Giacomo's profileIl giardino di Giacomo L...PhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    July 30

    Leopardi e Chopin

    Massimo Mila, Breve Storia della Musica, einaudi Torino 1977. Pag. 231.
     
    "E' questa straordinaria perfezione stilistica, questo dono di tutto tramutare in poesia, senz'ombra di residui prosastici, che dà senso al consueto paragone tra Chopin e Leopardi, più ancora che le analogie di contenuto umano, così dolente, pessimistico e sconfitto. Chè mentre il dolore leopardiano si amplia a risonanza cosmica, quello di Chopin rimane d'ordine strettamente personale - al più patriottico -  e la sua universalità la ripete unicamente dall'arte.";
     
    ivi, pagg. 234 e 235.
     
    "Opere come le ultime Mazurche, gli ultimi Notturni suggeriscono l'impressione che Chopin andasse evolvendo verso un'arte più complessa.......Non diversamente Leopardi terminava la sua produzione poetica nella Ginestra schiudendo - con quell'insolito senso di solidarietà umana contro la cieca natura - una finestra sopra un mondo nuovo, più virile, forse, dell'antico, comunque capace di padroneggiare e superare il dolore".
    July 29

    Ancora Loretta Marcon

    “MORTAL PROLE INFELICE” (v. 199 de “La Ginestra”)           

    Riflessioni sull’antropologia e sull’etica leopardiane.

    Ci ritroviamo, a distanza di quattro anni dal bicentenario, insieme al nostro Giacomo. Egli è ormai diventato un amico poiché abbiamo imparato a conoscerlo attraverso i diversi incontri. Ci sono, però, degli aspetti della sua personalità che, solo ultimamente, vengono posti a confronto con l’Opera e, di conseguenza, sono esaminati e discussi. Fino a poco fa, infatti, non venivano ritenuti di particolare rilievo e così si trascurava di studiare e approfondire i medesimi in corrispondenza con le liriche e le Operette Morali; allo stesso modo, certi passi dello Zibaldone, particolari che si trovano qua e là sparsi nell’Epistolario, nei Pensieri, e in altri Progetti letterari, non erano oggetto di particolare attenzione da parte dei leopardisti, (così come non lo erano episodi dell’infanzia e dell’adolescenza e prime esercitazioni poetiche).

    Sono riflessioni che riguardano il quotidiano, il vissuto di ogni giorno, riflessioni personali sulla vita e sull’uomo che, senza avere la pretesa di toccare teoreticamente temi metafisici, fanno parte dell’esistenza di ognuno di noi.

    Chi era veramente l’uomo Leopardi? Era veramente quel pessimista, frustrato, quasi paranoico, forse un po’ malato di testa che gli studenti recepiscono  sotto le spiegazioni dei docenti o attraverso certa manualistica un po’ datata?

    Attenzione: sto parlando dell’uomo Leopardi, non del poeta di cui non è qui in discussione la grandezza!

    Mi sono chiesta spesso come Giacomo guardasse alla vita altrui; con  superiorità (era nobile!), con desiderio di capire, con interesse, interesse che diventava fruttuoso per un pensiero successivo, o forse con umana invidia? Ma come, si obbietterà, Leopardi poteva invidiare qualcuno? Eppure è così, è una quieta invidia per quel piccolo fattivo mondo recanatese che si affaccendava e si affannava nel lavoro quotidiano; egli guarda “lo zappatore” che, fischiando, “riede alla sua parca mensa” pensando al riposo del giorno festivo, e al “legnaiuol, che veglia/ Nella chiusa bottega alla lucerna” (Il sabato del villaggio), alla “vecchierella” che siede sull’uscio di casa a filare. Invidia poiché queste umile persone appaiono, ai suoi occhi, fortunate perché non sono tormentate da quelle che chiama “occupazioni interiori”, da quei “martirii del pensiero” che è tipico del filosofo e dello studioso. Giacomo si affaccia a quella finestra che guarda la piazzetta e, dopo aver deposto la penna, guardando quell’umile mondo affaccendato, privo di titoli nobiliari e senza erudizione,  vorrebbe essere al suo posto, lui prigioniero del proprio rango e del proprio pensiero, poiché sa che “il modo di occupazione con la quale la vita si fa manco infelice che con alcun altro, si è quello che consiste nel provvedere ai propri bisogni” . Sono “i piccoli fini della giornata” che tengono lontana la noia, intesa in senso profondo, esistenziale, quello che Montale chiamava “male di vivere”. Ecco ai suoi occhi il valore del lavoro, della tradizione, della semplicità della vita.

    Il quotidiano era dunque, anche per Leopardi, oggetto di riflessione. Egli non era chiuso in una torre d’avorio, luogo che noi, “comuni mortali” riserviamo nella nostra mente agli uomini illustri.

    Anche noi osserviamo ciò che ci circonda, a volte esprimiamo giudizi, a volte scuotiamo la testa rassegnati, altre volte vorremmo che il mondo fosse diverso, la gente meno egoista, più amabile, più disposta alla compassione e alla comprensione, che qualcuno ci consolasse quando siamo rattristati, che capisse la nostra solitudine e il nostro bisogno di essere ascoltati.

    Ho gettato sul tavolo della nostra riflessione qualche provocazione prima di tornare a casa Leopardi dove abbiamo lasciato l’adolescente Giacomo al suo tavolo di lavoro. Un grosso tomo un po’ polveroso aperto allo studio, il dito medio della mano destra un po’ sporco del nero inchiostro di cui è riempito il calamaio di porcellana che attende il bacio di una penna. Di quella penna alla quale dobbiamo la fortuna di poter sfogliare quelle “sudate carte” che sempre ci consolano e innalzano il nostro spirito.

    Bello questo quadretto idilliaco che possiamo anche contestualizzare, dopo la nostra visita a palazzo Leopardi.

    Ma questa è poesia; guardiamo un po’ alla prosa di quella coperta posata sulle ginocchia per ripararsi dal freddo, del cibo forse un po’ scarso, del bisogno di calore, del desiderio di essere stretto tra le braccia di qualcuno, di una carezza, del desiderio di essere riconosciuti per quello che si è, di essere capiti, di.., di…, di…

    Quante cose servono all’uomo per vivere! Se vuole vivere e non solo esistere.

    E’ questo il titolo della mia ricerca “Vita ed Esistenza nello Zibaldone di G.L.”. Titolo che richiama proprio la distinzione che Leopardi stesso fa nello Z. tra vita ed esistenza. Questa antitesi  compare per la prima volta nel 1821 quando egli si chiede: “La somma vera della vita dov’è maggiore? In quello stato dove ancorché gli uomini vivessero cent’anni l’uno, quella vita monotona e inattiva, sarebbe (com’è realmente) esistenza ma non vita, anzi nel fatto, un sinonimo di morte? ovvero in quello stato, dove l’esistenza ancorché più breve, tutta però sarebbe vera vita?” e poi continua nel 1823 fino al 1824, anno di composizione delle Operette Morali con sempre maggior accentuazione.

    Così la vita, che prima era identificata con la natura (la natura ama la vita poiché essa stessa esiste e vive) viene, invece, a staccarsi dalla natura, quando questa mostrerà il suo vero volto, prima di madre indifferente e poi di matrigna. Così Leopardi dirà che la “natura non è vita, ma esistenza e a questa tende non a quella”. Questo perché la natura, secondo Leopardi, ora è cieca materia e, come tale, è completamente indifferente alla sorte dell’uomo al quale è donata solo l’esistenza e non la vera vita, la felicità.

    In questo modo Giacomo perviene a identificare la vita con il bene e l’esistenza con il male ed è questa la contraddizione che lo tormenterà fino alla fine. Si può dire che il tragico, in Leopardi, non è tanto la negazione della vita (meglio non essere nati) quanto l’esclusione dalla vita, come a lui è successo.

    Cos’è, infatti, la vita, per Giacomo?

    E’ la capacità di concepire illusioni, “somiglianze d’infinito” meravigliose larve”, la capacità di sognare, la capacità di entusiasmo, di calda passione, di quello slancio che porta a compiere grandi azioni o anche solo a coltivare un alto ideale. Tutto questo richiede una accentuata sensibilità, anche se comporta un’altra faccia della medaglia e cioè: se la vita è concepita come un massimo di sensibilità, questo rende sì più viva la gioia, l’entusiasmo ma, d’altro lato, acutizza il dolore. Un’ambivalenza con la quale Giacomo si è scontrato fin dall’infanzia e che gli fa riconoscere come se allo sviluppo dell’immaginazione sia necessaria la felicità abituale o, almeno, momentanea, allo sviluppo del sentimento sia invece necessaria la sventura. Ed è al sentimento, inteso in chiave letteraria-romantica, che proviamo ora a riferirci, a quel sentimento che diviene attitudine a cogliere l’infinito in forma poetica. Ricordiamo anche l’aspetto che già Pascal delineava e cioè il sentimento inteso come facoltà conoscitiva; il sentire del cuore che si oppone alla conoscenza razionale o che almeno chiede di esserle vicino. Anche Leopardi, lo ricordiamo, auspicava un’unione di ragione calda e ragione fredda.

