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日志


10月16日

Che fai tu luna in cielo?

CANTO NOTTURNO
DI UN PASTORE ERRANTE DELL'ASIA

Ritorna a Giacomo Leopardi

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore;
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale
È la vita mortale.
Nasce l'uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell'umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura
Perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
E` lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l'ardore, e che procacci
Il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.

Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?

Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell'innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell'esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors'altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;

Ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
Tu se' queta e contenta;
E gran parte dell'anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
E un fastidio m'ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perché giacendo
A bell'agio, ozioso,
S'appaga ogni animale;
Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
Forse s'avess'io l'ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
È funesto a chi nasce il dì natale.

10月2日

- "La quiete dopo la tempesta" di Giacomo Leopardi

 

Citazione

YouTube - "La quiete dopo la tempesta" di Giacomo Leopardi
  
8月21日

Il passero

Canti e così trapassi

degli anni e di tua vita

il più bel fiore"

postato da Giuseppe

 
 
 
 
 
 
 
 
 
4月12日

Alla sua donna

Alla sua donna

Cara beltà che amore
Lunge m’inspiri o nascondendo il viso,
Fuor se nel sonno il core
Ombra diva mi scuoti,
O ne’ campi ove splenda
Più vago il giorno e di natura il riso;
Forse tu l’innocente
Secol beasti che dall’oro ha nome,
Or leve intra la gente
Anima voli? o te la sorte avara
Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?

Viva mirarti omai
Nulla spene m’avanza;
S’allor non fosse, allor che ignudo e solo
Per novo calle a peregrina stanza
Verrà lo spirto mio. Già sul novello
Aprir di mia giornata incerta e bruna,
Te viatrice in questo arido suolo
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
Che ti somigli; e s’anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella.

Fra cotanto dolore
Quanto all’umana età propose il fato,
Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
Alcun t’amasse in terra, a lui pur fora
Questo viver beato:
E ben chiaro vegg’io siccome ancora
Seguir loda e virtù qual ne’ prim’anni
L’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
E teco la mortal vita saria
Simile a quella che nel cielo india.

Per le valli, ove suona
Del faticoso agricoltore il canto,
Ed io seggo e mi lagno
Del giovanile error che m’abbandona;
E per li poggi, ov’io rimembro e piagno
I perduti desiri, e la perduta
Speme de’ giorni miei; di te pensando,
A palpitar mi sveglio. E potess’io,
Nel secol tetro e in questo aer nefando,
L’alta specie serbar; che dell’imago,
Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.

Se dell’eterne idee
L’una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l’eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s’altra terra ne’ superni giri
Fra’ mondi innumerabili t’accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T’irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d’ignoto amante inno ricevi.

Giacomo Leopardi - Canti

4月9日

Povera Patria

ALL'ITALIA


O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo: dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia;
Sì che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.

Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che, rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica: già fu grande, or non è quella?
Perchè, perchè? dov'è la forza antica,
Dove l'armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
O qual tanta possanza
Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
Combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl'italici petti il sangue mio.

Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi
E di carri e di voci e di timballi:
In estranie contrade
Pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
Un fluttuar di fanti e di cavalli,
E fumo e polve, e luccicar di spade
Come tra nebbia lampi.
Nè ti conforti? e i tremebondi lumi
Piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
L'Itala gioventude? O numi, o numi:
Pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
Non per li patrii lidi e per la pia
Consorte e i figli cari,
Ma da nemici altrui,
Per altra gente, e non può dir morendo:
Alma terra natia,
La vita che mi desti ecco ti rendo.

Oh venturose e care e benedette
L'antiche età, che a morte
Per la patria correan le genti a squadre;
E voi sempre onorate e gloriose,
O tessaliche strette,
Dove la Persia e il fato assai men forte
Fu di poch'alme franche e generose!
Io credo che le piante e i sassi e l'onda
E le montagne vostre al passeggere
Con indistinta voce
Narrin siccome tutta quella sponda
Coprìr le invitte schiere
De' corpi ch'alla Grecia eran devoti.
Allor, vile e feroce,
Serse per l'Ellesponto si fuggia,
Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
E sul colle d'Antela, ove morendo
Si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salia,
Guardando l'etra e la marina e il suolo.

E di lacrime sparso ambe le guance,
E il petto ansante, e vacillante il piede,
Toglieasi in man la lira:
Beatissimi voi,
Ch'offriste il petto alle nemiche lance
Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.
Nell'armi e ne' perigli
Qual tanto amor le giovanette menti,
Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
Come sì lieta, o figli,
L'ora estrema vi parve, onde ridenti
Correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch'a danza e non a morte andasse
Ciascun de' vostri, o a splendido convito:
Ma v'attendea lo scuro
Tartaro, e l'onda morta;
Nè le spose vi foro o i figli accanto
Quando su l'aspro lito
Senza baci moriste e senza pianto.

