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“Si ignora anche la grandezza filosofica di Eschilo. E la cosa è anche più grave. Insieme a pochi altri, egli apre il cammino dell’Occidente.” (E. Severino, Il nulla e la poesia) Esiste un arco che ha ai suoi estremi Eschilo e Leopardi. La parabola che corre dall’uno all’altro è ciò che chiamiamo Occidente. Con Eschilo nasce infatti l’illusione essenziale: che la conoscenza della verità - quella parte della verità certa e immutabile a portata della ragione degli uomini - è il solo rimedio che la nostra specie abbia per salvarsi dal dolore. Il dolore essenziale è quello della morte. La verità è il rimedio al dolore per la propria incompiutezza e mortalità perché la verità come epistéme “è il rimedio al dolore, perché mostra incontrovertibilmente che la sostanza di tutti gli essenti, è eterna, “sempre salva” dal niente (Aristotele, Metaph. 983 b 13” (E. Severino, Il nulla e la poesia). Solo con Leopardi questo percorso trova il suo epilogo; perché “Leopardi, per primo, pensa che la verità è appunto l’annientamento della vita e delle cose e che quindi non può essere il rimedio del dolore. La verità è il dolore” (Ibid.).
Ancora: “Nel pensiero di Leopardi la fede nell’“evidenza” del divenire acquista una intensità che non aveva mai avuto: con estrema potenza testimonia ciò che per essa è la visibilità pura, la luce piena dove appare che l’annientamento non distrugge (e la creazione non produce) semplicemente gli aspetti accidentali e individuali, ma la sostanza stessa e l’intera consistenza dell’essente. Testimonia il “nulla verissimo e certissimo delle cose” (Zib. 103)” (Ibid.). “Che l’angoscia estrema sia prodotta dall’annientamento degli essenti e dal loro provenire dal nulla è uno dei tratti essenziali e decisivi delle origini del pensiero filosofico. Riceve la sue espressione più grandiosa da Eschilo; guida l’intera storia dell’Occidente; il pensiero di Leopardi ne è la testimonianza più pura, all’inizio del processo in cui la cultura contemporanea rifiuta il rimedio che la tradizione dell’Occidente aveva preparato contro l’angoscia del nulla: la ragione come rimedio. E’ “la ragione umana... incapace di farci non dico felici ma meno infelici”; anzi, è “fonte ... di assoluta e necessaria pazzia” - anche se, certo, “verissima pazzia” (Zib. 103-4).” (Ibid.). May 26 ERRORE DI UNA VITA TUTTA INTERNA Pel manuale di filosofia pratica. A voler viver tranquillo, bisogna essere occupato esteriormente. Error mio nel voler fare una vita, tutta e solamente interna, a fine e con isperanza di esser quieto. Quanto più io era libero da fatiche e da occupazioni estrinseche, da ogni cura di fuori fino dalla necessità di parlare per chiedere il mio bisognevole (tanto che io passava i giorni senza profferire una sillaba), tanto meno io era quieto nell’animo. Ogni menomo accidente che turbasse il mio modo e metodo ordinario (e n’accadevano ogni giorno, perché tali minuzie sono inevitabili) mi toglieva la quiete. Continui timori e sollecitudini, per queste ed altre simili baie. Continuo poi il travaglio della immaginazione, le previdenze spiacevoli, le fantasticherie disgustose, i mali immaginarii, i timori panici. Gran differenza è dalla fatica e dalla occupazione, e dalle cure e sollecitudini stesse, alla inquietudine. Gran differenza dalla tranquillità all’ozio. Le persone massimamente di una certa immaginazione, le quali essendo per essa molto travagliati negli affari, nella vita attiva o semplicemente sociale, e molto irresoluti (come nota la Staël nella Corinna a proposito di Lord Nelvil); e le quali perciò appunto tendono all’amor del metodo e alla fuga dell’azione e della società, e alla solitudine; s’ingannano in ciò grandemente. Esse hanno più che gli altri, per viver quiete, necessità di fuggir se stesse, e quindi bisogno sommo di distrazione e di occupazione esterna. Sia pur con noia. Si annoieranno per esser tranquille. Sia ancora con afflizioni e con angustie. Maggiori sarebbero quelle che senza alcun fondamento reale, fabbricherebbe loro inevitabilmente la propria immaginazione nella vita solitaria, interiore, metodica. Chi tende per natura all’amor del metodo, della solitudine, della quiete, fugga queste cose più che gli altri, o attenda più a temperarle co’ lor contrarii; se vuol potere veramente esser quieto. Al che lo aiuterà poi il giudicare e pensar filosoficamente delle cose e dei casi umani. Ma certo un uom d’affari (senz’ombra di filosofia) ha l’animo più tranquillo nella continua folla e nell’affanno delle cure e delle faccende; e un uomo di mondo nel vortice e nel mar tempestoso della società, di quello che l’abbia un filosofo nella solitudine, nella vita uniforme e nell’ozio estrinseco. (Giacomo Leopardi) Ripropongo qui un articolo bellissimo di Antonio Prete, che può benissimo riguardare il terremoto che ha colpito i fratelli cinesi. Il pensiero di Giacomo è sempre attuale. Lo tsunami e la ginestra di Leopardi di Antonio Prete