    Vivere con slancio, con passione, con entusiasmo, vivere leopardianamente insomma, può però non bastare a coloro che possiedono una ricca vita interiore; l’uomo, si è detto, è come un filo teso tra la bestia e il divino e a quest’ultimo sempre tende. Ma l’uomo è creatura, non dio, e, come tale, deve fare i conti con un limite invalicabile.

    Si può superare in qualche modo l’ostacolo, il limite, la siepe, il muro che ci impedisce di Vivere, di far sì che la nostra esistenza vada oltre il meramente fenomenico? Si può, con la forza della poesia. Solo ai poeti, creature privilegiate, questo è dato. Leopardi lo ha dimostrato; fonte che sgorga vita altissima è la sua poesia e quando diciamo poesia, il pensiero corre al vertice, all’Infinito. Lì egli ha oltrepassato quel limite che segna il nostro essere creature, la nostra conoscenza limitata al finito, a ciò che non ci potrà mai appagare; là egli ha assaporato “sovrumani silenzi” e “profondissima quiete”; là la ragione “facoltà più materiale che sussista in noi” viene sopraffatta dalle emozioni del cuore che per poco “non si spaura” per aver oltrepassato quel limite che gli era interdetto.

    Ma questa esperienza è goduta solo dal poeta, e solo dal suo cuore, poiché la sua ragione, rimasta ferma sul limite, nulla ha potuto cogliere  di quell’oltre che, per un attimo, si è reso luminoso agli occhi del cuore del poeta. Poiché è grande poeta, di questo “viaggio” gli rimarranno le parole (sempre inadeguate ma per noi sublimi) per offrirci almeno una parvenza di quel suo contemplare.

    E noi godiamo di quel riflesso, di quel canto universale che rappresenta il lamento dell’uomo-ragione confinato nel fenomenico, di quel canto che rappresenta una affermazione perenne di umano.

    La base, lo sfondo di questo lavoro è allora l’antitesi vita/esistenza. All’interno dell’una e dell’altra ho cercato di esaminare le riflessioni leopardiane, così come emergono dalle pagine dello Zibaldone, che riguardano aspetti della vita - quali il sentimento e la vitalità, la compassione che è stata riconosciuta come condizione della più vera poesia di L. (è intesa come amore verso gli altri; le donne sono più portate ma superficiale, diretta verso poemi lacrimevoli e non efficace, poiché quella efficace è quella che ci “muove a sovvenire alle miserie altrui p. 61-62) e la consolazione, il divertissement leopardiano, la speranza (scintilla che non abbandona mai l’uomo nemmeno nel momento della più grande disperazione, poi p.72-73) – e dell’esistenza quali la noia, l’indifferenza (contrario della vitalità), l’impossibilità della perfezione (p. 117), il suicidio, la morte.

    Dopo un primo capitolo introduttivo, dove riprendo il tema dell’educazione giovanile leopardiana, con particolare riguardo ai temi etici, i due capitoli centrali sono dunque dedicati ai concetti che prima ho detto.

    Il capitolo che conclude la mia ricerca è rappresentato da una riflessione che si basa, oltre che sul “diario spirituale”, sui Pensieri e sull’Epistolario, e che riguarda il concetto dell’uomo in Leopardi, la sue idee intorno all’umiltà, la pazienza, l’ egoismo; il suo pensiero sull’amicizia, la sincerità ecc.. Piccole perle di saggezza, “un’arte del vivere” come lui stesso la chiamava, derivanti da una profonda osservazione dei diversi aspetti che emergono d’osservazione della vita che egli chiama prima “una commedia” (dove tutti gli uomini fanno la loro parte) e poi “prova di commedia” osservando come non ci siano più spettatori poiché tutti recitano “e le virtù e le buone qualità che si fingono, nessuno le ha, e nessuno le crede negli altri” .

    Questi aspetti non sembrano per nulla insignificanti, quando si vuole tentare di comprendere la personalità di Leopardi che, lo ricordo, invitava a seguire un particolare metodo per conoscere e approfondire un argomento o un autore; egli invitava a considerare tutti gli aspetti di una questione, di cercare di vederli come dall’alto abbracciandoli con un solo sguardo, poiché il guardare solo ad una parte, come fanno le scienze esatte, impedisce di catturare il tutto rischiando di far perdere, ad es., la ricchezza, il profumo e la vita che ancora trasuda da un autore.

    Mi sono perciò sforzata di seguire questo metodo scegliendo proprio certi aspetti che rimangono un po’ in ombra, nella convinzione che piccoli particolari, piccoli segnali qua e là sparsi nelle “sudate carte” leopardiane, possano fornire una visione diversa di questo grandissimo, ricordo prima di tutto, uomo, e poi poeta.

    E così scopriamo che al centro dell’interesse del Nostro non è quella filosofia volta a studiare le problematiche della conoscenza ma, invece, l’indagine morale, l’etica; vista però non come teoresi, ovvero ricerca della soluzione di classici problemi morali quali ad es. normatività e responsabilità, eteronomia e autonomia ecc.. ma quell’etica che si può chiamare “critica della vita, che si rivolge all’uomo” e che risulta essere altamente umana e non lontana dalla morale evangelica e che si basa sulla compassione reciproca tra gli uomini accomunati dallo stesso destino.

    Leopardi guarda all’uomo e mette in rilievo le sue debolezze, i suoi errori, la sua ridicola superbia e quell’egoismo che impedisce una forma di vita più umana. Da notare che egli non è animato da moralismo malevolo ma da amore verso i suoi simili. Al Giordani egli scriveva: “io non credo che i tristi vivano meglio di noi. Se la felicità vera si potesse conseguire in qualunque modo, la realtà delle cose non sarebbe così formidabile. Ma buoni e tristi nuotano affannosamente in questo mare di travagli, dove non trovi altro porto che quello de’ fantasmi e delle immaginazioni. E per questo capo mi pare che la condizione de’ buoni sia migliore di quella de’ cattivi, perché le grandi e splendide illusioni non appartengono a questa gente: sicché ristretti alla verità e alla nudità delle cose, che altro si deggiono aspettare se non tedio infinito ed eterno?”  (1820, p.148). vedi anche lettera a Paolina a p.58, nota 54.

    Sottolineo che non era uno che “predicava bene e razzolava male”; era, infatti, un uomo semplice e di grande modestia, che non lodava mai se stesso e che aveva grande rispetto per coloro che leggevano le sue opere al punto da scrivere queste righe nella Prefazione alle Rime del Petrarca da lui “interpretate”: dovunque io non ho inteso, ho confessato espressamente di non intendere acciocché il lettore, non intendendo, non si credesse né più ignorante né meno acuto dell’interprete” e aggiungeva che il suo commento era fatto per tutti, anche per i bambini, le donne e gli stranieri. E questo anche se era consapevole del fatto che però “chi vuol vivere si deve scordare della modestia” perché “gli uomini sono come i cavalli. Per tenergli in dovere e farsi stimare bisogna sparlare bravare minacciare e far chiasso”. Mentre invece egli è convinto che “gli uomini grandi sono modesti perché si paragonano continuamente, non con gli altri, ma con quell’idea di perfetto che hanno dinnanzi allo spirito e considerano quanto sieno lontani dal conseguirla”.

    Per concludere voglio sottolineare come il messaggio di Giacomo Leopardi si fondi sulla convinzione che sia l’amore, quell’amore che è “la vita e il principio vivificante della natura” la cifra che caratterizza la vita umana. Per questo egli auspica una rinascita della società che sia fondata su quella che ho chiamato “etica degli affetti”. E’ un messaggio che predica sì la fatica d vivere (come traspare dal concetto di esistenza) ma che mostra anche il coraggio e la forza di continuare il cammino con una “goccia d’illusione” e una “scintilla di speranza”.

    Conferenza-lezione per l’Associazione “Progetto di formazione continua” – Padova 19.4.2002

    July 18

    Un articolo di Loretta Marcon

    LA PRIMA FORMAZIONE FILOSOFICA DEL GIOVANE LEOPARDI

    PREMESSA

    Molti sono i pregiudizi intorno alla figura di G. Leopardi e molte le etichette che gli sono state applicate, a volte troppo semplicisticamente anche da studiosi di fama. Questo ha determinato un ritratto che, molte volte, distorce la figura del poeta-filosofo, rendendo come sfocata la sua personalità, generando l'impressione che, invece di avvicinarsi a noi che lo studiamo, egli si allontani sempre più, diventando inafferrabile. Nonostante ciò, egli, con un sorriso melanconico ci invita a seguirlo nel suo mondo, nel suo cuore.