Ma non senza de' Persi orrida pena
Ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
Or salta a quello in tergo e sì gli scava
Con le zanne la schiena,
Or questo fianco addenta or quella coscia;
Tal fra le Perse torme infuriava
L'ira de' greci petti e la virtute.
Ve' cavalli supini e cavalieri;
Vedi intralciare ai vinti
La fuga i carri e le tende cadute,
E correr fra' primieri
Pallido e scapigliato esso tiranno;
Ve' come infusi e tinti
Del barbarico sangue i greci eroi,
Cagione ai Persi d'infinito affanno,
A poco a poco vinti dalle piaghe,
L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
Beatissimi voi
Mentre nel mondo si favelli o scriva.

Prima divelte, in mar precipitando,
Spente nell'imo strideran le stelle,
Che la memoria e il vostro
Amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
Verran le madri ai parvoli le belle
Orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,
O benedetti, al suolo,
E bacio questi sassi e queste zolle,
Che fien lodate e chiare eternamente
Dall'uno all'altro polo.
Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
Fosse del sangue mio quest'alma terra.
Che se il fato è diverso, e non consente
Ch'io per la Grecia i moribondi lumi
Chiuda prostrato in guerra,
Così la vereconda
Fama del vostro vate appo i futuri
Possa, volendo i numi,
Tanto durar quanto la vostra duri.



3月6日

L'infinito

 
1月22日

Carmelo Bene

 
12月8日

l'Infinito

 

 

l'Infinito
 
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
De l'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminato
Spazio di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e 'l suon di lei. Così tra questa
Infinità s'annega il pensier mio:
E 'l naufragar m'è dolce in questo mare
 

  

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
11月24日

Saffo

  • Placida notte, e verecondo raggio
    Della cadente luna; e tu che spunti
    Fra la tacita selva in su la rupe,
    Nunzio del giorno; oh dilettose e care
    Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
    Sembianze agli occhi miei; già non arride
    Spettacol molle ai disperati affetti.
    Noi l'insueto allor gaudio ravviva
    Quando per l'etra liquido si volve
    E per li campi trepidanti il flutto
    Polveroso de' Noti, e quando il carro,
    Grave carro di Giove a noi sul capo,
    Tonando, il tenebroso aere divide.
    Noi per le balze e le profonde valli
    Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
    Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
    Fiume alla dubbia sponda
    Il suono e la vittrice ira dell'onda.

    Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
    Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
    Infinita beltà parte nessuna
    Alla misera Saffo i numi e l'empia
    Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni
    Vile, o natura, e grave ospite addetta,
    E dispregiata amante, alle vezzose
    Tue forme il core e le pupille invano
    Supplichevole intendo. A me non ride
    L'aprico margo, e dall'eterea porta
    Il mattutino albor; me non il canto
    De' colorati augelli, e non de' faggi
    Il murmure saluta: e dove all'ombra
    Degl'inchinati salici dispiega
    Candido rivo il puro seno, al mio
    Lubrico piè le flessuose linfe
    Disdegnando sottragge,
    E preme in fuga l'odorate spiagge.

    Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
    Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
    Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
    In che peccai bambina, allor che ignara
    Di misfatto è la vita, onde poi scemo
    Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
    Dell'indomita Parca si volvesse
    Il ferrigno mio stame? Incaute voci
    Spande il tuo labbro: i destinati eventi
    Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
    Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
    Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
    De' celesti si posa. Oh cure, oh speme
    De' più verd'anni! Alle sembianze il Padre,
    Alle amene sembianze eterno regno
    Diè nelle genti; e per virili imprese,
    Per dotta lira o canto,
    Virtù non luce in disadorno ammanto.

    Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
    Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
    E il crudo fallo emenderà del cieco
    Dispensator de' casi. E tu cui lungo
    Amore indarno, e lunga fede, e vano
    D'implacato desio furor mi strinse,
    Vivi felice, se felice in terra
    Visse nato mortal. Me non asperse
    Del soave licor del doglio avaro
    Giove, poi che perìr gl'inganni e il sogno
    Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
    Giorno di nostra età primo s'invola.
    Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
    Della gelida morte. Ecco di tante
    Sperate palme e dilettosi errori,
    Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
    Han la tenaria Diva,
    E l'atra notte, e la silente riva. 