Corpi lucenti su cartoline da eden e corpi sfigurati e straziati, sabbie con palmizi da pubblicità dell'altrove e cumuli di macerie tra fanghiglia e detriti. Le seconde immagini divorano le prime. Il disastro cancella ogni esotismo, annulla il prima della tragedia, ne mostra l'effimera consistenza. Il maremoto va al di là della sua area di impatto, scivola tremendo nelle regioni dell'Europa, nei suoi miti d'evasione, nel suo altrove formato pacchetto turistico. Ma il disastro si abbatte con maggiore ferocia sulla povertà e sulla miseria delle popolazioni locali, su paesi privi di ogni difesa, di ogni allarme, lontani anche da quel poco che la scienza ha potuto costruire quanto a sistemi di previsione. Appare, in una concentrazione spazio-temporale, e in maniera fortemente intensiva, quella distruzione dei viventi che la storia degli uomini persegue da sempre con le guerre e in modo assiduo, instancabile, violentissimo. Se il disastro provocato dalla natura, dalla sua attività ed energia, è per così dire dispiegato alla vista e ai pensieri degli uomini, tutto esposto nella sua violenta e rapidissima crudeltà, il disastro delle guerre è reso opaco e in certo senso anestetizzato dalle pretese giustificazioni, dalle strategie, dalle esibite ragioni politiche, dal fatto che è diffuso in uno spazio geografico estesissimo, dall'abitudine alla notizia, dallo stesso nascondimento delle immagini: può anche accadere l'assurdo, com'è spesso accaduto, che cioè la guerra -distruzione sistematica degli esseri viventi e della stessa natura- possa essere ritenuta necessaria. Un disastro e l'altro disastro sono due forme dello stesso tragico. Commuoversi sull'uno e tacere sull'altro significa guardare solo dove i corpi straziati sono immagine, presenza, dove la morte appare prossima, possibile, contigua. Il primo disastro appartiene alla physis, appartiene a quel "ciclo di produzione e distruzione" che gli illuministi vedevano come proprio della natura, della sua vita. Il secondo disastro è frutto della violenza distruttiva portata da una ratio politica che pensa la guerra come strumento di dominio e di ordine, anche se maschera tutto questo con propositi democratici o, qualche volta, umanitari. Se molto poco l'uomo può dinanzi alla natura che distrugge e quel poco, che consiste nel prendersi cura del paesaggio naturale, nel rispettare la sua armonia, le sue leggi, il suo equilibrio, spesso è eluso o negato- molto può invece dinanzi all'altro ordine distruttivo che è rappresentato dalle guerre. Da più parti si scrive questi giorni, dinanzi alle immagini di miseria e abbandono che vengono dal Sud-Est asiatico, di un "senso di colpa" dell'opulento e finora indifferente Occidente. Per attenuare questo senso di colpa, il rimedio sarebbe molto semplice, di quella semplicità che la politica spesso riconosce come ingenua o utopica o appunto impolitica: dislocare le spese militari, trasformarle in soccorsi e ricostruzione, dislocare gli eserciti di occupazione e trasformarli in eserciti di aiuto civile alle popolazioni colpite. Riprendere il discorso planetario- sul disarmo dovrebbe essere il primo atto di una possibile solidarietà. Perché è ipocrita soccorrere da una parte e distruggere dall'altra. Si è riflettuto, questi giorni, sulla catastrofe, sul pensiero intorno alla catastrofe. Dopo il disastro di Lisbona del 1755 deflagrò nel sapere degli illuministi l'illusione ottimistica, e si avviò una riflessione che da Voltaire via via fino a Leopardi sottrasse certezze al sogno o progetto della "pubblica felicità": la catastrofe aveva messo allo scoperto la fragilità dell'individuo, del corpo individuale, la sua caducità, la sua insignificanza dinanzi alla lingua della natura, ma anche aveva mostrato l'incongruenza di una urbanizzazione che non assecondava le forme della natura, aveva infine mostrato quanto profonda fosse la distanza dalla natura perseguita strenuamente dalla civiltà. Leopardi, dall'Epistola in versi di Voltaire "sur le dèsastre de Lisbonne" prende soprattutto l'ironia amara sull'ottimismo societario dei filosofi moderni, i quali pretendono di fare "des malheurs de chaque être un bonheur gènèral" ("dell'infelicità del singolo una felicità universale"): Zibaldone, 4175, 22 aprile 1826. Ma la meditazione leopardiana sulla catastrofe è consegnata, come tutti sanno, ai versi della Ginestra ("un'onda / di mar commosso" fa pensare all'evento tragico del Tsunami). Non è certo questo il luogo di un commento ad uno dei più grandi testi della nostra poesia, valga solo l'invito alla lettura, alla rilettura. Tra i tanti straordinari passaggi, ce n'è uno che lega la riflessione sulla distruzione operata dalla natura alla riflessione sulla guerra (in molti passi dello Zibaldone Leopardi parla delle guerre moderne, considerate come effetto della congiunzione tra astrazione e violenza: la tecnica, propria della civiltà, astrae dal corpo del singolo, dal suo essere senziente e vivente, rendendolo invisibile, puro anonimo numero). In un passaggio della Ginestra il poeta dice che tra gli uomini "nobil natura" è quella che è in grado di riconoscere la propria condizione di sofferenza, quella che, sollevando gli occhi, senza