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12月30日 Un Almanacco per il 2008?
5月4日 Il coro delle mummieLeopardi, Coro dei morti nello studio di Federico RuyschFederico Ruysch (l638-l73l), medico e anatomista olandese, scoprí un metodo per preservare dalla putrefazione i cadaveri. La canzone che segue costituisce l’inizio del Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie: lo scienziato, sentendo i propri morti cantare, entra nello studio e comincia a interrogarli. Il canto si apre con l’affermazione della certezza e della naturalità della morte e con la descrizione della condizione degli uomini dopo la morte. Il discorso è in forma impersonale e potrebbe essere pronunciato da qualunque mortale. Poi, improvvisa, la rivelazione: sono i morti a parlare (“Vivemmo”). Quella di “far parlare i morti” non è certo una invenzione di Leopardi (si pensi solamente a Dante), ma qui è originale il rapporto che è proposto fra morte e vita: non c’è rimpianto per la vita che non è piú e di essa non si ha che un pallidissimo ricordo; la vita è per i morti ciò che la morte è per i vivi: “cosa arcana e stupenda”. In questo rovesciamento i morti “rifuggono” la vita come i vivi la morte. Non si tratta di un rovesciamento simmetrico, come quello delle immagini speculari, ma piuttosto come quello fra negativo e stampa nella fotografia: il nero al posto del bianco, il pieno al posto del vuoto. La vita e la morte sono entrambe reali, ma inconciliabili. Il realismo leopardiano attribuisce un vantaggio alla morte: rispetto alla vita essa è “certa”. Ma non si pensi – conclude Leopardi per bocca delle mummie – che la morte sia il raggiungimento di qualche felicità: l’“esser beato” è negato, in ugual misura, ai vivi e ai morti.
G. Leopardi, Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie (l824)
1 Sola nel mondo eterna, a cui si volve 2 Ogni creata cosa, 3 In te, morte, si posa 4 Nostra ignuda natura; 5 Lieta no, ma sicura 6 Dall’antico dolor. Profonda notte 7 Nella confusa mente 8 Il pensier grave oscura; 9 Alla speme, al desio, l’arido spirto 10 Lena mancar si sente: 11 Cosí d’affanno e di temenza è sciolto, 12 E l’età vote e lente 13 Senza tedio consuma. 14 Vivemmo: e qual di paurosa larva, 15 E di sudato sogno, 16 A lattante fanciullo erra nell’alma 17 Confusa ricordanza: 18 Tal memoria n’avanza 19 Del viver nostro: ma da tema è lunge 20 Il rimembrar. Che fummo? 21 Che fu quel punto acerbo 22 Che di vita ebbe nome? 23 Cosa arcana e stupenda 24 Oggi è la vita al pensier nostro, e tale 25 Qual de’ vivi al pensiero 26 L’ignota morte appar. Come da morte 27 Vivendo rifuggia, cosí rifugge 28 Dalla fiamma vitale 29 Nostra ignuda natura 30 Lieta no ma sicura; 31 Però ch’esser beato 32 Nega ai mortali e nega a’ morti il fato.
(G. Leopardi, Tutte le opere, Sansoni, Firenze, l9885, vol. I, pag. l34)
10月7日 Da "La natura e l'Islandese"Natura. Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l'intenzione a tutt'altro che alla felicità degli uomini o all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n'avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.
Islandese. Ponghiamo caso che uno m'invitasse spontaneamente a una sua villa, con grande instanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d'intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da' suoi figliuoli e dall'altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de' tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di non invitarmici. Ma poiché spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l'avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t'ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non poteva sconsentirlo né ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l'abitarvi non mi noccia? E questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura. ![]() Natura. Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest'universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all'altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l'una o l'altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento. Islandese. Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i filosofi. Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge, non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono? Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall'inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell'Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l'Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui diseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa. 7月26日 Storia del genere umano. 1
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