    Negli studenti e nei nostri stessi ricordi, il poeta di Recanati è legato a poesie come Il Passero solitario e la Quiete dopo la tempesta. Fisicamente egli è colui che era "infelice perché brutto, gobbo" dell'adolescente "un po' troppo intelligente, perché a sette anni sapeva già il latino e il greco e studiava come un matto senza mai uscire di casa e per questo diventò gobbo e malaticcio" e che a causa dello studio nella biblioteca del padre "ebbe un decadimento fisico e, rendendosi conto del suo aspetto esteriore, acquistò elementi pessimistici".

    Ma chi era Giacomo Leopardi?

    Non deve stupire questa domanda. Nel caso di Leopardi, infatti, non si può parlare solo della sua poesia che pur rappresenta l'aspetto più importante e più conosciuto a livello universale (progetto Leopardi nel mondo), ma anche del suo pensiero Pensiero che è stato ed è oggetto di studi continui; Leopardi è stato così annoverato di volta in volta tra gli illuministi, i progressivi, gli stoici, i materialisti, gli atei ecc..

    Noi pensiamo che, invece, si dovrebbe tenere conto che l'essere umano è un unicum irripetibile e l'amalgama di stimoli, suggestioni, elaborazioni intellettuali, altrettanto esclusivo ed originale; e questo tanto più nel caso del nostro poeta filosofo (usiamo questo termine per definire la sua poesia-pensante o pensiero-poetante come è stato definito dal Prete).

    Leopardi, infatti, presenta innumerevoli sfaccettature che si rivelano progressivamente alla mente dello studioso ricercatore, ma che si illuminano di una luce particolare agli occhi della mente di chi lo ama, contraddizioni apparenti e non, che troviamo nello Zibaldone, immensa miniera e diario spirituale, luogo in cui, è stato detto,  Leopardi pensando di fare la filosofia della vita, in realtà faceva la filosofia "della propria vita" (Momigliano).

    Per comprendere il Recanatese, io sono convinta, bisogna avvicinarsi in  umiltà e in purezza di cuore, in un intreccio di ragioni del cuore e ragioni della mente, di ragione calda e ragione fredda, perché nello studio di Giacomo Leopardi è necessario tenere conto dell'uomo tutto. Occorre un'"occhiata onnipontente" (come diceva Leopardi) che è quella del poeta non l'occhio dello scienziato. Egli, infatti, rifiutava una speculazione di tipo analitico e le ragioni del cuore assumono così un valore speculativo per arrivare alla certificazione del vero, ad una spiegazione del Reale alternativa a quella dell'intelletto.

    Una seconda domanda si impone: Leopardi fu filosofo? Ovvero approntò n sistema di idee compiuto?

    Egli è stato definito piuttosto "moralista" (Operette): non poteva, infatti, isolarsi nella pura speculazione. Se però intendiamo con "filosofo", l'uomo che pensa profondamente o, secondo la definizione del Guitton, filosofo cattolico, "una persona alla ricerca del Vero", egli fu veramente un grande filosofo.

    INFANZIA, ADOLESCENZA E PRIMI STUDI FILOSOFICI

    Perché è importante parlare del primo periodo della vita di Leopardi, della sua "preistoria"? La psicologia ci insegna come siano fondamentali le basi che vengono poste nell'età infantile e adolescenziale in un essere umano; infatti sopra di esse poggerà il pensiero adulto. A mio parere è essenziale studiare a fondo questo periodo così come è essenziale studiare la biografia in collegamento con l'opera per comprendere appieno l'autore; così come ha detto il Gioanola, Leopardi non sarebbe stato Leopardi se fosse vissuto in una situazione completamente differente da quella che invece fu la sua. Forse anche per la sua personale cognizione del dolore egli seppe guardare più a fondo degli altri nella realtà che lo circondava. Ma né le sofferenze fisiche, né quelle spirituali sono la spiegazione ultima o la causa prima delle convinzioni di Leopardi (che si ribellava, in una lettera al De Sinner nel '32, contro chi voleva spiegarsi il suo pessimismo totale), ma le une e le altre hanno parte determinante nella sua storia, e non possono essere minimizzate, né enfatizzate, ma solo continuamente considerate nell'intreccio e anzi nella confluenza di tutti gli elementi intellettuali e affettivi dell'intera poetica e filosofia leopardiana.

    Fino a pochi anni fa, dunque, la formazione filosofica del giovane Leopardi non era stata considerata importante e quindi non veniva adeguatamente studiata, probabilmente perché si trattava di studi che preparavano alla carriera ecclesiastica alla quale la famiglia l'aveva destinato (portò la veste scura e la tonsura dal 1810 al 1819) ; invece questo periodo è da valutare seriamente, parliamo soprattutto degli anni che vanno dal 1810-12, biennio che conclude anche l'insegnamento che il precettore, il buon Don Sanchini gli aveva impartito,  perché "non aveva più altro da insegnargli".

    Il 29.6.1798 nasce Giacomo Taldegardo Francesco Saverio Pietro a Recanati, nel quartiere di Monte Morello, primogenito di Adelaide Antici e di Monaldo, giovanissimi genitori poco più che ventenni. Un anno dopo nasce Carlo, carissimo sempre a Giacomo e suo confidente e successivamente Paolina dotata di delicata sensibilità e carissima al Poeta. Altri figli verranno, alcuni nasceranno morti, poi Luigi che morirà poco più che ventenne e Pierfrancesco che diverrà l'erede.

    I tre maggiori ragazzi Leopardi vengono affidati prima ad un gesuita, padre Torres, che già era stato precettore di Monaldo e ne era divenuto amico, stabilendosi a palazzo e poi a Don Sanchini, prete romagnolo che proseguì sulla linea educativa del predecessore.

    Durante questi anni, Giacomo e i fratelli, alternano ai giochi e alla ginnastica in giardino, gli studi severi al tavolino della biblioteca, tavolino che viene ricoperto con una copertina di lana per mitigare il freddo. Questo non impedisce gli scherzi tra i ragazzi. Esistono certi bigliettini scherzosi inviati da Giacomo alla sorella alle prese con la grammatica latina o allo stesso prete con tanto d'indirizzo: tavolino. Nei giochi e nelle finte battaglie che i ragazzi facevano in giardino, Giacomo si metteva sempre primo e nelle carriole trasformate in carri romani era lui che saliva e gli altri erano trasformati in schiavi. Oppure giocavano agli altarini e Paolina veniva chiamata Don Paolo perché portava i capelli corti e una stretta veste scura che la faceva somigliare ad un abate. 

    Qualche cenno sulla biblioteca Leopardi.

    La biblioteca è ricca di oltre ventimila volumi, al tempo di Giacomo dodicimila. Essenzialmente storica viene aperta, come si legge su uno degli ingressi, ai familiari, agli amici e a tutti concittadini con rara liberalità di Monaldo. Questi aveva iniziato giovanissimo a raccogliere libri alla rinfusa seguendo un criterio quantitativo; successivamente acquistò molti libri che provenivano da biblioteche dei conventi soppressi (siamo in epoca napoleonica) e altri che venivano portati alla fiera di Senigallia dalle navi che provenivano dalla Grecia e da Venezia. L'editoria veneta è infatti fiorentissima e innumerevoli sono i volumi che andranno a rifornire gli scaffali della biblioteca. Questa si compone di quattro sale ed è articolata in diverse sezioni a seconda delle materie ma si nota la prevalenza di testi sacri.

    In questa biblioteca, dunque, Giacomo studia e si forma. Studia così intensamente che durante il periodo dello sviluppo, in lui assai precoce, il suo fisico si rovina irrimediabilmente, senza che il padre orgoglioso dei risultati del primogenito e la madre, essenzialmente occupata a risanare le finanze di casa, si accorgano del suo mutare fisico.

    Lasciamo per un momento il nostro Giacomo, facendo una digressione che ci dia una idea del panorama culturale e filosofico di quegli anni.

    La cultura egemone del settecento in Europa era quella illuministica che proveniva dalla Francia.

    Non è certo il caso di dilungarci troppo intorno a questa filosofia perché ciò richiederebbe troppo tempo e ci porterebbe lontano. Ci limiteremo perciò a qualche cenno.

    L'Illuminismo, come disse Kant, è "l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro... Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! E' questo il motto dell'Illuminismo".  L'Illuminismo è una filosofia ottimistica che si impegna e lavora per il progresso; alla base di questo progresso gli illuministi pongono l'uso critico e costruttivo della ragione. E', questa, una ragione controllata dall'esperienza che non si preclude nessun campo d'indagine: è la ragione che riguarda la natura e simultaneamente l'uomo. Tutto viene discusso e analizzato alla luce di questa ragione

    Risultato dell'applicazione di questa Ragione, alla quale tutto deve essere sottoposto, è l'attacco a tutte le superstizioni delle religioni positive che gli illuministi irrisero con sprezzante sarcasmo. All'interno di questa filosofia si sviluppa un filone ateo e materialista, ma anche il deismo che è religione naturale e razionale (solo quello che la ragione può ammettere): l'esistenza di Dio, la creazione e il governo del mondo e la vita futura nella quale vengono ripagati il bene e il male. Però ad un certo punto non viene più sottolineata la distinzione tra credenza in Dio e religioni positive e quindi vengono combattute entrambe come ostacolo al progresso della conoscenza e come strumento di oppressione. Si arriva così all'ateismo e al materialismo.