veli, al "comun fato", accetta il proprio limite, "né gli odii e l'ire / fraterne, ancor più gravi / d'ogni altro danno, accresce / alle miserie sue . . . " Le guerre, infatti, aggiungono miseria a miseria, distruzione a distruzione. Invece il legame tra i viventi, il considerare gli uomini "tutti fra se confederati" dinanzi alla violenza distruttiva della natura, e l'accettare la condizione umana di esposta mortalità, può dare nuovo fondamento ("altra radice") al "conversar cittadino", ma anche a "giustizia e pietade". E' insomma a partire dal riconoscimento della finitudine che appare necessario il legame tra i viventi: da qui si può ricomporre un principio di convivenza che non aggiunga la distruzione umana a quella naturale. Ma è con l'immagine stessa del fiore che il bellissimo testo poetico consegna alla nostra meditazione sulla catastrofe una figura che è pensiero del tragico, pensiero nel tragico. La ginestra è il fiore del deserto, della lava, della distruzione. Per questo sa della sua mortalità. La finitudine è il suo orizzonte. Il sapere della morte è il suo respiro. La sua fragilità, la sua esposizione alla morte la sottraggono all'orgoglio di un preteso dominio sulla natura e sulla vita, la sottraggono all'illusione, propria degli uomini, di poter opporre al declino e al destino una storia progressiva, con le sue magnifiche sorti. La ginestra vive nella finitudine, nella sua consapevolezza, ma pur stando in questo orizzonte che accetta il limite, "consola" il deserto, cioè quello che è intorno a lei, lo consola con quello che ha di più impalpabile, e leggero, e invisibile: il profumo. Testimone della distruzione, il fiore del deserto, nato sulla lava, non rinuncia al suo essere appunto un fiore, al suo colore, non rinuncia alla sua esistenza leggera e profumata. Questa fragilità che agisce non nell'orizzonte del potere -potere sulla natura, sulle cose, sugli uomini- ma solo nell'orizzonte della finitudine è, certo, la lingua stessa della poesia. Ma è anche, per gli uomini, l'indicazione di un modo d'essere. Di uno stare al mondo. Il fiore sull'abisso: la vita stessa. questo articolo è apparso su Liberazione del 5 gennaio 2005 May 19 Zibaldone, pagg. 4175 - 4176
Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. (Bologna. 19. Aprile. 1826.). Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere.

May 14
| Data e ora di inserimento: (12-05-2008, 17:32:23)
L’Assemblea dei Soci del Centro Nazionale di Studi Leopardiani, riunitasi la mattina del 7 maggio scorso, ha eletto all’unanimità il Sindaco di Recanati Fabio Corvatta (Nella foto: al centro accanto ad Anna Leopardi, Fiorenza Ceragioli e alcuni soci del CNSL) alla carica di Presidente, su proposta del Comitato scientifico e dei Soci appartenenti alla famiglia Leopardi e alla famiglia Foschi. Nell’esporre la proposta collegiale, Lucio Felici – coordinatore del Comitato scientifico – ha sottolineato come Fabio Corvatta, durante la malattia e dopo la scomparsa di Franco Foschi, si sia impegnato con saggezza e generosità nel dare seguito all’opera ventennale del compianto Presidente, riordinando la gestione amministrativa dell’istituto e promuovendo – in stretta collaborazione con i componenti del Consiglio di Amministrazione e del Comitato scientifico – varie iniziative di alto livello culturale: dalle celebrazioni dei 70 anni di vita del Centro Studi alle imminenti manifestazioni della “giornata leopardiana” del 29 giugno (ricorrenza della nascita del poeta), alla preparazione del grande Convegno internazionale che si svolgerà nel settembre prossimo. Ancora per suo merito, sono stati avviati accordi con università e istituti culturali italiani e stranieri, e si sta lavorando alacremente alla creazione di un nuovo Museo Leopardiano, che era uno dei progetti più tenacemente ideati e sostenuti da Franco Foschi. Sempre all’unanimità, l’Assemblea ha rieletto la contessa Anna Leopardi Vicepresidente del Centro e ha confermato l’intero Consiglio di Amministrazione uscente, con l’integrazione di un nuovo membro nella persona di Paolo Foschi. L’attuale Consiglio di Amministrazione risulta, pertanto, così composto: Anna Leopardi e Fabio Corvatta, membri di diritto; Giuseppe Casali, Fiorenza Ceragioli, Lucio Felici, Paolo Foschi, Emilio Peruzzi.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, si è riunita anche l’Assemblea dei Soci del Centro Mondiale della Poesia e della Cultura “Giacomo Leopardi”, che ha eletto all’unanimità il Consiglio di Amministrazione, così composto: Anna Leopardi e Fabio Corvatta, membri di diritto; la senatrice Silvana Amato, Socio fondatore; Fabiana Cacciapuoti, Franco D’Intino, Alberto Folin, Ferdinando Foschi. Subito dopo, il Consiglio si è a sua volta riunito e, a norma di statuto, ha eletto Presidente Ferdinando Foschi, che raccoglie dunque l’eredità del fratello Franco. Anna Leopardi è stata confermata nel ruolo di Vicepresidente. In una prossima riunione il Consiglio di Amministrazione sarà convocato dal nuovo Presidente per procedere alla nomina dei componenti del Comitato scientifico.
