistere nell'uso intero della ragione. Perchè chi si fissasse nella considerazione e nel sentimento continuo del nulla verissimo e certissimo delle cose, in maniera che la successone e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo, giacchè volendosi governare secondo questo incontrastabile principio ognuno vede quali sarebbero le sue operazioni. E pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia la più ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la sola intera e continua saviezza, dove le altre non sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e che possa giovare in questa vita, sia più vicina alla natura che alla ragione, stando fra ambedue e non mai come si dice volgarmente con questa sola, e come essa ragione pura e senza mescolanza, sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia.] Pubblicato da Giuseppe
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Giacomo Leopardi (1798-1837)
Ripubblicazione consentita previo permesso dell'autore: scrivere per accordi. [Torna all'indice dei testi originari] [Vai alla pagina di biografie di gay nella storia] 5月15日 Passeggiata solitaria...
5月4日 Il coro delle mummieLeopardi, Coro dei morti nello studio di Federico RuyschFederico Ruysch (l638-l73l), medico e anatomista olandese, scoprí un metodo per preservare dalla putrefazione i cadaveri. La canzone che segue costituisce l’inizio del Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie: lo scienziato, sentendo i propri morti cantare, entra nello studio e comincia a interrogarli. Il canto si apre con l’affermazione della certezza e della naturalità della morte e con la descrizione della condizione degli uomini dopo la morte. Il discorso è in forma impersonale e potrebbe essere pronunciato da qualunque mortale. Poi, improvvisa, la rivelazione: sono i morti a parlare (“Vivemmo”). Quella di “far parlare i morti” non è certo una invenzione di Leopardi (si pensi solamente a Dante), ma qui è originale il rapporto che è proposto fra morte e vita: non c’è rimpianto per la vita che non è piú e di essa non si ha che un pallidissimo ricordo; la vita è per i morti ciò che la morte è per i vivi: “cosa arcana e stupenda”. In questo rovesciamento i morti “rifuggono” la vita come i vivi la morte. Non si tratta di un rovesciamento simmetrico, come quello delle immagini speculari, ma piuttosto come quello fra negativo e stampa nella fotografia: il nero al posto del bianco, il pieno al posto del vuoto. La vita e la morte sono entrambe reali, ma inconciliabili. Il realismo leopardiano attribuisce un vantaggio alla morte: rispetto alla vita essa è “certa”. Ma non si pensi – conclude Leopardi per bocca delle mummie – che la morte sia il raggiungimento di qualche felicità: l’“esser beato” è negato, in ugual misura, ai vivi e ai morti.
G. Leopardi, Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie (l824)
1 Sola nel mondo eterna, a cui si volve 2 Ogni creata cosa, 3 In te, morte, si posa 4 Nostra ignuda natura; 5 Lieta no, ma sicura 6 Dall’antico dolor. Profonda notte 7 Nella confusa mente 8 Il pensier grave oscura; 9 Alla speme, al desio, l’arido spirto 10 Lena mancar si sente: 11 Cosí d’affanno e di temenza è sciolto, 12 E l’età vote e lente 13 Senza tedio consuma. 14 Vivemmo: e qual di paurosa larva, 15 E di sudato sogno, 16 A lattante fanciullo erra nell’alma 17 Confusa ricordanza: 18 Tal memoria n’avanza 19 Del viver nostro: ma da tema è lunge 20 Il rimembrar. Che fummo? 21 Che fu quel punto acerbo 22 Che di vita ebbe nome? 23 Cosa arcana e stupenda 24 Oggi è la vita al pensier nostro, e tale 25 Qual de’ vivi al pensiero 26 L’ignota morte appar. Come da morte 27 Vivendo rifuggia, cosí rifugge 28 Dalla fiamma vitale 29 Nostra ignuda natura 30 Lieta no ma sicura; 31 Però ch’esser beato 32 Nega ai mortali e nega a’ morti il fato.
(G. Leopardi, Tutte le opere, Sansoni, Firenze, l9885, vol. I, pag. l34)
5月1日 Non è sconvolgente?
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