    Gli esponenti del secolo dei lumi sono chiamati philosophes anche se non furono creatori di grandi sistemi teoretici, ma essi si ritennero maestri di saggezza e guida naturale della classe emergente: la borghesia; questa classe infatti è il soggetto del progresso.

    L'impresa maggiormente rappresentativa della cultura e dello spirito francese è costituita dall'opera collettiva che è L'ENCICLOPEDIA o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri; tra i maggiori collaboratori spiccano i nomi di Voltaire, Diderot, d'Alembert, d'Holbach, Montesquieu, Rousseau. Scopo è quello di unificare tutte le conoscenze. A questo proposito ricordiamo che la biblioteca di Monaldo possedeva l'Encyclopédie Méthodique stampata a Padova dalla Stamperia del Seminario che riuscì ad ottenere il previlegio della pubblicazione in francese, mano a mano che usciva dalle stamperie parigine; era questa una nuova edizione dell'Enciclopedia di Diderot e d'Alembert con le voci ampliate di molto e raccolte per materie in altrettanti dizionari a  sé stanti, in modo da conferire alla trattazione una struttura più sistematica. Questa edizione venne purgata nelle parti più pericolose per la religione che riguardavano ovviamente la filosofia sensista e materialista ma anche arricchita di nuovi articoli come quelli che riguardavano la geografia dell'Italia.

    Torniamo ora a Casa Leopardi ed esaminiamo qual'era la posizione di Monaldo Leopardi nei riguardi della cultura corrente:

    Egli è un nobile colto e di idee reazionarie con una ferrea religiosità ma questa però non contiene alcuna superstizione, tanto che egli rifiuta, ad es., di accettare i miracoli se non sono giudicati tali dalla Chiesa; quindi egli imposta l'educazione dei figli sulla base di una dominanza della razionalità contro ogni insorgenza emotivo-istintuale.

    La madre Adelaide invece porta al limite estremo questo sistema di ragione-religione, arrivando ad una forma di "barbarie" che Giacomo delinea in una pagina celebre dello Zibaldone (353-56) che merita di essere letta per comprendere l'infanzia di Giacomo:

    "Io ho conosciuto intimamente una madre di famiglia che non era punto superstiziosa, ma saldissima ed esattissima nella credenza cristiana, e negli esercizi della religione. Questa non solamente non compiangeva quei genitori che perdevano i loro figli bambini, ma gl'invidiava intimamente e sinceramente, perché questi eran volati al paradiso senza pericoli, e avean liberato i genitori dall'incomodo di mantenerli. Trovandosi più volte in pericolo di perdere i suoi figli nella stessa età, non pregava Dio che li facesse morire, perchè la religione non lo permette, ma gioiva cordialmente; e vedendo piangere o affligersi il marito, si rannicchiava in se stessa, e provava un vero e sensibile dispetto. Era esattissima negli uffizi che rendeva a quei poveri malati, ma nel fondo dell'anima desiderava che fossero inutili, ed arrivò a confessare che il solo timore che provava nell'interrogare o consultare i medici era di sentirne opinioni e ragguagli di miglioramento.... Considerava la bellezza come una vera disgrazia, e vedendo i suoi figli brutti e deformi, ne ringraziava Dio, non per eroismo, ma di tutta voglia..Questa donna aveva sortito dalla natura un carattere sensibilissimo, ed era stata ridotta così dalla sola religione. Ora questo che altro è se non barbarie?E tuttavia non è altro che calcolo matematico, e una conseguenza immediata e necessaria dei principii di religione esattamente considerati.... Ma la ragione è così barbara che dovunque ella occupa il primo posto, e diventa regola assoluta, da qualunque principio ella parta, e sopra qualunque base ella sia fondata, tutto diventa barbaro".

    Si tratta dunque di un razionalismo che è l'altra faccia dello spiritualismo ossia la svalutazione di tutto ciò che in qualche modo ha a che vedere con il materiale e con il corporeo, di un atteggiamento che porterà i genitori ad educare i figli alla razionalizzazione per abituarli, fin dall'infanzia, a liberarsi dai terrori notturni e dalle paure per i fenomeni naturali "tuoni- fratellino morto da baciare"). Questo aspetto meriterebbe un discorso approfondito che in questa sede si può solo accennare (vedere Gioanola e Casoli).

    Dunque della cultura cristiana, Leopardi recepiva il degenerato e l'antistorico e Dio era un dio muto, intransigente che non lasciava mai i cattivi senza castigo e imponeva pesanti rinunzie e sacrifici.

    Ma torniamo al nostro Giacomo che abbiamo lasciato al tavolino della biblioteca paterna e immaginiamo di trovarci al suo fianco per sbirciare i testi da lui studiati e i suoi primi componimenti impegnativi. Per quanto riguarda il tema di cui ci stiamo occupando, diremo che, in questo periodo, il concetto di filosofia, in Giacomo è allineato a quello del padre e del precettore, ossia nella convinzione che la sana ragione conduce sempre ad accettare il cattolicesimo. I suoi componimenti sono ricopiati in ordine e con calligrafia curatissima in piccoli quaderni corredati di titolo e sono soprattutto componimenti riguardanti argomenti religiosi dove appunto la religione è presentata in modo tetro e minaccioso, e dove domina l'idea di colpa dell'uomo e della giustizia divina che punisce. Dio è presentato, non come Padre, ma come giudice fulminatore secondo l'idea di Dio che è più affine all'antico Testamento che al Nuovo; di Dio viene messa in primo piano la funzione sanzionatrice e punitrice. Molte volte il giovane Giacomo recitava discorsi sacri che componeva lui stesso, nella Congregazione dei Nobili di S. Vito; questi discorsi sono scritti con l'enfasi di un predicatore e dovettero procurare grandi elogi al giovanissimo autore.

    Considerato il periodo storico-culturale, prima accennato, è evidente come il giovane Giacomo sia impegnato in una crociata contro gli errori della filosofia illuministica nella difesa della fede.

    I testi usati per lo studio, che gli scaffali di Monaldo contenevano in gran quantità, sono testi di apologetica cattolica del tardo '700 scritti da dotti ecclesiastici che si erano trasformati in eruditi apologeti e attraverso i loro scritti combattevano le idee illuministiche.

    Ma qual'era la caratteristica di queste opere?

    La particolarità stava nel metodo usato dagli autori: un metodo per così dire "illuministico" che consisteva nell'incalzare l'avversario scendendo sullo stesso campo ossia usando argomentazioni dialettiche e razionali per smontare le tesi avversarie;  tale era ad es. il metodo di p. Valsecchi domenicano che insegnò a Padova e fu autore di opere come Dei fondamenti della religione e dei fonti dell'empietà  e La religion vincitrice, testi largamente usati dal Leopardi come vedremo. 

    Questi testi erano densi di citazioni di illuministi famosi quali il Rousseau, il Voltaire, il Bayle, Locke e altri; soprattutto il padre Valsecchi riportava ampie citazioni dalle opere di questi filosofi allo scopo di meglio illustrare la sua confutazione.

    E' dunque attraverso questa forma di conoscenza indiretta che il Leopardi giovinetto venne a conoscere  "l'empia filosofia del secolo decimottavo".

    Il biennio 1811-12 è  dunque dedicato da Giacomo agli studi filosofici che dovevano prepararlo alla teologia. Ogni anno di studio si concludeva con la presentazione di un lavoro che illustrasse gli studi svolti; questi lavori sono Le Dissertazioni filosofiche ( in quel tempo la filosofia non era solo ciò che noi intendiamo oggi, ma comprendeva studi di fisica). In queste Dissertazioni, il giovane Leopardi cita molti filosofi del secolo decimottavo e le loro tesi, allo scopo di dimostrarne la falsità.

    Le Dissertazioni mostrano un consapevole entusiasmo intellettuale e Leopardi si muove cautamente nei binari dell'educazione tradizionale ma, venendo a contatto con nomi prestigiosi e "pericolosi" dell'illuminismo, pur difendendo e polemizzando con il fervore dell'indottrinato, dimostra di essere attratto dalla novità delle loro posizioni.

    Solo successivamente egli potrà leggere direttamente le opere dei filosofi che tanto lo attiravano, ma dovranno passare molti anni ancora.

    Questa fase del pensiero leopardiano è dunque una fase di erudizione che rispecchia un modello illuministico di impronta razionalistica.

    "IL SISTEMA" LEOPARDIANO

    Gli anni 1817-19 sono gli anni della prima formazione del mondo leopardiano; quelli in cui lo spirito di Giacomo guarda con occhi nuovi la vita umana, la natura e se stesso. Tre sono i fatti importanti di questo periodo: l'amicizia con Pietro Giordani, il primo amore per la cugina Gertrude Cassi, l'inizio dello Zibaldone (1817- 1832).