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Addolcendosi i costumi, diffondendosi le cognizioni e la coltura delle maniere nelle classi inferiori, avanzandosi la civiltà, veggiamo che i grandi delitti o spariscono, o si fanno più rari. Se mancati i grandi delitti e i grandi vizi, potranno aver luogo le grandi virtù, le grandi azioni, questo è un problema, che l'effetto e l'esperienza della civilizzazion presente deciderà per la prima volta. - Parlando con un famoso ed eloquente avvocato napoletano, il Baron Poerio, che ha avuto a trattare un gran numero di cause criminali nella capitale e nelle provincie del Regno di Napoli, ho dovuto ammirare in quel popolo semibarbaro o semicivile piuttosto, una quantità di delitti atroci che vincono l'immaginazione, una quantità di azioni eroiche di virtù (spesso occasionate da quei medesimi delitti), che esaltano l'anima la più fredda (come è la mia). Certo niente o ben poco di simile nelle parti men barbare dell'Italia, e [4290]nel resto d'Europa, nè per l'una nè per l'altra parte.
(Firenze. 18. Sett. 1827.) May 08 TEORIA DELL’EDUCAZIONE LETTERARIA VERONA (Prof. Paola Tonussi) Lezione 6 (on-line): “All’apparir del vero…”: Giacomo Leopardi, il sogno, il ricordo e le illusioni. Nell’inverno e nella primavera del 1828, Giacomo Leopardi si trovava a Pisa: laggiù conseguiva nuovamente il sogno a lungo accarezzato, di lasciare Recanati. Il distacco tanto sospirato dal paese natale gli era costato anni di trattative con i genitori, con i pochi amici che mantenevano con lui relazioni epistolari e con i parenti; per prorogare il più possibile il suo ritorno, aveva perciò accettato di compilare una raccolta delle proprie liriche, con i cui proventi riuscire a mantenersi. Non era la prima volta che Giacomo lasciava l’aristocratico palazzo avito, il paese e lo scenario esiguo della piazza e della chiesa, che riusciva a vedere dalle finestre della biblioteca paterna. Ma, com’era già successo in passato, staccandosi da Recanati sembrava che la lontananza da una casa tutto sommato amata e la memoria, in lui capace di trasfigurare ogni cosa, avessero il potere di idealizzare Recanati da prigione, così come lui la descriveva nelle sue lettere, ad un paradiso perduto del ricordo. Il poeta soffriva una contraddizione intima, che lo avrebbe accompagnato sempre: a Recanati si sentiva isolato, tagliato fuori dal mondo delle lettere e dai letterati del suo tempo, costretto a limitare la propria esistenza tra la biblioteca del conte Monaldo e i dintorni prossimi alla casa paterna, che soleva percorrere a piedi nelle passeggiate solitarie. Sognava in modo febbrile di lasciare quei luoghi eppure, lontano da essi, dal fratello Carlo e dalla sorella Paolina, la distanza e la separazione li idealizzavano nell’unico posto in cui avrebbe potuto vivere, e vivere felice. Da tempo la sua poesia taceva. Era come se essa, per spiccare il volo, avesse avuto bisogno della visione conosciuta da sempre di Montemorello, delle piccole vie impervie sulle colline di Recanati, di quell’orizzonte che, dietro a sé, schiudeva una serie infinita d’orizzonti simili avvolti dalla foschia della lontananza, dei passeri che svolavano alti sul tetto del palazzo paterno, sulla chiesa e sulla piazza e che, in primavera e in estate, lanciavano all’aria il loro canto. A Pisa aveva preso a pigione un piccolo appartamento presso una famiglia, che ospitava in genere studenti per pochi scudi, ma la sua stanza dava a ponente sopra un orto e la illuminavano due finestre alte, da cui la vista poteva spingersi fino all’orizzonte. Il soggiorno a Pisa si prospettava dolce e riposante. Ogni giorno, Leopardi usciva in città e seguiva il fiume, camminando a lungo: gli piaceva quel clima, in cui vi era “quasi sempre un’aria di primavera”, e gli piaceva lo spettacolo offerto dal Lungarno dove, specie con il bel tempo, si affollavano carrozze e pedoni e i raggi del sole facevano brillare gli stucchi dorati dei caffè, le vetrine delle botteghe, le finestre dei palazzi raffinati. Rientrando suonava il campanello con un suo tocco speciale, che lo annunciava alla famiglia e in particolare alla sorella della padrona di casa, con la quale aveva fatto amicizia: la giovane si chiamava Teresa Lucignani, e incantava