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  • 3月26日

    Agli amici di Toscana

    FIRENZE 15 DICEMBRE 1830.
    AMICI MIEI CARI,
    Sia dedicato a voi questo libro, dove io cercava, come si cerca spesso colla poesia, di consacrare il mio dolore, e col quale al presente (nè posso già dirlo senza lacrime) prendo comiato dalle lettere e dagli studi. Sperai che questi cari studi avrebbero sostentata la mia vecchiezza, e credetti colla perdita di tutti gli altri piaceri, di tutti gli altri beni della fanciullezza e della gioventù, avere acquistato un bene che da nessuna forza, da nessuna sventura mi fosse tolto. Ma io non aveva appena vent'anni, quando da quella infermità di nervi e di viscere, che privandomi della mia vita, non mi dà speranza della morte, quel mio solo bene mi fu ridotto a meno che a mezzo; poi, due anni prima dei trenta, mi è stato tolto del tutto, e credo oramai per sempre. Ben sapete che queste medesime carte io non ho potute leggere, e per emendarle m'è convenuto servirmi degli occhi e della mano d'altri. Non mi so più dolere, miei cari amici; e la coscienza che ho della grandezza della mia infelicità, non comporta l'uso delle querele. Ho perduto tutto: sono un tronco che sente e pena. Se non che in questo tempo ho acquistato voi: e la compagnia vostra, che m'è in luogo degli studi, e in luogo d'ogni diletto e di ogni speranza, quasi compenserebbe i miei mali, se per la stessa infermità mi fosse lecito di goderla quant'io vorrei, e s'io non conoscessi che la mia fortuna assai tosto mi priverà di questa ancora, costringendomi a consumar gli anni che mi avanzano abbandonato da ogni conforto della civiltà, in un luogo dove assai meglio abitano i sepolti che i vivi. L'amor vostro mi rimarrà tuttavia, e mi durerà forse ancor dopo che il mio corpo, che già non vive più, sarà fatto cenere.
    Addio.
    IL VOSTRO LEOPARDI
    3月21日

    La Ginestra

     
     
     
     
     
     
     
     GIACOMO LEOPARDI
    Da Leopardi apprendemmo la necessita' della scelta della nonviolenza.
    Una scelta fondata non sulle illusioni, ma sul nudo vero.
    Che proprio perche' ogni essere umano e' per statuto biologico esposto al
    male e alla morte, e' assurdo ed infame a questo dolore aggiungere quello
    che deriva dall'esercizio della violenza da parte di esseri umani su altri
    esseri umani, laddove e' palese che tutti gli esseri umani tra loro
    dovrebbero sentirsi ed essere solidali.
    Come magnificamente dimostra La ginestra, uno dei grandi manifesti politici
    dell'umanita'.

    2. GIACOMO LEOPARDI: LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO

    "E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce"
    (Giovanni, III, 19)

    Qui su l'arida schiena
    Del formidabil monte
    Sterminator Vesevo,
    La qual null'altro allegra arbor ne' fiore,
    Tuoi cespi solitari intorno spargi,
    Odorata ginestra,
    Contenta dei deserti. Anco ti vidi
    De' tuoi steli abbellir l'erme contrade
    Che cingon la cittade
    La qual fu donna de' mortali un tempo,
    E del perduto impero
    Par che col grave e taciturno aspetto
    Faccian fede e ricordo al passeggero.
    Or ti riveggo in questo suol, di tristi
    Lochi e dal mondo abbandonati amante,
    E d'afflitte fortune ognor compagna.
    Questi campi cosparsi
    Di ceneri infeconde, e ricoperti
    Dell'impietrata lava,
    Che sotto i passi al peregrin risona;
    Dove s'annida e si contorce al sole
    La serpe, e dove al noto
    Cavernoso covil torna il coniglio;
    Fur liete ville e colti,
    E biondeggiar di spiche, e risonaro
    Di muggito d'armenti;
    Fur giardini e palagi,
    Agli ozi de' potenti
    Gradito ospizio; e fur citta' famose
    Che coi torrenti suoi l'altero monte
    Dall'ignea bocca fulminando oppresse
    Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
    Una ruina involve,
    Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
    I danni altrui commiserando, al cielo
    Di dolcissimo odor mandi un profumo,
    Che il deserto consola. A queste piagge
    Venga colui che d'esaltar con lode
    Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
    E' il gener nostro in cura
    All'amante natura. E la possanza
    Qui con giusta misura
    Anco estimar potra' dell'uman seme,
    Cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
    Con lieve moto in un momento annulla
    In parte, e puo' con moti
    Poco men lievi ancor subitamente
    Annichilare in tutto.
    Dipinte in queste rive
    Son dell'umana gente
    Le magnifiche sorti e progressive.

    Qui mira e qui ti specchia,
    Secol superbo e sciocco,
    Che il calle insino allora
    Dal risorto pensier segnato innanti
    Abbandonasti, e volti addietro i passi,
    Del ritornar ti vanti,
    E procedere il chiami.
    Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti,
    Di cui lor sorte rea padre ti fece,
    Vanno adulando, ancora
    Ch'a ludibrio talora
    T'abbian fra se'. Non io
    Con tal vergogna scendero' sotterra;
    Ma il disprezzo piuttosto che si serra
    Di te nel petto mio,
    Mostrato avro' quanto si possa aperto:
    Ben ch'io sappia che obblio
    Preme chi troppo all'eta' propria increbbe.
    Di questo mal, che teco
    Mi fia comune, assai finor mi rido.
    Liberta' vai sognando, e servo a un tempo
    Vuoi di novo il pensiero,
    Sol per cui risorgemmo
    Della barbarie in parte, e per cui solo
    Si cresce in civilta', che sola in meglio
    Guida i pubblici fati.
    Cosi' ti spiacque il vero
    Dell'aspra sorte e del depresso loco
    Che natura ci die'. Per questo il tergo
    Vigliaccamente rivolgesti al lume
    Che il fe' palese: e, fuggitivo, appelli
    Vil chi lui segue, e solo
    Magnanimo colui
    Che se' schernendo o gli altri, astuto o folle,
    Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