    1819 (Zib.145), sappiamo da Leopardi stesso, essere stato anno di profonda crisi che lo porta alla "conversione filosofica; è tormentato da una malattia che lo priva momentaneamente dell'uso della vista e non potendo dedicarsi alla lettura, egli inizia "a riflettere profondamente sopra le cose...a divenir filosofo di professione...a sentire l'infelicità certa del mondo in luogo di conoscerla, a diventare insomma filosofo tutto dedito alla ragione e al vero".

    Perde progressivamente persino la facoltà di concepire qualche desiderio e non riesce a cogliere nemmeno la differenza tra la morte e la vita: egli della vita non sente nemmeno più il dolore che gli farebbe percepire di essere vivo.

    Appare la noia e acquista la coscienza della vanità del tutto. Nei rari momenti in cui riesce ad attenuare la riflessione compone gli Idilli tra i quali ricordiamo L'Infinito. Compie un tentativo di fuga da casa, scrive al conte Broglio di Macerata per avere il passaporto e prepara per il padre e per il fratello due lettere. La fuga viene sventata.

    Ma non sono il fallito tentativo di fuga, né la malinconia, né il male agli occhi, a determinare  il suo stato d'animo; la causa prima è il pensiero, quel terribile pensiero che da poeta, per sua stessa confessione, trasforma Leopardi in filosofo, o meglio, da immaginativo lo fece sentimentale.

    Per crisi del 1819 si intende, allora, tutto il processo psicologico-morale e di pensiero che si svolse in quell'anno.

    Una persona dotata di grande sensibilità possiede un tesoro che può dare gioie estatiche ma è anche arma a doppio taglio perché quando eccede dà  tormenti e angosce  e Leopardi appunto dotato di acuta sensibilità e fantasia soffre infinitamente.

    Ora il "sistema" leopardiano prende forma e partendo dal nucleo centrale rappresentato dalla meditazione sulla felicità, si allarga in quelle particolari antitesi che sono solo di Leopardi. E non poteva essere altrimenti; la riflessione leopardiana non poteva partire se non dalla constatazione dell'impossibilità per l'uomo di essere felice.

    Guardando alla sua vita, quali sono i dati evidenti, storici? Cosa gli "regalò" l'esistenza?

    Certamente  non la salute e la vigoria fisica, non la bellezza e l'amore, non l'adolescenza spensierata, neppure il successo. Tutto questo fu riservato a colui che provava una " paura mortale della mediocrità", che voleva alzarsi e "farsi grande ed eterno coll'ingegno e collo studio".

    Possiamo immaginare come Leopardi cosciente dell'altezza del suo pensiero, soffrisse nel vedersi rinchiuso in un corpo deforme. Nell' Ultimo Canto di Saffo, canzone con chiari accenti autobiografici, scritta nel 1822, periodo antecedente alle Operette Morali egli canta un'allegoria dell'infelicità umana, una protesta contro la natura avversa: "virtù non luce in disadorno ammanto" ossia la virtù non splende agli occhi degli uomini se è calata in un corpo deforme.

    Ecco perché non si può prescindere dai dati antobiografici del pensatore quando si cerca di spiegare il suo pensiero. Esiste ad es. un amaro passo dello Zibaldone che afferma la convinzione che il male rientri nell'ordine stesso della natura (4510-11-1829) ma cosa succedeva in quel momento al nostro Giacomo?  Egli era tornato da Firenze a Recanati dove rimase per 18 mesi, periodo che lui stesso chiama "l'orrenda notte di Recanati" e che pure è illuminato da luci vivide di poesia (Le ricordanze, La quiete, Il sabato, Il Canto notturno); ecco spiegata l'amarezza della sua riflessione

    Leopardi stesso invita a "sentire la verità, non solo ad intenderla", ad esserne quindi persuasi e per questo serve uno sguardo unitario che abbracci la globalità delle condizioni.

    Il sistema filosofico di Leopardi non è certamente una costruzione concettuale dedotta da principi opportunamente assunti come è un sistema logico, non è il sistema filosofico di un Kant, non è sistema, ma così lo chiamiamo perché Leopardi stesso parla del suo "sistema".

    Abbiamo detto che egli elabora le sue riflessioni sulla felicità (riflessione che ha in comune con l'Illuminismo) sulla base di dati concreti: la malattia, la vecchiezza, il dolore e la fugacità del piacere. La felicità era per lui il continuo anelito del cuore, anche se, appena ventunenne ebbe a dire: "voglio essere piuttosto infelice che piccolo". La felicità era da lui identificata con il piacere e probabilmente questa identificazione è una rivolta contro la sua educazione familiare e culturale.

    Tralasciamo di approfondire questo punto che sarà trattato dal dott. Folin in un prossimo incontro, ci limitiamo perciò solo ad un breve cenno.

    La teoria del piacere si fonda sul fatto stesso di esistere, perché l'esistente ama la propria esistenza più di ogni altra cosa: chi esiste non può amare la morte; dall'amor proprio deriva l'amore del piacere perché chi si ama è inclinato naturalmente a desiderare il bene che è tutt'uno con il piacere.

    Gli animali, avendo meno amor di sé, possiedono un'esistenza più materiale e quindi sono meno infelici; chi possiede, come abbiamo visto prima, maggior sensibilità se da un lato ha accesso a maggiori gioie, dall'altro sente di più l'infelicità; così i giovani sono più infelici dei vecchi perché provano sentimenti più irruenti e quindi una più ardente sete di felicità.

    Il desiderio di felicità è senza limiti e l'uomo perciò non può appagarsi di nessun piacere  perché desidera il piacere, non questo o quel piacere. Per questo il piacere non è vero piacere ma mancanza di dolore e l'assenza di piacere non è un semplice non godere ma un patire.

    Allora se l'infinito che l'uomo brama non si raggiunge e il piacere è solo parziale e momentanea cessazione del dolore, in questo squallido e arido regno della Verità, esiste qualche consolazione che consenta all'uomo di proseguire l'esistenza nonostante il dolore e l'infelicità, qualcosa che gli consenta almeno un'apparenza di piacere dal momento che il piacere infinito e quindi l'unico vero non esiste?

    Ecco che allora Leopardi ci dice che il piacere più solido di questa vita è il piacere vano delle illusioni, quelle illusioni create dall'immaginazione e offerte dalla Natura sono ciò che salva l'uomo dalla disperazione, sono "somiglianze d'infinito" "maravigliose larve", "fantasmi di sembianze eccellentissime".

    C'è un tempo in cui l'immaginazione è regina della vita dell'uomo, un tempo in cui essa regna incontrastata: il tempo della fanciullezza, età della meraviglia e della felicità, età dominata dalla fantasia e dall'immaginazione.

    Come nella vita dell'uomo c'è questa età, così nella storia del genere umano ci fu un tempo in cui gli uomini videro allietata la loro esistenza dalle illusioni che li spronavano a compiere grandi ed eroiche azioni; illusioni di Patria, Libertà, Virtù, Gloria che suscitavano un agire generoso impedendo all'uomo di scorgere i limiti dell'esistenza: la vecchiaia, la malattia, la morte, l'insignificante piccolo nostro mondo. Leopardi dice. "le grandi azioni ... non possono provenire se non da illusione".Viene affermata dunque la fondazione "invisibile" del visibile, della storia e del suo movimento.

    Il mondo antico, l'aldiqua della ragione di cui Leopardi sentiva il fascino, è il tempo in cui i lacci della razionalità non avviluppavano ancora gli uomini rivelando loro il nulla, il "solido nulla".

    Leopardi esalta la capacità di concepire illusioni come segno nell'uomo di una potenzialità di vita più alta che si contrappone all'esistenza assurda cui è destinato. Egli chiederà allora alla poesia di ridonargli, attraverso la rimembranza, le illusioni della giovinezza, quelle illusioni che si chiamano Speranza, Gloria, Amore.

    Se in Foscolo il sistema delle illusioni è funzionale all'arte (la poesia è la voce delle illusioni, anzi la loro scoperta e la loro rivelazione) e alla vita civile in quanto la poesia fa vivere questi ideali nel mondo sottraendoli alla morte eternando nei secoli gli eroi che li hanno affermati, in Leopardi il sistema delle illusioni è radicale e legato alle necessità della vita.

    Dunque la fine dell'antichità e del tempo del "bello" viene a coincidere con un eccesso di pensiero e di filosofia, inizio di una continua degenerazione.

    Leopardi allora si  scaglierà contro l'odiata ragione, regno del vero, quindi del nulla perché la ragione "è dannosa, ella rende impotente colui che l'usa..., ella rende piccoli e vili e da nulla tutti gli oggetti sopra i quali essa si esercita, annulla il grande, il bello, e per così dir la stessa esistenza, è vera madre e cagione del nulla, e le cose tanto più impiccoliscono quanto ella cresce". Ancora: "la ragione è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola".