Giacomo con la sua freschezza. Dotata di una bellezza pacata, quasi non istruita, Teresa aspettava sul balcone che il conte recanatese tornasse, e lui aspettava di essere riconosciuto da lei al tocco del campanello, per riderne in modo fanciullesco. Lo Zibaldone, nel giugno del 1828, celebra “una giovane dai sedici ai diciotto anni”, la quale ha nel viso, nei gesti, nella figura un “non so che di divino”. La bella pisana si confondeva nella fantasia di Giacomo Leopardi con il fanciullesco fantasma d’amore di un’altra ragazza che portava lo stesso nome, morta a Recanati nel pieno della giovinezza, Teresa Fattorini: dalle finestre del proprio palazzo, Giacomo ne scorgeva la stanza nella casa del cocchiere, e da lassù vedeva anche la camera di una piccola tessitrice, la quale lavorava vicina alla finestra. Rievocandone la memoria circa trent’anni dopo, il fratello Carlo doveva parlare di entrambe come di “affetti lontani e prigionieri”. La separazione da Recanati iniziava però ad agire su Leopardi, in quella stagione pur singolarmente serena della sua vita. Frequentava salotti e dimore elevate, godendosi anche i vantaggi della sua reputazione di poeta ma, confessava ad un amico, “avrei maggior concetto di me stesso se mi credessi capace di farmi amare, che di farmi stimare”. I sogni di gloria della sua prima giovinezza lo avevano abbandonato ormai definitivamente. Le Operette morali erano state pubblicate l’anno precedente. Non gli avevano portato quel riconoscimento, in cui l’autore aveva sperato, per poter vivere unicamente della propria poesia. Con le Operette, il suo pessimismo si era venuto però decantando e mitigando in un patrimonio di tristi certezze stabili, in una specie di nitida e inevitabile disperazione senza lacrime. La nostalgia di casa e dei familiari lo cullava adesso con sogni ad occhi aperti, di cui raccontava nelle lettere ai fratelli; il ricordo di tutto ciò che di familiare e di caro si era lasciato indietro rendeva dolce il suo sognare. Il ricordo, le visioni evocate, una nostalgia ormai quasi incoercibile lo portavano nuovamente verso la poesia. Così ne parlava alla sorella Paolina, in una lettera del 25 febbraio 1828: Io sogno sempre di voi altri, dormendo e vegliando: ho qui in Pisa una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle rimembranze: là vo a passeggiare quando voglio sognare ad occhi aperti. Un tempo, il poeta aveva creduto impossibile riuscire a comporre poesia o anche solo abbandonarsi al sogno fuori di Recanati. Ora l’impulso a scrivere veniva in maniera del tutto inaspettata anche lontano di là: porsi a comporre lirica, o anche semplicemente ordinare le proprie carte in vista della raccolta poetica, era per lui come una sorta di tuffo nel passato. Sempre a Paolina confessava: … ho fatto dei versi quest’aprile; ma versi veramente all’antica, e con quel mio cuore d’una volta… (2 maggio). E, mentre la primavera pisana avanzava per mutarsi quasi in estate, non cessava in lui l’impeto di energia creativa, che faceva seguito ad anni di aridità. Il cuore pareva come riemergere da uno stato, divenuto ormai abituale, d’indifferenza e freddezza, e tornava a palpitare, a ricordare, a soffrire, a commuoversi. All’amico Giordani, il poeta confessava invece un’indicibile stanchezza e la fatica di una vita ridotta a “noia e pena”. Perché questa contraddizione? Ridestando il “cuore d’una volta”, Giacomo Leopardi aveva operato la rievocazione di ogni suo affetto passato, una specie di lento disgelo dell’anima e un riaffiorare del sentimento di pietà che, come annotava nello Zibaldone, facendo “rea d’ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge (…) il lamento (…) a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’ viventi” (4428). Da tale fondo di cupa angoscia germogliavano in un futuro non lontano, ma nascendo però dai semi coltivati già a Pisa, i fiori straordinari dei grandi idilli. Spinto a ricordare e a riflettere sul passato, Leopardi toccava un entusiasmo lirico che lo incalzava a ripercorrere idealmente le tappe ideali della propria vita: la resurrezione delle chimere di gioventù avveniva nella tenera primavera pisana con tutta la violenza che una volta aveva visto il loro nascere e il loro spegnersi sconfortante nel piccolo poeta