    Uom di povero stato e membra inferme
    Che sia dell'alma generoso ed alto,
    Non chiama se' ne' stima
    Ricco d'or ne' gagliardo,
    E di splendida vita o di valente
    Persona infra la gente
    Non fa risibil mostra;
    Ma se' di forza e di tesor mendico
    Lascia parer senza vergogna, e noma
    Parlando, apertamente, e di sue cose
    Fa stima al vero uguale.
    Magnanimo animale
    Non credo io gia', ma stolto,
    Quel che nato a perir, nutrito in pene,
    Dice, a goder son fatto,
    E di fetido orgoglio
    Empie le carte, eccelsi fati e nove
    Felicita', quali il ciel tutto ignora,
    Non pur quest'orbe, promettendo in terra
    A popoli che un'onda
    Di mar commosso, un fiato
    D'aura maligna, un sotterraneo crollo
    Distrugge si', che avanza
    A gran pena di lor la rimembranza.
    Nobil natura e' quella
    Che a sollevar s'ardisce
    Gli occhi mortali incontra
    Al comun fato, e che con franca lingua,
    Nulla al ver detraendo,
    Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
    E il basso stato e frale;
    Quella che grande e forte
    Mostra se' nel soffrir, ne' gli odii e l'ire
    Fraterne, ancor piu' gravi
    D'ogni altro danno, accresce
    Alle miserie sue, l'uomo incolpando
    Del suo dolor, ma da' la colpa a quella
    Che veramente e' rea, che de' mortali
    Madre e' di parto e di voler matrigna.
    Costei chiama inimica; e incontro a questa
    Congiunta esser pensando,
    Siccome e' il vero, ed ordinata in pria
    L'umana compagnia,
    Tutti fra se' confederati estima
    Gli uomini, e tutti abbraccia
    Con vero amor, porgendo
    Valida e pronta ed aspettando aita
    Negli alterni perigli e nelle angosce
    Della guerra comune. Ed alle offese
    Dell'uomo armar la destra, e laccio porre
    Al vicino ed inciampo,
    Stolto crede cosi' qual fora in campo
    Cinto d'oste contraria, in sul piu' vivo
    Incalzar degli assalti,
    Gl'inimici obbliando, acerbe gare
    Imprender con gli amici,
    E sparger fuga e fulminar col brando
    Infra i propri guerrieri.
    Cosi' fatti pensieri
    Quando fien, come fur, palesi al volgo,
    E quell'orror che primo
    Contra l'empia natura
    Strinse i mortali in social catena,
    Fia ricondotto in parte
    Da verace saper, l'onesto e il retto
    Conversar cittadino,
    E giustizia e pietade, altra radice
    Avranno allor che non superbe fole,
    Ove fondata probita' del volgo
    Cosi' star suole in piede
    Quale star puo' quel ch'ha in error la sede.

    Sovente in queste rive,
    Che, desolate, a bruno
    Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
    Seggo la notte; e su la mesta landa
    In purissimo azzurro
    Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
    Cui di lontan fa specchio
    Il mare, e tutto di scintille in giro
    Per lo voto seren brillare il mondo.
    E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
    Ch'a lor sembrano un punto,
    E sono immense, in guisa
    Che un punto a petto a lor son terra e mare
    Veracemente; a cui
    L'uomo non pur, ma questo
    Globo ove l'uomo e' nulla,
    Sconosciuto e' del tutto; e quando miro
    Quegli ancor piu' senz'alcun fin remoti
    Nodi quasi di stelle,
    Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo
    E non la terra sol, ma tutte in uno,
    Del numero infinite e della mole,
    Con l'aureo sole insiem, le nostre stelle
    O sono ignote, o cosi' paion come
    Essi alla terra, un punto
    Di luce nebulosa; al pensier mio
    Che sembri allora, o prole
    Dell'uomo? E rimembrando
    Il tuo stato quaggiu', di cui fa segno
    Il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte,
    Che te signora e fine
    Credi tu data al Tutto, e quante volte
    Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
    Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
    Per tua cagion, dell'universe cose
    Scender gli autori, e conversar sovente
    Co' tuoi piacevolmente, e che i derisi
    Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
    Fin la presente eta', che in conoscenza
    Ed in civil costume
    Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
    Mortal prole infelice, o qual pensiero
    Verso te finalmente il cor m'assale?
    Non so se il riso o la pieta' prevale.