    Ma cos'è questa ragione che Leopardi condanna all'inizio dello Zibaldone? Non è certamente la "ragione primitiva di cui si serve l'uomo nello stato naturale, e di cui partecipano gli altri animali, parimenti liberi, e perciò necessariamente capaci di conoscere. Questa l'ha posta nell'uomo la stessa natura, e nella natura non si trovano contraddizioni. Nemico della natura è quell'uso della ragione che non è naturale, quell'uso eccessivo ch'è proprio solamente dell'uomo, e dell'uomo corrotto: nemico della natura, perciò appunto che non è naturale, né proprio dell'uomo primitivo".

    Leopardi dunque ammetterà una ragione che si mantenga entro limiti naturali, una disposizione a ragionare che è una qualità essenziale e naturale del vivente. Condanna invece la ragione illuministica che produce l'egoismo perché più si sa, più la volontà è incerta e l'azione si paralizza, la ragione che matematizza la realtà, la ragione come funzione che scompone cose e sentimenti.

    Si inserisce qui la polemica leopardiana contro l'idea di progresso, che così com'è concepita dalla filosofia illuministica avrebbe dovuto portare alla completa felicità; Leopardi nega, non la scienza, ma invece la capacità di autocompimento dell'uomo, l'idea di "perfettibilità" sostenuta dalla filosofia; infatti "sostengono come indubitato che l'uomo è perfettibile. Vale a dire ch'egli può perfezionare se stesso, perfezionar l'opera della natura... Io dunque dico all'uomo il quale asserisce di essere perfettibile, e di potersi, anzi doversi perfezionare da se: perfeziona il tuo corpo... immagina un disegno più perfetto... L'uomo si mette a ridere, e confessa che non solo non c'è cosa più perfetta, ma ch'egli con lunghissimo studio, dal principio del mondo in poi, ancora non è arrivato a comprenderne interamente tutta la perfezione.... Or come dunque non potendo perfezionare il tuo corpo, anzi non potendo neppur comprendere tutta la misura della sua perfezione naturale, presumi di perfezionare una parte tanto più nobile, astrusa, e difficile, qual'è lo spirito? (1820-Z.371-3).  Prosegue due anni dopo (Z.2567-8): "l'uomo non è perfettibile, ma corrottibile...facilmente si guasta perché una macchina dilicata..è più facile a guastarsi che una rozza..Così l'uomo è più dilicato assai di tutti gli altri animali, si nella costruzione esterna, si nelle fibre intellettuali. E perciò egli è senza dubbio il più perfetto nella scala degli animali. Ma ciò non prova ch'egli sia più perfettibile; bensì più guastabile, appunto perché è più delicato".

    Dunque l'idea che l'uomo possa raggiungere la perfezione e con essa la felicità è falsa e lo stesso uomo con il progredire della propria ragione ha determinato gli esatti confini delle cose e ha prodotto l'egoismo dissolvendo le illusioni che consentivano almeno una parvenza di felicità.

    Si, il vero è "l'arido vero" che la natura aveva pietosamente velato agli occhi degli uomini donando loro quelle "somiglianze d'infinito" senza le quali "la nostra vita sarebbe la più misera e barbara". Questa è la verità che si rivela all'uomo sapiente, che allora scopre il vero volto del Reale, di quella natura che si rivela matrigna perché indifferente alle vicende degli uomini, piccoli punti sperduti nell'universo, quella natura che prosegue il suo andare meccanico senza curarsi di alcuno: non delle piante che soffrono, non degli animali inconsapevoli, non dell'uomo attonito e smarrito alla ricerca di senso, non dell'immensa souffrance di tutti gli esseri viventi.

    Perciò nel 1824, anno in cui la filosofia appare a Leopardi come la maggior forma di conoscenza possibile, cambia il suo atteggiamento nei confronti della Natura  che diventa "persecutrice e nemica mortale di tutti gli individui", "donna gigantesca bella e terribile" che affascina e tradisce e che all'uomo che l'accusa di essere "carnefice della tua propria famiglia, de' tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere", essa risponde "immaginavi tu forse che il  mondo fosse fatto per causa vostra?". Spiegando poi all'uomo che interroga: "tu mostri non aver posto mente che la vita di quest'universo è un perpetuo ciclo di produzione e distruzione" (Dialogo della natura e di un islandese 1824).

    Nel Canto notturno (1829) Leopardi si chiede e chiede. "perché nasce l'uomo a fatica ed è rischio di morte il nascimento".

    La Natura non più "madre benignissima" ma "matrigna" che ha dato all'uomo quella ragione tanto odiata, quella ragione che porta a scoprire il vero.

    E' del 1826 questo bellissimo pensiero che sembra un piccolo poema in prosa dominato da un senso sgomento del male e dell'universale felicità e dove Leopardi trasforma in Canto la sofferenza dell'Universo:

    "Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili , più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, da dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro.... Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è triste e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere".

    E' questo il rovesciamento del mito dell'Eden: entra la malinconia del paradiso, la tristezza è quella della stessa natura, non solo quella del poeta che osserva.

    Fino all'ultimo si manterrà questo concetto di Natura mentre quello di Ragione sembra oscillare verso vistose modificazioni durante gli ultimi anni del soggiorno napoletano presso Ranieri (1833-37): c'è una parziale rivalutazione della ragione che ora appare a Leopardi come efficace strumento di conoscenza della precaria condizione degli uomini e, pur non conducendoli  alla felicità, li libera da false credenze e dalla superbia di chi si crede misura dell'universo.

    E' questa una  nuova ragione che accoglie le ragioni dell'altra dimensione dell'uomo e rappresenterà il garante della dignità individuale ispirando la  dolorosa e partecipe consapevolezza di una necessaria solidarietà.

    Nella Ginestra troviamo così una denuncia del non umano che continua a dominare la storia, una denuncia in cui Leopardi indica la strada: la solidarietà tra gli uomini che si deve ergere contro la "crudel possanza" della natura, una vita in cui i contrasti tra gli uomini siano secondari e quindi da mettersi a tacere di fronte all'esigenza di fare blocco compatto contro la natura.

    E' questo un messaggio solenne lanciato all'umanità sofferente, affichè, attraverso la conoscenza e l'accettazione franca dell'amaro ma indiscutibile vero, essa trovi una sua dignità e un qualche riparo contro l'empia natura. 

    Leopardi, solo come un gigante, "poeta pensante" che esprime l'universalità dei sentimenti umani, osa sollevare gli occhi mortali contro il destino comune, confessando il dolore della vita e auspicando contro di esso il solo rimedio che può alleviarlo: l'amore e la solidarietà tra gli uomini.

    Vorrei concludere citando il De Sanctis ( 1817-1883) e quanto scrisse a proposito dell'effetto uguale e contrario che la filosofia leopardiana suscita in chi legge:

    "Leopardi produce l'effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso, e te  lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l'amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. E non puoi accostartegli, che non cerchi innanzi di raccoglierti e purificarti, perché non abbi ad arrossire al suo cospetto. E' scettico, e ti fa credente; e mentre non crede possibile un avvenire men tristo per la patria comune, di desta in seno un vivo amore per quella e t'infiamma a nobili fatti. Ma ha così basso concetto dell'umanità; e la sua anima alta, gentile e pura l'onora e la nobilita.... e mentre chiama larva ed errore la vita, non sai come, ti senti stringere più saldamente a tutto ciò che nella vita è nobile e grande".

    TESTI

    "Da bambino fu docilissimo, amabilissimo, ma sempre di una fantasia tanto calda apprensiva e vivace, che molte volte ebbi gravi timori di vederlo trascendere fuori di mente. Mentre aveva 3 o quattro anni si diedero qui le missioni; e i missionarii nei fervorini notturni erano accompagnati da alcuni confrati vestiti col sacco nero e col cappuccio sopra la testa. Li vidde e ne restò così spaventato che per più settimane non poteva dormire, e diceva sempre di temere i bruttacci. Noi tememmo allora molto per la sua salute, e per la sua mente". (dal Memoriale autografo di Monaldo Leopardi ad Antonio Ranieri, luglio 1837).

    "Sensibilissimo è stato il mio dolore, e quello della madre, perdendo un Figlio che denotava salute e vigore, ed era di graziosissimo aspetto. Più grande è però la consolazione di aver assicurata la sua eterna sorte e di avere dato un Angelo al Paradiso [...] Prima che (il cadaverino) uscisse di casa ho voluto che i suoi Fratelli lo vedessero e lo baciassero, e Giacomo Taldegardo ne ha pianto dirottamente la perdita, quantunque in età di soli quattro anni e mezzo". (Nota del 1803 in occasione della morte di uno dei figli tratta dal Diario o Memorie di Monaldo Leopardi).