deforme, povero e timido. Egli rivedeva da lontano il passato, i desideri ardenti, le speranze che lo avevano sostenuto, e poi il pianto sconsolato dinanzi al crollo delle illusioni che la vita gli aveva insegnato, la rivelazione crudele del vero e il susseguente stato di fredda apatia in cui ad intervalli era caduto dopo la delusione cocente, e infine il desiderio, altrettanto ricorrente per lui, di morte e di finire con il dolore che lo straziava. Da un periodo di totalizzante ripiegamento su se stesso, dal colloquiare assiduo con la propria realtà interiore, prendeva così l’avvio la linea del canto negli idilli, e sempre come vocazione lirica e partendo da stimoli immediati, intrecciati alla sua situazione esistenziale. Il viso e la grazia mite di Teresa Lucignani gli riportavano alla memoria altri visi di ragazze ammirate di lontano nella sua prima giovinezza a Recanati, quali Teresa Fattorini e la piccola tessitrice Maria; ascoltando lei, che gli parlava, riascoltava il poeta altre giovani donne, un tempo udite dall’alto della sua finestra, mentre riponeva sullo scrittorio il libro cui era intento; la fanciulla che nel fiorire della sua primavera viveva nella stessa casa in cui lui viveva si sovrapponeva ad un’altra, recisa invece prima del suo sbocciare pieno alla vita. Tutto questo rivedeva come davanti agli occhi della memoria Giacomo Leopardi e, per le impenetrabili e misteriose ragioni del cuore, con la memoria erano risorti dall’oblio del passato anche gli inganni dell’esistenza sulla terra, e la natura, che pure di recente gli si era data nella sua vitalità e capacità di portare gioia, mostrava ora di nuovo il suo male intimo. Animato da tali sentimenti, il 19 aprile 1828, il poeta affidava così alla pagina tutto questo e iniziava una lirica celebre, la quale diceva ciò che Rolando Damiani con ampia sensibilità poetica definisce “l’interrogativo forse più struggente della lirica italiana”: Silvia, rimembri ancora Quel tempo della tua vita mortale, Quando beltà splendea Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, E tu, lieta e pensosa, il limitare Di gioventù salivi?. Leopardi avrebbe in seguito ripreso la canzone, apportandone però solo modifiche lievi: la composizione avveniva di getto, in soli due giorni. Il poeta impiegava per la prima volta una nuova misura poetica, fatta di stanze libere, endecasillabi e settenari, ricca di assonanze e rime rare, che reputava più adatta a rendere i movimenti spontanei dell’anima, l’effusione sciolta dei sentimenti e il riaffiorare libero del ricordo. Le voci delle giovani conosciute si fondevano in una sola, quella di Silvia, la quale diffondeva intorno a sé la propria armonia e, mentre si dedicava ai lavori gentili, lasciava scorrere il pensiero sulle speranze di un futuro, che lei si figurava lieto ad attenderla: Sonavan le quiete Stanze, e le vie dintorno, Al tuo perpetuo canto, Allor che all’opre femminili intenta Sedevi, assai contenta Di quel vago avvenir che in mente avevi. La primavera della vita coincideva con la primavera reale, nella stagione mite dell’anno. Dal palazzo paterno, il poeta abbandonava allora un tempo gli studi, e si poneva ad ascoltare il canto femminile e insieme il rumore attutito, prodotto dalla mano che si muoveva veloce sulla tela. Lo sguardo si allontanava dalla scena vicina e poi vi si ripiegava grato, incapace di esprimere quanto il cuore provava: Mirava il ciel sereno, Le vie dorate e gli orti, E quinci il mar da lungi, e quindi il monte. Tutte le rimembranze riemergevano alle soglie del cuore, e dalla profondità di un passato che il poeta credeva dimenticato: loro, le rimembranze del passato, alla luce della fantasia presente erano sublimate in poesia con tutta la loro forza intatta. La musica della lirica leopardiana tendeva a raccogliersi e ad accordarsi intorno ad un’unica nota prevalente, che a Silvia faceva acquistare il significato del simbolo. In un appunto poco più tardo, Giacomo descriverà infatti il “fiore purissimo (…) di gioventù”, che ci tocca e ci emoziona nell’immagine e nella voce di una fanciulla, insieme con il “pensiero de’ patimenti che l’aspettano”, e l’”indicibile fugacità” della sua vita, da cui scaturisce “il ritorno sopra noi medesimi” e “il sentimento di