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日志


4月4日

Un nuovo libro

Scrivo qui su un nuovo libro dal titolo “Scherzi d’ingegno. La fonte segreta del pessimismo leopardiano” ( V. Ribezzi per Guida editore). Il volume fa riferimento ad un’opera del ‘600 di Francesco Antonio de Virgiliis che si vorrebbe dimostrare essere appunto “la fonte segreta” cui Leopardi si sarebbe più che ispirato. Attendevo di leggerlo con ansia ed ora che me lo ritrovo tra le mani vorrei portare qui un esempio (per me importante) che si riferisce alla famosa pagina del giardino in “istato di souffrance”:

De Virgiliis: “Invece di preparare la Terra al suo grembo materno seno, matrigneggia, et equivoca delle Madri Ebree, traligna il seno in tomba de’ proprij figli, e co i Cipressi, che sono vive Piramidi, ci fa sempre mai pullulare vegetabili caratteri di morte: Fa che vi si agguantino serpenti, qual’ora ci invita a godere de’ligustri, et amaranti la vaghezza, o gl’animati Carbonchi de’ papaveri. Finge di soggiogare alle nostre mani la Regina de’ fiori, ma vi viene addrappellate le spine sù’l di lui smaltato Trono, solo per insidiarci ci diede l’api melliflui per aggio de’ nostri palati, et assieme li formò aculeati per ferirci, e con essi ci porge le cere, simboleggiandoci i funerali; Insomma l’uomo anco nel Paradiso della Terra, in vece di bearsi, dal Legno stesso della Vita tracanna frutta di morte. […] e se dalle poppe di Giuno succhiano à nostro prò copioso latte le Piante, beono queste ben sovente trà le brine toschi per inaridirsi”.

Leopardi: “Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. (Bologna. 19. Aprile. 1826.). Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere”.

Non esprimo il mio commento e lascio a chi legge la riflessione e l’analisi di questi due luoghi di cui la curatrice scrive, “pur nelle diverse sfumature di senso, il susseguirsi delle immagini è identico nei due autori e sembrerebbe legittimo pensare che l’uno derivi dall’altro
”.
 
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7月27日

Si tenta una nuova strada...

Recensione apparsa su 'AVVENIRE' del 11 giugno 1006

Questo «Giobbe e Leopardi» di Loretta Marcon è l'ultimo contributo per una
conoscenza del poeta di Recanati meno ortodossa rispetto agli studi più
vulgati che vedono in lui la matrice del nichilismo e del progressismo
disincantato e anti-metafisico. La Marcon appartiene a quella schiera di
studiosi che privilegiano il lato religioso del poeta in direzione di una
riflessione più articolata e profonda sul senso della vita. Già altri
avevano messo in guardia sul concetto di «nulla» e di «fede» in Leopardi,
concetto quest'ultimo da prendere con le molle, perché il poeta aveva di
fronte agli occhi una religiosità tutta esteriore e semmai più vicina al
Dio dell'Antico Testamento, soprattutto nell'esempio della madre, ma anche
perché la divinità per lui non era razionalizzabile e riconducibile agli
aspetti materiali. «Giobbe e Leopardi», come da titolo, aggiunge un'altra
tessera al nuovo mosaico, avvicinando il recanatese alla figura del
provato da Dio, che si dispera, che maledice la propria vita, essendo
stato gettato nella radicale infelicità. Questa vita per Giacomo si è
trasformata in un inferno, divenuto com'è «stecchito e inaridito come una
canna secca» (si notino gli echi biblici), come Giobbe, che ha di fronte a
sé la distruzione e l'inaridimento. Nell'abbozzo dell'«Inno a Arimane» vi
è non solo un atteggiamento blasfemo, ma anche una risposta in termini
dualistici, nel senso che questa vita e questa materia sono consegnate al
male, come la vita di Giobbe, inspiegabilmente agli occhi degli uomini, a
satana. Vi sono pagine e pagine dello «Zibaldone» e delle lettere riferite
alla questione religiosa, ma non è solo dal detto e dal razionalizzato che
si può spiegare un poeta, che fino ad un certo punto della sua vita mostra
attenzione alle cose di fede. Il destino di Giobbe resta inscritto
nell'orizzonte esistenziale di Leopardi profondamente, perché anche lui,
pieno di speranze, da ragazzo ha dovuto affrontare il panorama scheletrico
del mondo, come più tardi Dino Campana, e quindi la profonda amarezza di
un destino visto come tradimento degli ideali e come consegna al satana
della solitudine e della materia senza senso.
Marco Testi
«Giobbe e Leopardi, la notte oscura
dell'anima», Loretta Marcon, Guida,
pp. 130, euro 8,50.

 

Pubblicato da Maria Grazia