    Come d'arbor cadendo un picciol pomo,
    Cui la' nel tardo autunno
    Maturita' senz'altra forza atterra,
    D'un popol di formiche i dolci alberghi,
    Cavati in molle gleba
    Con gran lavoro, e l'opre
    E le ricchezze che adunate a prova
    Con lungo affaticar l'assidua gente
    Avea provvidamente al tempo estivo,
    Schiaccia, diserta e copre
    In un punto; cosi' d'alto piombando,
    Dall'utero tonante
    Scagliata al ciel profondo,
    Di ceneri e di pomici e di sassi
    Notte e ruina, infusa
    Di bollenti ruscelli
    O pel montano fianco
    Furiosa tra l'erba
    Di liquefatti massi
    E di metalli e d'infocata arena
    Scendendo immensa piena,
    Le cittadi che il mar la' su l'estremo
    Lido aspergea, confuse
    E infranse e ricoperse
    In pochi istanti: onde su quelle or pasce
    La capra, e citta' nove
    Sorgon dall'altra banda, a cui sgabello
    Son le sepolte, e le prostrate mura
    L'arduo monte al suo pie' quasi calpesta.
    Non ha natura al seme
    Dell'uom piu' stima o cura
    Che alla formica: e se piu' rara in quello
    Che nell'altra e' la strage,
    Non avvien cio' d'altronde
    Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.

    Ben mille ed ottocento
    Anni varcar poi che spariro, oppressi
    Dall'ignea forza, i popolati seggi,
    E il villanello intento
    Ai vigneti, che a stento in questi campi
    Nutre la morta zolla e incenerita,
    Ancor leva lo sguardo
    Sospettoso alla vetta
    Fatal, che nulla mai fatta piu' mite
    Ancor siede tremenda, ancor minaccia
    A lui strage ed ai figli ed agli averi
    Lor poverelli. E spesso
    Il meschino in sul tetto
    Dell'ostel villereccio, alla vagante
    Aura giacendo tutta notte insonne,
    E balzando piu' volte, esplora il corso
    Del temuto bollor, che si riversa
    Dall'inesausto grembo
    Su l'arenoso dorso, a cui riluce
    Di Capri la marina
    E di Napoli il porto e Mergellina.
    E se appressar lo vede, o se nel cupo
    Del domestico pozzo ode mai l'acqua
    Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
    Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
    Di lor cose rapir posson, fuggendo,
    Vede lontan l'usato
    Suo nido, e il picciol campo,
    Che gli fu dalla fame unico schermo,
    Preda al flutto rovente,
    Che crepitando giunge, e inesorato
    Durabilmente sovra quei si spiega.
    Torna al celeste raggio
    Dopo l'antica obblivion l'estinta
    Pompei, come sepolto
    Scheletro, cui di terra
    Avarizia o pieta' rende all'aperto;
    E dal deserto foro
    Diritto infra le file
    Dei mozzi colonnati il peregrino
    Lunge contempla il bipartito giogo
    E la cresta fumante,
    Che alla sparsa ruina ancor minaccia.
    E nell'orror della secreta notte
    Per li vacui teatri,
    Per li templi deformi e per le rotte
    Case, ove i parti il pipistrello asconde,
    Come sinistra face
    Che per voti palagi atra s'aggiri,
    Corre il baglior della funerea lava,
    Che di lontan per l'ombre
    Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
    Cosi', dell'uomo ignara e dell'etadi
    Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno
    Dopo gli avi i nepoti,
    Sta natura ognor verde, anzi procede
    Per si' lungo cammino
    Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
    Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
    E l'uom d'eternita' s'arroga il vanto.

    E tu, lenta ginestra,
    Che di selve odorate
    Queste campagne dispogliate adorni,
    Anche tu presto alla crudel possanza
    Soccomberai del sotterraneo foco,
    Che ritornando al loco
    Gia' noto, stendera' l'avaro lembo
    Su tue molli foreste. E piegherai
    Sotto il fascio mortal non renitente
    Il tuo capo innocente:
    Ma non piegato insino allora indarno
    Codardamente supplicando innanzi
    Al futuro oppressor; ma non eretto
    Con forsennato orgoglio inver le stelle,
    Ne' sul deserto, dove
    E la sede e i natali
    Non per voler ma per fortuna avesti;
    Ma piu' saggia, ma tanto
    Meno inferma dell'uom, quanto le frali
    Tue stirpi non credesti
    O dal fato o da te fatte immortali.

    3. ET COETERA
    Giacomo Leopardi (Recanati 1798 - Napoli 1837) "filologo ammirato fuori
    d'Italia / scrittore di filosofia e di poesie altissimo / da paragonare
    solamente coi greci": cosi' nella lapide dettata da Pietro Giordani
    ("perfetta", amava dire il nostro amico Annibale Scarpante, "a cui solo
    aggiungeremmo: eroico combattente per la dignita' umana, fedele al vero e al
    giusto, amico della nonviolenza").


    2月6日

    Domanda nella notte..

     
     
     
     

    "Natura umana, or come,

    se frale in tutto e vile,

    se polve ed ombra sei, tant'alto senti?

    Se in parte anco gentile,

    come i più degni tuoi moti e pensieri

    son così di leggeri

    da sì basse cagioni e desti e spenti?

    ...

    Così riduce il fato

    qual sembianza fra noi parve più viva

    immagine del ciel. Misterio eterno

    dell'esser nostro.

    (Da: Sopra il ritratto di una bella donna, 1831-35)

     Postato da Maria Grazia
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    1月26日

    Il pensiero dominante

     
     
     
     

     


     
     
     IL PENSIERO DOMINANTE

    Dolcissimo, possente

    Dominator di mia profonda mente;

    Terribile, ma caro

    Dono del ciel; consorte

    Ai lùgubri miei giorni,

    Pensier che innanzi a me sì spesso torni.