compassione” che ci avvince per lei, per noi e insieme per tutti gli uomini, segnati da un identico destino finale. La giovinezza ancora ignara di Silvia, spezzata da una morte prematura, e le illusioni di Giacomo, destinate a spegnersi dinanzi al sorgere del vero, confluivano in una sola immagine poetica e la figura della donna si fondeva con il mito delle attese o delle speranze giovanili, o ancora con il mito della giovinezza, ma qui rappresentato e fatto respirare in una creatura mortale, realmente vissuta e ammirata: Che pensieri soavi, Che speranze, che cori, o Silvia mia! Sempre, l’intermittente sospiro dell’anima continuava a riverberare la linea smossa e sinuosa del ragionamento interiore, e la lirica assumeva i toni di un’accorata confessione, dagli accenti appena modulati: la disillusione aveva portato poi, davanti alla “sventura”, un “affetto” che premeva il cuore, “acerbo e sconsolato”. La denuncia della crudeltà naturale della morte si risolveva in un’accorata supplica, un’implorazione straziante nella sua semplicità alla natura, che dovrebbe essere madre amorevole e benigna, e che tradisce invece i suoi “figli” con gli inganni dolorosi, che consuma su loro: O natura, o natura, perché non rendi poi Quel che prometti allor? Perché di tanto Inganni i figli tuoi? Il paragone tra Silvia e il poeta giunge al suo culmine: la prima non avrebbe mai udito “la dolce lode” delle “negre chiome” o degli “sguardi innamorati e schivi”, né avrebbe mai parlato sorridente d’amore con le compagne “ai dì festivi”; similmente al poeta la vita aveva negato la giovinezza e, con essa la speranza, illusione diletta, e “cara compagna dell’età mia nova”. Tutto crollava e scompariva così, “All’apparir del vero”. Quando questi versi dolenti affioravano alla sua penna, Giacomo Leopardi ignorava ancora la morte, avvenuta a Recanati all’inizio di maggio, del fratello Luigi. Nel momento in cui riprese le sue carte e rivide i versi, essi assunsero quasi la tonalità della profezia. Tutto pareva allora chiudersi intorno a lui, sotto il segno della sventura: il lutto che lo aveva colpito; la salute tornata precaria; la minaccia incombente della miseria; l’utopia svanita di una vita, seppure modesta, assicuratagli dalla poesia; la vanità di ogni promessa o profferta di un lavoro, che da tempo andava cercando; l’impossibilità del padre di mantenerlo ancora fuori di Recanati; il ritorno forzato al paese e ad una “notte orribile”, “soffocato da una malinconia che era ormai poco men che pazzia” (5 sett. 1829). Il canto a Silvia, ispirato da una memoria grave di morte, si chiudeva nell’immagine sepolcrale di una mano che additava da lontano la freddezza di una tomba spoglia, esito desolato di quanto la verità lasciava percepire nella vita umana. Ma, per un istante abbagliante entro il flusso spietato del tempo, Silvia era stata richiamata a vivere nei versi, che ne cantavano la primavera perduta: fissando per sempre sulla carta il momento ancora acerbo di una vita che non doveva proseguire, la canzone celebrava anche, insieme con l’attimo che si apre e germoglia inconsapevole, la felicità fugace non ancora disillusa sul futuro e sul vero, che è la sostanza stessa della lirica. May 05
| Data e ora di inserimento: (02-05-2008, 17:29:02)
XII Convegno internazionale di studi leopardiani
'La prospettiva antropologica nel pensiero e nella poesia di Giacomo Leopardi'
Recanati 23- 26 settembre 2008 Aula Magna del Comune
Martedì 23 settembre Ore 9, 30 Introduzione al Convegno e saluti delle Autorità
I sessione antimeridiana Presiede Lucio Felici
relazioni
10,15-10,50 ANTONIO PRETE 'Nomadismo dello sguardo e pensiero dell’alterità. Sull’antropologia poetica di Leopardi'
10,50-11,10 pausa caffè
11,10-11,45 PIETRO CLEMENTE 'Comparazioni immaginative: Leopardi preantropologo'
comunicazione
11,50-12,10 ERNESTO MIRANDA 'Sulla natura degli uomini. Leopardi e l’antropologia filosofica'
12,10-12,40 dibattito
II sessione pomeridiana Presiede Alberto Folin
relazioni
15,30-16,05 GILBERTO LONARDI 'Prima della scrittura: sublime del qualunque, sublime del lontano nel «Canto notturno»'
16,10-16,45 PERLE ABBRUGIATI '“Se ben vi si guardasse”. La critica leopardiana del pensiero a priori, tra filosofia e antropologia'
16,50-17,10 pausa caffè