    "Mio timor panico d'ogni sorta di scoppi, non solo pericolosi (come tuoni ecc..), ma senz'ombra di pericolo (come spari festivi ec..); timore che stranamente e invincibilmente mi possedette non pur nella puerizia, ma nell'adolescenza, quando io era bene in grado di riflettere e di ragionare, e così faceva io infatti, ma indarno per liberarmi da quel timore, benché ogni ragione mi dimostrasse ch'egli era tutto irragionevole. Io non credeva che vi fosse pericolo, e sapeva che non v'era pericolo ne che temere; ma io temeva niente manco che se io avessi saputo e creduto e riflettuto il contrario. Non poté né la ragione né la riflessione liberarmi da quel timore irragionevolissimo, perch'esso m'era cagionato dalla natura" (Zib. 3518-19 del 25.9.1823).

    "Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d'ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz'altro pensiero. So che sarò stimato pazzo, come so ancora che tutti gli uomini grandi hanno avuto questo nome. E perché la carriera di quasi ogni uomo di gran genio è cominciata dalla disperazione, perciò non mi sgomenta che la mia cominci così. Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e soffrire piuttosto che annoiarmi, tanto più che la noia, madre per me di mortifere malinconie, mi nuoce assai più che ogni disagio del corpo". (Dalla lettera al padre datata fine luglio 1819 in occasione della tentata fuga).

    "I giovani assai comunemente credono rendersi amabili, fingendosi malinconici. E forse, quando è finta, la malinconia per breve spazio può piacere, massime alle donne. Ma vera, è fuggita da tutto il genere umano; e al lungo andare non piace e non è fortunata nel commercio degli uomini se non l'allegria: perché finalmente, contro a quello che si pensano i giovani, il mondo, e non ha il torto, ama non di piangere, ma di ridere". (Pensieri, n.XXXIV).

    "E' curioso a vedere che quasi tutti gli uomini che vagliono molto, hanno le maniere semplici; e che quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco valore". (Pensieri, n. CX). 

    "Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili , più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, da dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro.... Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è triste e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere". (Zib. 4175-6 del 19.4.1826).

    http://www.lorettamarcon.it
    July 04

    29 Giugno 2008

    Data e ora di inserimento: (03-07-2008, 19:14:07)

    Clicca per visualizzare le immagini associateAll’Aula Magna del Palazzo Comunale di Recanati (foto) si è svolta la cerimonia della Commemorazione ufficiale del 210° anniversario della nascita di Leopardi con la relazione dello scrittore di origine siciliana Vincenzo Consolo dal titolo ‘Le ceneri infeconde. Visioni del mondo in Leopardi e in Verga’. Vincenzo Consolo è stato anche insignito, dal Sindaco di Recanati Fabio Corvatta, del premio ‘Giacomo Leopardi per la Letteratura’ con la seguente motivazione scritta dal Prof. Antonio Prete:
    Con la scrittura narrativa, con la saggistica e con la poesia, Vincenzo Consolo ha raccolto e interpretato, in maniera profonda e originale, quell’intreccio tra invenzione letteraria e critica della civiltà, tra affabulazione fantastica e critica del costume che fu proprio di Leopardi.
    Scrittore allo stesso tempo italiano e mediterraneo, siciliano ed europeo, Consolo ha sempre attinto al tesoro straordinario della lingua italiana, alla ricchezza della sua tradizione, imprimendo alle forme espressive una tonalità e uno stile tra i più incisivi e riconoscibili della nostra letteratura.
    Da La ferita dell’aprile del 1963 al Sorriso dell’ignoto marinaio del 1976, da Lunaria del 1985 a Retablo del 1987, da Nottetempo, casa per casa del 1992 a Lo spasimo di Palermo del 1998, per dire solo di alcuni scritti, Consolo ha dato vita a personaggi e paesaggi, a caratteri e visioni che consegnano al lettore, con grande senso teatrale e insieme meditativo, un affresco del Sud, della sua energia, delle sue contraddizioni, delle sue relazioni, storiche e di costume, con il resto del Paese.
    Accanto al rapporto – di ascolto e di ripresa poetica – con l’antica sapienza greca, Consolo ha suggerito con la sua opera il disegno di una società libera da tentazioni regressive ed egoistiche, aperta nell’accogliere la pluralità della sua storia, dei suoi saperi, delle sue radici mediterranee.
    Antonio Prete
    A seguire sono stati consegnati i premi ai giovani vincitori dell’ XI Concorso per Tesi di Laurea e Dottorato bandito dal Centro Nazionale di Studi Leopardiani di Recanati. La giornata del 29 giugno si è conclusa nella suggestiva scenografia del Colle dell’Infinito con il recital di poesie leopardiane del famoso e bravo attore Gabriele Lavia. (foto)

    July 01

    Antonio Ranieri

    Letta la breve Notizia intorno a Giacomo Leopardi, ch’io preposi ai due volumi delle sue opere non ha guari stampate, per mia cura, in Firenze dal tipografo Lemonnier, gl’implacabili nemici di chiunque, non essendo dei loro, fa o scrive qualunque cosa o grande o piccola, trovarono immediate, ch’io mi fossi passato troppo leggermente della sua morte. Costoro, vestendo, com’è loro usanza, d’abiti e di forme filosofiche la loro antica e mortale inimicizia d’ogni filosofia, andarono sottilmente considerando, che, se degli uomini grandi è notabile ogni cosa, notabilissima debba poter esser l’ora suprema: la quale può dirsi come una grave e concludente ricapitolazione di tutta la vita.

    Quanto è a me, io giudico veramente ragionevolissima questa loro opinione universale. Se non che, come sempre avviene delle sentenze de’ calunniatori, non ne giudico già né ragionevole né onesta l’applicazione al Leopardi. Perché questi morí di morte repentina, come segue ordinariamente nelle idropisie, massime di cuore: genere di morbo, nel quale tutti, salvo l’infermo, sanno che si tratta di una morte inevitabile: ma nessuno sa quanto questa morte sia per essere vicina o lontana, né nessuno ha mai sognato d’aver obbligo di disingannare il morituro.

    Ora, io non so che si sia mai preteso di trovar nulla di notabile in una morte repentina. Salvo, se, con le altre cose che si vanno mettendo in dubbio in questo maraviglioso passaggio che il genere umano sta operando dalla follia delle passioni alla sapienza dei computi, dalle guerre del Sepolcro a quelle dell’oppio e, in somma, dal credere in molte cose al credere solo nelle eredità, non si volesse eziandio mettere in dubbio se il morire di morte repentina dia, o non, agio al morente di far qualche notabile dissertazione intorno al modo onde considerò o non considerò, ai giorni suoi, quest’universo. E che il Leopardi fosse morto di morte repentina, mi pareva di averlo bastantemente significato in uno degli ultimi paragrafi di quella mia breve scrittura; il quale mi permetterò di riportare.

    Era l’agosto del Trentasei, quando, al primo ed ancora lontano annunzio del morbo (il cholera), desiderò di ridursi nel suo casinuccio all’aperto della campagna, d’onde non consentí di tornare a Capodimonte se non nel febbraio del Trentasette. Quivi moltiplicarono i sintomi dell’idropisia, come alla piú aperta campagna erano moltiplicati i sintomi dell’etica. E parte la pestilenza, che nel verno parve dileguata del tutto, risorta assai piú fiera e spaventevole nella primavera, rinnovò nell’egra fantasia i terrori d’un modo di morte incognito ed abbominoso, già sventuratamente innestatigli dal celebre poeta tedesco, Platen, che i medesimi terrori avevano ucciso (assai prima che il morbo vi giungesse) in Siracusa. Tutti i consigli dei pio gravi ed esperimentati medici della città, fra i quali l’aureo Mannella e il Postiglione, tutti i pio vigorosi ed estremi partiti della scienza, furono indarno. E il mercoledí, quattordici di giugno, alle ore cinque dopo il mezzodí, mentre una carrozza l’attendeva per ricondurlo (ultima e disperata prova) al suo casino, ed egli divisava future gite e future veglie campestri, le acque, che già da gran tempo tenevano le vie del cuore, abbondarono micidialmente nel sacco che lo ravvolge, ed oppressa la vita alla sua prima origine, quel grande uomo rendette sorridendo il nobilissimo spirito fra le braccia di un suo amico che lo amò e lo pianse senza fine.

    D’altra parte, essendomi apparsa sempre cosa sazievole e schifosissima se altra mai, lo studiarsi di venire in fama, non per propria entità e per proprio valore, ma innestando per ritto e per rovescio il suo nome e la sua vita nel nome e nella vita di un qualche grande uomo; mi era anco sembrata una necessaria modestia lo studiarmi assegnatamente del contrario: massime scrivendo la vita del Leopardi, nella cui intrinsichezza io mi trovava, per una mia singolare ventura, d’esser vivuto dí e notte molti anni. E tenni con tanta costanza la religione di questo mio proposito, che le posposi ogni altra considerazione quantunque gravissima; e che, se non fosse già stata la necessità di non lasciar presupporre ai posteri che, nella mia città natia, egli fosse morto abbandonato d’ogni umano soccorso, io non mi sarei nominato né anche col titolo universalissimo di un amico nell’ultimo periodo del paragrafo riportato.

