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6月20日 Un premioI vincitori dell’XI edizione del Premio “Giacomo Leopardi” per tesi di laurea e di dottorato 6月18日 Versi immortaliCORO DI MORTI NELLO STUDIO DI FEDERICO RUYSCH
(giacomo leopardi) 6月14日 Ciao Giacomosabato 14 giugno 2008 Per rendere più completo il nostro Speciale maturità e soprattutto per ricordarne la morte, pubblichiamo la biografia del grande poeta, filosofo e scrittore nato a Recanati il 29 giugno 1798 e morto a Napoli il 14 giugno 1837. Giacomo Leopardi, che era fisicamente cagionevole ma di grandissima precocità intellettuale, si ritira nella fornitissima biblioteca paterna dove si rifugia nello studio. È un periodo deleterio per il suo fragile fisico e che in epoca successiva il poeta ricorderà, forse con una punta di rimpianto, come i “sette anni di studio matto e disperatissimo”. Sono anni di formazione in cui il giovane si costruisce un cospicuo bagaglio culturale (imparò il latino, il greco e l’ebraico) e compone opere di grande erudizione quali la “Storia dell’astronomia dalla sua origine fino all’anno 1811” (1813) e “Il saggio sopra gli errori popolari degli antichi” (1815). Tra il 1815 e il 1816 si viene definendo quella che è la sua autentica vocazione attraverso la “conversione letteraria”, ovvero l’inizio della produzione poetica con “Le rimembranze” e l’“Appressamento della morte”. Dal 1817 comincia a redigere le note, gli appunti, le riflessioni filosofiche e letterarie che verranno poi raccolte nello “Zibaldone”. Intanto il suo isolamento viene interrotto dalla corrispondenza con Pietro Giordani, un importante figura di intellettuale che lo incoraggia e accoglie affettuosamente i suoi sfoghi per la vita a Recanati. Hanno detto di lui: “Ciò che caratterizza la personalità leopardiana è un impegno appassionato, “eroico” per il suo strenuo bisogno e coraggio di intransigenza intellettuale e morale, che porterà il Leopardi ad impostare ed esaurire fino in fondo – con l’ausilio di una mente vigorosa e implacabile – successive posizioni ed esperienze che riprendono la grande eredità del pensiero settecentesco rinnovandola energicamente alla luce della problematica primo-ottocentesca sia che il Leopardi attacchi lo “snaturamento”, l’alienazione dell’uomo dalla natura, sia che poi viceversa aggredisca, con più matura persuasione, gli inganni ed i miti ottimistici e provvidenzialistici che mistificano la reale condizione dell’uomo e il vero volto della natura e dell’ipotetico suo creatore. Al centro vi è una inesausta passione per l’uomo (anche quando appaiono elementi misantropici, di un amore deluso, “par trop aimer les hommes” per dirla con Stendhal in “Lucien Lowen”), per la sua integrità. Sia che essa venga ritrovata nella sua adesione alla natura e alle illusioni generose da quella generate; sia che essa venga poi confermata nella sua virile capacità di riconoscere la sorte misera e tragica, senza accettarla in maniera passiva e rassegnata.” (Walter Binni) “E proprio questa esigenza di smascheramento degli “errori barbari” del cattolicesimo che fa superare al Leopardi ogni residuo di dubbio sull’opportunità o meno di rivelare agli uomini il male della condizione umana in tutta la sua crudezza: alla convinzione del 'valore sociale del vero' (per usare una felice espressione del Berardi) il Leopardi giunge perché l’esperienza gli ha dimostrato che nell’epoca attuale il vuoto dell’ignoranza non è riempito dalle gagliarde e magnanime illusioni dei primitivi, ma da un ibrido connubio delle deprimenti superstizioni medievali con un progressismo superficiale e falso, incapace di dare la felicità all’uomo: meglio, allora, quella 'fiera compiacenza' che è prodotta da una lucida disperazione, e che costituisce, in un mondo in cui l’azione eroica è ormai preclusa, l’ultima e paradossale forma di 'virtù' classicheggiante.” (Sebastiano Timpanaro) “Nessuna poesia, come questa, sembra ignorare ascoltatori e lettori: il Leopardi non parla a noi, ma ci fa partecipi di un momento della sua vita interiore: il suo linguaggio non è quello di chi dichiara ad altrui una esperienza compiuta, ma quello con cui l’uomo si rivolge a sé medesimo” (Mario Fubini) “L’adesione di Leopardi al classicismo in realtà resta assai forte, come mostrano la sua base filologica e letteraria, sia le sue scelte linguistiche e formali, che non si allontanano mai da una