comunicazioni
17,10-17,30 MARCO MONETA '“Dal bosco a civiltade”. Antropologia e storia in Leopardi'
17,35-17,55 ALESSANDRA ALOISI 'Esperienza del sublime e dinamica del desiderio in Giacomo Leopardi'
18-18,20 GILDA POLICASTRO '“La ragion perché i morti ebber sotterra...”. Per un’antropologia dell’Ade'
18,20-19,00 dibattito
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Mercoledì 24 settembre III sessione antimeridiana Presiede Sebastian Neumeister
relazioni
9,00-9,35 JEAN-CHARLES VEGLIANTE 'L’altro, gli altri: umanità vicina e distante nei «Canti» fino a «Il risorgimento»'
9,40-10.15 EMMA GIAMMATTEI 'Immagine antica, primo uomo, primissima lingua'
comunicazioni
10,20-10,40 GIULIA CORSALINI 'Pianto e consolazione nella prima sepolcrale e nelle sue fonti'
10,40-11,00 pausa caffè
11,00-11,20 JOANNA UGNIEWSKA 'L’uomo moderno e l’esperienza del mondo nei «Pensieri» e nelle «Operette morali»'
11,25-11,45 NICOLA FEO 'Il concetto di “società stretta”. Antropologia e politica in Leopardi'
11,50-12,10 ANDREA MALAGAMBA 'Seconda natura, seconda nascita. L’ “assuefazione” nel pensiero antropologico di Leopardi'
IV sessione pomeridiana Presiede Joanna Ugniewska
relazioni
15,30-16,05 ROLANDO DAMIANI 'L’antropologia perenne di Giacomo Leopardi'
16,10-16,45 STEFANO GENSINI 'Sulla componente antropologica del pensiero linguistico leopardiano'
16,50-17,10 pausa caffè
comunicazioni
17,10-17,30 ANDREA CAMPANA 'La figura di Adamo nell’opera leopardiana. Possibili intertestualità'
17,35-17,55 CLAUDIO COSTA 'Considerazioni antropologiche sui fenomeni di rima nei «Canti» e nella poesia popolare
18-18,20' VALERIO CAMAROTTO 'L’invenzione dell’alfabeto e l’ “incivilimento”. Riflessione antropologica e linguistica comparata nello «Zibaldone»'
18,20-19,00 dibattito
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Giovedì 25 settembre V sessione antimeridiana Presiede Jean-Charles Vegliante
relazioni
9,00-9,35 LUIGI M. LOMBARDI SATRIANI 'Linguaggi del dolore e dell’amore nello «Zibaldone»'
9,40-10,15 NOVELLA BELLUCCI 'Per un contributo alla definizione del modello leopardiano di “magnanimo”'
comunicazioni
10,20-10,40 PAOLO ZUBLENA 'L’infinito qui. Deissi spaziale e antropologia dello spazio nella poesia di Leopardi'
10,40-11,00 pausa caffè
11,00-11,20 ROSALBA GALVAGNO '«Dialogo della Moda e della Morte». La Morte si veste alla Moda'
11,25-11,45 STEFANIA NOCITI 'Leopardi e la funzione del suono nell’aspirazione umana all’ “infinito”'
11,50-12,10 PANTALEO PALMIERI 'La gloria letteraria tra “forza di illusione” e “godimento nel mondo e nella società”'
12,10-12,40 dibattito
VI sessione pomeridiana Presiede Michael Caesar
relazioni
15,30-16,05 GIULIO FERRONI 'Rimediare alla civiltà: antropologia ed ecologia'
16,10-16,45 SEBASTIAN NEUMEISTER 'L’antropologia della compassione in Leopardi'
16,50-17,10 pausa caffè
comunicazioni
17,10-17,30 MASSIMO NATALE 'Immaginare il lontano. Geografie leopardiane: letture e percorsi'
17,35-17,55 MARCO BALZANO 'Memorie della «Crònica del Perù» di Pedro de Cieza in Leopardi'
18,00-18,20 ELISABETTA BROZZI 'I demoni di Leopardi'
18,20-19 dibattito
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Venerdì 26 settembre VII sessione antimeridiana Presiede Luigi Blasucci
relazioni
9,00-9,35 MICHAEL CAESAR '"Sozzo a vedere": corpo e tabu' nell'ultimo Leopardi'
9,40-10,15 GASPARE POLIZZI 'La scoperta del “meglio non esser nati” nelle letture del primo soggiorno romano'
comunicazioni
10,20-10,40 STEFANO BIANCU 'Il corpo e la poesia: Leopardi critico della modernità'
10,40-11,00 pausa caffè
11,00-11,20 ANNA CLARA BOVA 'Leopardi e la zoonomia di Erasmo Darwin'
11,25-11,45 RAOUL BRUNI 'Natura e storia: tra Leopardi e Emerson'
11,45-12,30 Dibattito e conclusioni preparatorie alla tavola rotonda
VIII sessione pomeridiana
15,30-18 Tavola rotonda L’incontro, diretto da LUIGI BLASUCCI, si svolgerà in due tempi con una pausa intermedia.
Interverranno MARIA ESTHER BADIN, MAURIZIO BETTINI, FABIANA CACCIAPUOTI, FIORENZA CERAGIOLI, GIANNI D’ELIA, ALBERTO FOLIN, FRANCA JANOWSKI, MARINO NIOLA, GIUSEPPE SANGIRARDI, SERGIO SCONOCCHIA
Successivamente, sul programma a stampa, si darà notizia delle manifestazioni collaterali ai lavori del convegno
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