    Nondimeno, il lacrimevolissimo secolo che viviamo, nel quale, insieme co’ telai, con le vie di ferro e con la peste, massima fra le pesti, rialza una fronte orgogliosa l’impudente e calunniatrice ipocrisia, rende al tutto impossibile insino la dignità del silenzio. Ed insieme con le ossa e con le ceneri, oramai fredde, di chi si addormentò opportunamente sopra una tanta viltà, si è strascinati pe’ capelli nel fango d’ignobili ed oscure dispute, e di triviali ed invereconde commedie. E poiché l’uomo non può sottrarsi alle necessità, benché dure ed insopportabili, del secolo nel quale fu condannato a compiere questo breve e doloroso pellegrinaggio, veggiamo s’egli è vero, che, intorno all’ultim’ora del Leopardi, io abbia saputamente taciuto quel che non potevo ignorare.

    Giacomo Leopardi, questo grande ed imperdonabile peccato non so se più dell’Italia o della fortuna, sostenne, nella sua brevissima vita, una buona parte, si può quasi dire, delle più gravi malattie che si conoscono sotto il sole. Le quali si congiungevano talvolta e s’inserivano si stranamente insieme, che quel rimedio ch’era medicina all’una, era veleno all’altra. Per tacere di troppe più che non parrebbe credibile, sfidato di tisico dai dottori di Roma nel Trentuno, e da quelli di Firenze nel Trentadue, nel Trentasette morí poscia a Napoli d’idropisia. Né mai credette nell’uno o nell’altra: ma in non so quale suo misterioso mal di nervi, mediante il quale spiegò, fino all’ultimo, tutte le più variate, e spesso più manifeste, maniere di morbi che combatterono implacabilmente la sua misera giornata. E insino dopo che gravissimi medici napoletani gli ebbero parlato assai più chiaro ch’io non avrei voluto; mi riparlava della incertezza della medicina, del suo mal di nervi non voluto intendere e degli altri quarant’anni di vita che gli bisognava durare pazientemente, se già la pestilenza non venisse inopinatamente a troncarli.

    Questa singolare credenza lo aveva renduto costantemente indocilissimo a tutte le prescrizioni dell’arte; massimamente a quelle della dieta, che, nelle idropisie, sogliono essere, come ognuno sa, rigorosissime. Per questa sola parte, le mie preghiere, e insino le mie lacrime, erano riuscite sempre indarno. E, fatto inesorabilmente beffe del latte d’asina, quel dí stesso, giusta l’usato, dopo un’abbondante colezione di cioccolatte, desiderò che gli si recasse da desinare mentre ci attendeva già la carrozza che doveva menarci in villa, dove si proponeva di cenare verso le quattro o le cinque della mattina seguente; prima della qual ora non era stato mai possibile di ridurlo nel letto.

    Era già scodellata la minestra. Ed egli, postosi a sedere a mensa più gaio del solito, n’aveva già tolte due o tre cucchiaiate, quando rivoltosi a me, che me gli era seduto allato:

    Mi sento un pochino crescere l’asma, mi disse (che cosí perseverava di chiamare i naturali sintomi della sua infermità): si potrebbe riavere il Dottore?

    Questi era il professor Niccolò Mannella; ch’era stato il più assiduo e il più affettuoso de’ suoi curanti: uomo d’aurea scienza e di più che aurei costumi, medico ordinario del principe reale di Salerno.

    E perché no? gli risposi. Anzi andrò di persona per esso. Era uno dei più memorabili giorni della mortalità cholerica: e non mi parve stagione da mandar messi.

    Io credo che, a malgrado di tutti i miei sforzi, dovette trasparire dal mio viso una qualche piccola parte del mio fiero turbamento. Perché, levandosi, egli ne motteggiò e ne sorrise; e, stringendomi la mano, mi ritoccò della lunga vita degli asmatichi. Andai con la carrozza medesima che ci attendeva; affidandolo a’ miei, massime alla mia sorella Paolina, sua consueta astante ed infermiera; la quale egli troppo largamente rimeritò quando usò dirle che solo la sua Paolina di Napoli gli rendeva possibile la lunga lontananza dalla sua Paolina di Recanati.

    Trovo in casa il Mannella, che si veste e viene. Ma tutto era mutato. Avvezzo, per un lungo e penoso abito di mortalissime malattie, a sentir troppo frequentemente i messi di morte, il nostro adorato infermo non seppe più riconoscerne i veri dai falsi. E parte imperturbabile nella sua fede che tutto il male suo fosse nervoso, si confidava ciecamente di poterlo placare col cibo. Laonde, a magrado delle caldissime preghiere dei circostanti, tre volte s’era voluto levare dal letto, dove l’avevano adagiato cosí vestito com’era, e tre volte s’era voluto rimettere a mensa per desinare. Ma sempre, ai primi sorsi, era stato sforzato, a suo malgrado, di rimanersene e di riappressarsi al letto: dove, quando io sopraggiunsi col Mannella, lo trovammo né anche a giacere, ma solamente sulla sponda, con alcuni guanciali di traverso che lo sostenevano.

    Si rallegrò del nostro arrivo, ci sorrise; e, benché con voce alquanto più fioca e interrotta dell’usato, disputò dolcemente col Mannella del suo mal di nervi, della certezza di mitigarlo col cibo, della noia del latte d’asina, de’ miracoli delle gite e del voler di presente levarsi per andarne in villa. Ma il Mannella, tiratomi destramente da parte, mi ammoní di mandare incontanente per un prete; che di altro non v’era tempo. Ed io incontanente mandai e rimandai e tornai a rimandare al prossimo convento degli agostiniani scalzi.

    In questo mezzo, il Leopardi, mentre tutti i miei gli erano intorno, la Paolina gli sosteneva il capo e gli asciugava il sudore che veniva giù a goccioli da quell’ampissima fronte, ed io, veggendolo soprappreso da un certo infausto e tenebroso stupore, tentavo di ridestarlo con gli aliti eccitanti or di questa or di quella essenza spiritosa; aperti più dell’usato gli occhi, mi guardò più fiso che mai. Poscia:

    Io non ti veggo più, - mi disse come sospirando.

    E cessò di respirare; e il polso né il cuore non battevano più: ed entrava in quel momento stesso nella camera frate Felice da Sant’Agostino, agostiniano scalzo; mentre io, come fuori di me, chiamavo ad alta voce il mio amico e fratello e padre, che più non mi rispondeva, benché ancora pareva che mi guardasse.

    Ora qui bisogna (quel che non è facile) aver amato qualcuno al mondo com’io ho amato il Leopardi: bisogna aver menata la miglior parte della vita nel seno della sua più sviscerata intimità, e ragionato con lui tutte le ventiquattr’ore del dí per lunghi anni e lunghe avventure, e uditone fino a pochi momenti prima quegli altissimi e quasi più che umani concetti ch’io n’aveva uditi; per intendere come non è maraviglia se per un pezzo la sua morte non mi fu cosa comprensibile, e come, attoniti e muti tutti i circostanti, si messe tra il santo frate e me la più crudele e luttuosa disputa. Io, quasi ridotto io stesso come fra l’essere e il non essere, in un certo modo non meno incredibile che ineffabile, mi facevo stupidamente a contendere che il mio amico viveva ancora, e supplicavo il frate, piangendo, ad accompagnare religiosamente il passaggio di quella grand’anima. Egli, tocco e ritocco il polso e il cuore, replicava costantemente, che quella grand’anima era già passata. Alla fine, fattosi nella stanza uno spontaneo e solenne silenzio, il pio frate, inginocchiatosi appresso al morto o al moribondo, fu esempio a noi tutti di fare altrettanto. Poscia, in un profondo raccoglimento, orò, orammo tutti un gran pezzo. E levatosi, e fattosi a una tavola; scrisse le parole qui appresso; e ne porse il foglio a me, che, levatomi anch’io e impresso l’ultimo bacio sulla fronte di quel cadavere, ero già trascorso da uno spietato dubbio in una spietatissima certezza.

    Si certifica al signor parroco, qualmente istantaneamente è passato a miglior vita il conte Giacomo Leopardi di Recanati, al quale ho prestato l’ultime preci de’ morti. ciò dovevo, e non altro. Padre Felice da Sant’Agostino, agostiniano scalzo.

    Con questa fede, con quelle de’ medici e, più, col miracoloso aiuto della Provvidenza, il cadavere fu salvato dalla confusione del camposanto cholerico. Ed assettato in una cassa di noce impiombata, e raccolto pietosamente in una sepoltura di ecclesiastiche sotto l’altare a destra della chiesetta suburbana di San Vitale; fu quindi, non meno pietosamente, trasferito a suo tempo nel vestibolo della medesima, dove gli fu posta la pietra ch’ora si vede.