razionalità comunicativa, sia i suoi orientamenti filosofici, sempre legati ai fondamenti del razionalismo illuministico; e nettissimo è in ogni momento il suo distacco, anche polemico, dal Romanticismo italiano, dal suo modo di guardare alla storia, dalle sue tendenze religiose, dal suo moderato progressismo. Ma Leopardi non cerca un classicismo come armonico equilibrio e modello di comportamento sociale: dal classicismo egli ricava piuttosto una spinta agonistica, una volontà di esperienza 'forte' ignota ai romantici italiani; e così finisce col rompere alcune forme tradizionali di comunicazione, giungendo a una poesia assolutamente originale, estranea sia agli schemi classicisti sia a quelli romantici.” (Giulio Ferroni) Ultimo aggiornamento ( sabato 14 giugno 2008 ) 6月10日 Il tedio leopardianoIl tedio leopardiano - Le meditazioni sul concetto di noi
La modernità del concetto di inettitudine ( come disadattamento al reale ed impotenza ) compare nelle tematiche leopardiane con l'emergere nell'umanità dell'elemento razionale. Si evidenzia cioè con il trionfo della ragione "Poco propriamente si dice che la noia è mal comune . Comune è l'essere disoccupato, o sfaccendato, per dir meglio; non annoiato. La noia non è se non di quelli in cui lo spirito è qualche cosa. Più può lo spirito in alcuno, più la noia è frequente, penosa e terribile. la massima parte degli uomini trova bastante occupazione in che che sia, e bastante diletto in qualunque occupazione insulsa; e quando è del tutto disoccupata, non prova perciò gran pena. Di qui nasce che gli uomini di sentimento sono sì poco intesi circa la noia, e fanno il volgo talvolta maravigliare talvolta ridere, quando parlano della medesima e se ne dolgono con quella gravità di parole, che si usa in proposito dei mali maggiori e più inevitabili della vita" " Veramente per la noia non credo che si debba intendere altro che il desiderio puro della felicità (...) O greggia mia che posi, oh te beata, Riflettendo su questi passi troviamo delineate tutte le dinamiche cognitive ed affettive che guidano l'uomo moderno a definire l'orizzonte d'attesa circa la sua esistenza, al di là dei confini della necessità. 6月5日 Lo ZibaldoneGIACOMO LEOPARDI? FACCIAMOLO A PEZZIRepubblica — 25 settembre 1997 pagina 36 sezione: CULTURA Due edizioni in un anno, a distanza di alcuni mesi l' una dall' altra, sono un ragguardevole primato per lo Zibaldone di Giacomo Leopardi. Opera smisurata, nel senso bello della parola, debordante e fluttuante scartafaccio, ha avuto nel febbraio scorso l' incoronazione di un Meridiano Mondadori (a cura di Rolando Damiani) ed esce ora in una versione del tutto nuova, che dovrebbe consentire una lettura più "saggistica". E, forse, più agevole, come se improvvisamente in un bosco fitto e scuro, attraente ma dall' aspetto informe, si rinvenisse la traccia di un sentiero, con tante indicazioni e segnavia: si guadagna tempo ad uscire dalla macchia, ma non è certo che si goda tutto l' ossigeno che sprigionano le piante.Oggi a Recanati, ospite del Centro studi leopardiani, l' editore Donzelli presenta il primo di sei volumi di un' edizione tematica dello Zibaldone, curata da Fabiana Cacciapuoti e con la prefazione di Antonio Prete (si intitola Trattato delle passioni, pagg. 220, lire 35.000). Cacciapuoti è archivista alla Biblioteca nazionale di Napoli, dove sono conservati i sei quaderni manoscritti dello Zibaldone che alla fine del secolo scorso vennero strappati, dopo una guerra legale, a due donnette analfabete che avevano servito in casa di Antonio Ranieri (in quella casa Leopardi visse gli ultimi anni della sua vita e morì nel giugno del 1837). L' edizione è fissata su indici, schedari e soprattutto su "polizzine" che lo stesso Leopardi approntò, indici, schedari e "polizzine" già pubblicati e finora utilizzati dai lettori più curiosi e dagli studiosi che volevano rintracciare i percorsi dello Zibaldone, ma che ora diventano la guida per raggruppare gli argomenti che nel testo sono sparpagliati in mille frammenti. E' un' operazione filologicamente ineccepibile, rispettosa del labirinto intellettuale che lo Zibaldone contiene come uno scrigno? Non si rischia di perdere la trama di rimandi agli altri testi che Leopardi compone contemporaneamente alle note dello scartafaccio? Fra i leopardisti la discussione è aperta. Lo Zibaldone viene iniziato da Leopardi nel 