    Di tua natura arcana

    Chi non favella? il suo poter fra noi

    Chi non sentì? Pur sempre

    Che in dir gli effetti suoi

    Le umane lingue il sentir proprio sprona,

    Par novo ad ascoltar ciò ch'ei ragiona.

    Come solinga è fatta

    La mente mia d'allora

    Che tu quivi prendesti a far dimora!

    Ratto d'intorno intorno al par del lampo

    Gli altri pensieri miei

    Tutti si dileguàr. Siccome torre

    In solitario campo,

    Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei

     
     
     
     
     
    1月23日

    Alla luna

     
     
     
     

    ALLA LUNA

     

    O graziosa luna, io mi rammento

    Che, or volge l'anno, sovra questo colle

    Io venia pien d'angoscia a rimirarti:

    E tu pendevi allor su quella selva

    Siccome or fai, che tutta la rischiari.

    Ma nebuloso e tremulo dal pianto

    Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci

    Il tuo volto apparia, che travagliosa

    Era mia vita: ed è, né cangia stile,

    O mia diletta luna. E pur mi giova

    La ricordanza, e il noverar l'etate

    Del mio dolore. Oh come grato occorre

    Nel tempo giovanil, quando ancor lungo

    La speme e breve ha la memoria il corso,

    Il rimembrar delle passate cose,

    Ancor che triste, e che l'affanno duri!

     

     

     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Postato da Maria Grazia
    1月10日

    Silvia

    A Silvia

    Silvia, rimembri ancora
    quel tempo della tua vita mortale,
    quando beltà splendea
    negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,


    e tu, lieta e pensosa, il limitare
    di gioventù salivi? 

    12月27日

    Nerina

    O Nerina! e di te forse non odo
    Questi luoghi parlar? caduta forse
    Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
    Che qui sola di te la ricordanza
    Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
    Questa Terra natal: quella finestra,
    Ond'eri usata favellarmi, ed onde
    Mesto riluce delle stelle il raggio,
    E' deserta. Ove sei, che più non odo
    La tua voce sonar, siccome un giorno,
    Quando soleva ogni lontano accento
    Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
    Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
    Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
    Il passar per la terra oggi è sortito,
    E l'abitar questi odorati colli.
    Ma rapida passasti; e come un sogno
    Fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte
    La gioia ti splendea, splendea negli occhi
    Quel confidente immaginar, quel lume
    Di gioventù, quando spegneali il fato,
    E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
    L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
    Se a radunanze io movo, infra me stesso
    Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
    Tu non ti acconci più, tu più non movi.
    Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
    Van gli amanti recando alle fanciulle,
    Dico: Nerina mia, per te non torna
    Primavera giammai, non torna amore.
    Ogni giorno sereno, ogni fiorita
    Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
    Dico: Nerina or più non gode; i campi,
    L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
    Sospiro mio: passasti: e fia compagna
    D'ogni mio vago immaginar, di tutti
    I miei teneri sensi, i tristi e cari
    Moti del cor, la rimembranza acerba.


    10月30日

    A Silvia

    Giacomo Leopardi
    "A Silvia"

    Silvia, rimembri ancora
    quel tempo della tua vita mortale,
    quando beltà splendea
    negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
    e tu, lieta e pensosa, il limitare
    di gioventù salivi? 

    Sonavan le quiete
    stanze, e le vie d'intorno,
    al tuo perpetuo canto,
    allor che all'opre femminili intenta
    sedevi, assai contenta
    di quel vago avvenir che in mente avevi.
    Era il maggio odoroso: e tu solevi
    così menare il giorno. 

    Io gli studi leggiadri
    talor lasciando e le sudate carte,
    ove il tempo mio primo
    e di me si spendea la miglior parte,
    d’in su i veroni del paterno ostello
    porgea gli orecchi al suon della tua voce,
    ed alla man veloce
    che percorrea la faticosa tela.
    Mirava il ciel sereno,
    le vie dorate e gli orti,
    e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
    Lingua mortal non dice
    quel ch’io sentiva in seno. 

    Che pensieri soavi,
    che speranze, che cori, o Silvia mia!
    Quale allor ci apparia
    la vita umana e il fato!
    Quando sovviemmi di cotanta speme,
    un affetto mi preme
    acerbo e sconsolato,
    e tornami a doler di mia sventura.
    O natura, o natura,
    perché non rendi poi
    quel che prometti allor? perché di tanto
    inganni i figli tuoi? 

    Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
    da chiuso morbo combattuta e vinta,
    perivi, o tenerella. E non vedevi
    il fior degli anni tuoi;
    non ti molceva il core
    la dolce lode or delle negre chiome,
    or degli sguardi innamorati e schivi;
    né teco le compagne ai dì festivi
    ragionavan d’amore. 