1817. Il giovane contino ha diciannove anni, ma già una strabiliante mole di studi filologici, conosce il greco e l' ebraico, compone opere d' erudizione in latino. Nella primavera entra in contatto conPietro Giordani, critico letterario di peso nell' Italia di allora, e inizia con lui un carteggio fra i più belli dell' Ottocento. Giordani gli apre un mondo e Giacomo, pur senza demolire direttamente il modello del "letterato cristiano" che il padre Monaldo e la piccola Recanati gli hanno posto di fronte, mette a confronto continuamente le sue convinzioni culturali con una realtà che le smentisce. Per la prima volta si sente parte di un ambiente intellettuale dove circolano idee del tutto opposte a quelle di cui si è cibato. Da quel momento inizia l' abbandono della fede cristiana e, contemporaneamente, dei valori di una società di ancien régime. Il 1817 si chiude per Leopardi con un altro evento, tutto privato. Poco prima di Natale conosce Gertrude Cassi Lazzari, cugina del padre, più grande di lui di otto anni. E se ne innamora, "d' un affetto veramente puro", sente nel cuore "un doloroso piacere", "il più vero e sodo bene ch' io ora possa cercare". Lo Zibaldone prende l' avvio fra luglio e agosto. Leopardi non vuole disperdere le conoscenze che accumula e assume l' abitudine di annotare le sue riflessioni, ferma sulla pagina divagazioni letterarie, le affianca ad appunti critici, a note di materia filosofica e filologica. Non gli è chiaro quale destinazione debbano avere quegli scritti, che intanto crescono, imboccano direzioni diverse, circolano su se stessi. Intorno al 1820 comincia a datare quei fogli, poi, qualche anno dopo, avverte la necessità di costruirsi una bussola per penetrare in quel mare di pensieri senza perdere l' orientamento.Piano piano annota su una scheda l' essenza di quel che andava scrivendo, costruisce, a scopo privato, una specie di indice. Ancora non ha deciso se e come usarlo, ma intanto molti argomenti dello Zibaldone li travasa nelle Operette morali, che vedono la luce dall' estate del 1824. Due anni dopo l' editore milanese Antonio Fortunato Stella, che già gli passa un misero compenso per commentare le Rime di Petrarca, propone a Leopardi di compilare un Dizionario filosofico-filologico sul modello settecentesco. Leopardi risponde di aver già pronto molto materiale, al quale però manca quello che chiama "uno stile", e inoltre la scrittura è a stento intellegibile a lui stesso. "Bisognerebbe", scrive a Stella, "che io rileggessi tutte quelle migliaia di pagine, segnassi i pensieri che farebbero al caso, li disponessi, li ordinassi...". Ed è ciò che da quel momento inizia a fare, ma interrompendo di continuo il lavoro. E' sempre sedotto dall' idea di sistemare quelle migliaia di pagine che si trascina fra Roma, Bologna, Milano, Pisa, e che gli potrebbero dare sicurezza e fama, ma al tempo stesso è assalito dall' immensità del proposito, scoraggiato, e alla fine desiste. Lo schema che Leopardi viene costruendo, ma che poi non porta a conclusione, ha tutta l' aria d' un progetto, secondo Cacciapuoti. E' la prova, scrive, che il poeta di Recanati "è animato da una forte tensione al sistema, proprio perché a quel tipo di scrittura l' autore confidava i percorsi di una serie di trattati che avrebbero dovuto compiere la funzione di altrettante parti di un unico e complessivo lavoro". Alla lettura discontinua, fascinosa nel suo procedere rapsodico, Cacciapuoti sostituisce un diverso procedimento, che, asserisce, viene indicato da Leopardi stesso. E quindi accorpa per materia gli sparsi frammenti delle sue riflessioni. Non fanno più la loro bella figura gli sbalzi cronologici, le acrobazie intellettuali, la risonanza di un frammento a distanza di mesi, gli sviluppi diacronici, il flessuoso incedere di un pensiero che, nello stesso giorno, salta dall' analisi implacabile del "male" che domina anche in un giardino fiorito alla noterella linguistica su Voltaire e al piacere che regala un' ode di Anacreonte. I pensieri dello Zibaldone, nella versione Cacciapuoti, assumono "il ritmo intenso, ossessivo, ripetitivo che la restituzione dei tracciati alla loro unità porta in luce, rendendo il respiro del testo, la tensione delle frasi, la genesi di un pensiero da un altro". Ne acquista il filosofo, perde qualcosa il poeta. - Francesco Erbani
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