    Anche perìa fra poco
    la speranza mia dolce: agli anni miei
    anche negaro i fati
    la giovinezza. Ahi come,
    come passata sei,
    cara compagna dell’età mia nova,
    mia lacrimata speme!
    Questo è il mondo? questi
    i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
    onde cotanto ragionammo insieme?
    questa la sorte delle umane genti?
    All’apparir del vero
    tu, misera, cadesti: e con la mano
    la fredda morte ed una tomba ignuda
    mostravi di lontano.  

     

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    a cura di 
    Claudio Carini

    10月4日

    Il Pastore

     


       

     

     

     

     

     

     

    Composto a Recanati fra il 22 ottobre 1829 ed il 9 aprile 1830, il canto fu pubblicato nell'edizione del 1831. Probabilmente il Poeta trovò ispirazione da una frase tratta dal "Journal des Savants", che riguardava le abitudini di questi pastori: "Plusieurs d'entre eux passent la nuit assis sur une pierre à regarder la lune, et à improviser des paroles assez tristes sur des airs qui ne le sont pas moins".

     

    Cronologicamente ultimo de grandi canti pisano-recanatesi (ottobre 1829-aprile 1830) il Canto Notturno è uno dei momenti chiave dello sviluppo del pensiero e della poesia leopardiana. Con il Canto Notturno Leopardi nuovamente si volge a considerare più in generale, tramite la figura esemplare del pastore errante, la costitutiva infelicità dell'intero genere umano e anzi di tutti gli esseri viventi. Nel paesaggio desolato dell’immensa steppa asiatica, sovrastato dalla misteriosa vastità del cielo stellato, un pastore interroga la luna sul perché delle cose e sul senso del destino umano. Ma le sue domande non trovano risposta, e il silenzio del cielo sconfinato gli conferma ciò che già sapeva, cioè che l’universo è un enigma indecifrabile nel quale l’unica cosa certa è il dolore degli uomini e di tutti gli esseri viventi. Scegliendo una figura umile come protagonista della lirica, Leopardi vuole dimostrare come tutti, ricchi o poveri, intellettuali o analfabeti, si pongono le stesse domande senza risposta sul significato della vita e sull’esistenza del male ; anzi, sulle labbra di un semplice pastore questi interrogativi acquistano una forza particolare, primordiale e assoluta, che esprime la "radice" comune della condizione umana. In Canto notturno le strofe si presentano come una successione di domande rivolte alla luna. Il colloquio del pastore con la luna oscilla tra due spinte contrastanti: da un lato, egli sembra sperare che le sofferenze della vita abbiano un spiegazione che la luna conosce; dall’altro ne dubita e pensa che la negatività del destino umano sia un dato tragico quanto indiscutibile. Il pastore non rinuncia all’idea che la luna possa svelare i misteri della vita e della morte, dell’infinito andar nel tempo e mutare delle stagioni e dell’inquietante vastità dell’universo : a che tante facelle? / che fa l’aria infinita ... (versi 86 - 98). La bellezza della primavera e del cielo stellato devono giovare a qualcuno, non possono essere semplici apparenze di un universo indifferente. Ma lo sconforto emerge nell’ammissione finale, in cui i dubbi fiduciosi lasciano spazio a una certezza terribile : "a me la vita è male".
     

    Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
    silenziosa luna?
    Sorgi la sera, e vai,
    contemplando i deserti; indi ti posi.
    Ancor non sei tu paga
    di riandare i sempiterni calli?
    Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
    di mirar queste valli?
    Somiglia alla tua vita
    la vita del pastore.
    Sorge in sul primo albore
    move la greggia oltre pel campo, e vede
    greggi, fontane ed erbe;
    poi stanco si riposa in su la sera:
    altro mai non ispera.
    Dimmi, o luna: a che vale
    al pastor la sua vita,
    la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
    questo vagar mio breve,
    il tuo corso immortale?
    Vecchierel bianco, infermo,
    mezzo vestito e scalzo,
    con gravissimo fascio in su le spalle,
    per montagna e per valle,
    per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
    al vento, alla tempesta, e quando avvampa
    l'ora, e quando poi gela,
    corre via, corre, anela,
    varca torrenti e stagni,
    cade, risorge, e piú e piú s'affretta,
    senza posa o ristoro,
    lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
    colà dove la via
    e dove il tanto affaticar fu vòlto:
    abisso orrido, immenso,
    ov'ei precipitando, il tutto obblia.
    Vergine luna, tale
    è la vita mortale.
    Nasce l'uomo a fatica,
    ed è rischio di morte il nascimento.
    Prova pena e tormento
    per prima cosa; e in sul principio stesso
    la madre e il genitore
    il prende a consolar dell'esser nato.
    Poi che crescendo viene,
    l'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
    con atti e con parole
    studiasi fargli core,
    e consolarlo dell'umano stato:
    altro ufficio piú grato
    non si fa da parenti alla lor prole.
    Ma perché dare al sole,
    perché reggere in vita
    chi poi di quella consolar convenga?
    Se la vita è sventura,
    perché da noi si dura?
    Intatta luna, tale
    è lo stato mortale.
    Ma tu mortal non sei,
    e forse del mio dir poco ti cale.
    Pur tu, solinga, eterna peregrina,
    che sí pensosa sei, tu forse intendi,
    questo viver terreno,
    il patir nostro, il sospirar, che sia;
    che sia questo morir, questo supremo
    scolorar del sembiante,
    e perir dalla terra, e venir meno
    ad ogni usata, amante compagnia.
    E tu certo comprendi
    il perché delle cose, e vedi il frutto
    del mattin, della sera,
    del tacito, infinito andar del tempo.
    Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
    rida la primavera,
    a chi giovi l'ardore, e che procacci
    il verno co' suoi ghiacci.
    Mille cose sai tu, mille discopri,
    che son celate al semplice pastore.
    spesso quand'io ti miro
    star cosí muta in sul deserto piano,
    che, in suo giro lontano, al ciel confina;
    ovver con la mia greggia
    seguirmi viaggiando a mano a mano;
    e quando miro in cielo arder le stelle;
    dico fra me pensando:
    a che tante facelle?
    che fa l'aria infinita, e quel profondo
    infinito seren? che vuol dir questa
    solitudine immensa? ed io che sono?
    Cosí meco ragiono: e della stanza
    smisurata e superba,
    e dell'innumerabile famiglia;
    poi di tanto adoprar, di tanti moti
    d'ogni celeste, ogni terrena cosa,
    girando senza posa,
    per tornar sempre là donde son mosse;
    uso alcuno, alcun frutto
    indovinar non so. Ma tu per certo,
    giovinetta immortal, conosci il tutto.
    Questo io conosco e sento,
    che degli eterni giri,
    che dell'esser mio frale,
    qualche bene o contento
    avrà fors'altri; a me la vita è male.
    O greggia mia che posi, oh te beata,
    che la miseria tua, credo, non sai!
    Quanta invidia ti porto!
    Non sol perché d'affanno
    quasi libera vai;
    ch'ogni stento, ogni danno,
    ogni estremo timor subito scordi;
    ma piú perché giammai tedio non provi.
    Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
    tu se' queta e contenta;
    e gran parte dell'anno
    senza noia consumi in quello stato.
    Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
    e un fastidio m'ingombra
    la mente, ed uno spron quasi mi punge
    sí che, sedendo, piú che mai son lunge
    da trovar pace o loco.
    E pur nulla non bramo,
    e non ho fino a qui cagion di pianto.
    Quel che tu goda o quanto,
    non so già dir; ma fortunata sei.
    Ed io godo ancor poco,
    o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
    se tu parlar sapessi, io chiederei:
    - Dimmi: perché giacendo
    a bell'agio, ozioso,
    s'appaga ogni animale;
    me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale? -
    Forse s'avess'io l'ale
    da volar su le nubi,
    e noverar le stelle ad una ad una,
    o come il tuono errar di giogo in giogo,
    piú felice sarei, dolce mia greggia,
    piú felice sarei, candida luna.
    O forse erra dal vero,
    mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
    forse in qual forma, in quale
    stato che sia, dentro covile o cuna,
    è funesto a chi nasce il dí natale

     

    (...) "Dimmi, o luna: a che vale/ al pastor la sua vita,/ la vostra vita a voi? dimmi: ove tende/
    questo vagar mio breve,/ il tuo corso immortale?"/

     

    Solo la natura, dice il poeta, solo la luna, forse conosce il significato di tutto questo, della vita della morte, dell'avvicendarsi infinito del giorno, della notte, del tempo. Il verso "del tacito infinito andar del tempo" è stato giustamente definito un verso "infinito" : in poche parole è raffigurata l'umanità tutta : uomini, stagioni, storie, Settecento, Ottocento, Novecento, secoli e secoli ancora, accomunati dallo stesso destino: confrontarsi con un mondo incomprensibile, privo di qualsiasi finalità.

    (...) "Pur tu, solinga, eterna peregrina,
    / che sí pensosa sei, tu forse intendi,/
    questo viver terreno,/ il patir nostro, il sospirar, che sia;/ che sia questo morir, questo supremo/ scolorar del sembiante,/ e perir dalla terra, e venir meno/ ad ogni usata, amante compagnia./

    E tu certo comprendi
    / il perché delle cose, e vedi il frutto/ del mattin, della sera,/ del tacito, infinito andar del tempo."/

     


    Unica ma impossibile consolazione sarebbe per il pastore protagonista e "voce" di questa lirica, , per il poeta stesso, in definitiva per tutti noi, volare sopra le nubi e raggiungere le stelle, riuscire a contarle ad una ad una, diventare come il lampo veloce.

    (...)"Forse s'avess'io l'ale
    / da volar su le nubi,/ e noverar le stelle ad una ad una,/ o come il tuono errar di giogo in giogo,/ piú felice sarei, dolce mia greggia,/ piú felice sarei, candida luna."/

    E' un canto triste quello del pastore, un canto di "pessimismo cosmico" come è stato definito. Non c'è scampo per l'uomo e neppure per gli animali solo per un attimo tenuti fuori dal disegno maligno della natura.