Giacomo 的个人资料Il giardino di Giacomo L...照片日志列表更多 工具 帮助

日志


3月31日

Camus e Leopardi

Albert Camus   Albert Camus Claudio Articolo del Prof. Francesco Lamendola per Esonet.org (http://www.esonet.org). Fonte Arianna Editrice
11月18日

Una bella notizia

È in corso di pubblicazione un inedito di Binni del 1934, L’ultimo periodo della lirica leopardiana. Il volume è pubblicato dalle Edizioni del Fondo Walter Binni in coedizione con Morlacchi editore di Perugia. A cura di Chiara Biagioli, premessa di Enrico Ghidetti, presenta il testo inedito della tesina universitaria del 1934 che Binni, allora allievo di Attilio Momigliano alla Scuola Normale Superiore di Pisa, ha sempre indicato come nucleo di origine della Nuova poetica leopardiana del 1947.

11月16日

Un libro

Presentato il nuovo libro di Raffaele Urraro. Sotto la lente dell’autore la vita sentimentale e il rapporto che il grande Giacomo Leopardi aveva con le donne.

Mancava forse nel già vasto panorama degli studi e degli scritti su uno dei nostri più grandi poeti, Giacomo Leopardi, un aspetto peculiare della sua vita sentimentale e del rapporto con le donne da lui conosciute e in qualche modo frequentate. Questo aspetto è stato magistralmente descritto, commentato e valutato da Raffaele Urraro nel suo ultimo libro "Giacomo Leopardi, le donne, gli amori", edito dalla nota Casa Editrice Leo S. Olschki di Firenze e presentato per la prima volta (ieri, 15 novembre 2008, ndr), nell’auditorium dell’Istituto Alberghiero Luigi de’ Medici di Ottaviano.
Si tratta di un libro corposo e intenso, che ha impegnato Urraro per molti anni in approfondite e dettagliate ricerche, soprattutto presso il Centro Nazionale Studi Leopardiani di Recanati, ma che si fa leggere con piacere grazie alla scrittura scorrevole e all’ottimo impianto espositivo dell’Autore. Il libro rappresenta certamente una novità in questo campo, perché, come ampiamente illustrato e sottolineato dai valenti relatori con una colta e fluida esposizione del tema trattato dall’Urraro, era importante rimarcare non tanto la storia terrena degli insuccessi amorosi di Leopardi, insuccessi generati purtroppo, come sappiamo, dal suo stato fisico deforme, ma quanto la storia spirituale, filosofica e poetica che, proprio grazie a queste frequentazioni femminili, hanno "ispirato" in lui opere e poesie di grandissimo valore letterario.
Nel libro sono descritti gli incontri, le donne e anche luoghi e situazioni, per cui ci viene offerto anche un interessante spaccato della vita sociale dell’epoca. Un libro interessante e piacevole, da leggersi come un romanzo, e che non deve assolutamente mancare nelle nostre librerie e nelle biblioteche.
Raffaele Urraro è laureato in lettere classiche presso l’Università Federico II di Napoli, è giornalista pubblicista, poeta e saggista. Oltre a numerose opere di poesia, ha realizzato in collaborazione con Giuseppe Casillo, molte antologie di classici latini e una storia della letteratura italiana in 3 volumi. I relatori: Giuseppe Casillo, scrittore; Marcello Carlino, docente di letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università "La Sapienza" di Roma; Ruggero Guarini, scrittore, redattore del Corriere del Mezzogiorno; Alessandro Carandente, poeta e scrittore, direttore della rivista di letteratura e arte "Secondo Tempo".
Ha concluso lo stesso Raffaele Urraro, salutando e ringraziando i convenuti, e illustrando ulteriori interessanti passaggi del suo libro.
Numeroso e attento il pubblico in sala, tra cui molti amici e conoscenti dell’Autore, poeti e scrittori napoletani e dell’area vesuviana.

Autore: Giuseppe Vetromile

11月13日

Lo Zibaldone nel mondo

12/11/2008
RECANATI: Il CNSL a Zurigo per promuovere 'Leopardi nel mondo'
Tradurre lo Zibaldone di Leopardi nelle lingue più conosciute e parlate in Europa: è questo l'ambizioso obiettivo del progetto 'Leopardi nel mondo'.

Una delegazione del 'Centro Nazionale Studi Leopardiani' (CNSL) infatti, è da poco rientrata in Italia dopo il convegno organizzato a Zurigo da Tatiana Crivelli, titolare della cattedra di Letteratura Italiana dell'Università svizzera, e dall''Istituto Italiano di Cultura'. Convegno che ha aperto nuove e importanti prospettive nei rapporti del CNSL con le istituzioni culturali europee.
In particolare si è discusso del potenziamento e arricchimento delle relazioni internazionali, mediante le quali dar seguito e rinnovato vigore al progetto che l'ex presidente del CNSL, Franco Foschi, aveva coltivato con passione e lungimiranza durante i venti anni del suo incarico.
L'obiettivo è quello di affiancare alla traduzione integrale e commentata dello Zibaldone in inglese, a cura del 'Leopardi Centre' di Birmingham, e a quella in lingua francese e spagnola promossa dalla Cattedra di Letteratura Italiana di Barcellona, quella in tedesco, per raggiungere la meta di uno Zibaldone europeo, ossia leggibile nelle principali lingue europee e fruibile anche con i mezzi informatici.
Ulteriori informazioni sul sito del CNSL

10月30日

Un'intervista

Il rapporto tra la Bibbia e Leopardi in un'intervista a Loretta Marcon
Dall'alto dell'ermo colle
con gli occhi di Qoèlet


Giovanni Casoli
Loretta Marcon è una mite signora padovana che non si fa fermare da nessun ostacolo culturale. Gli ostacoli culturali in Italia sono i farraginosi e clientelistici sistemi universitari e le "grandi" macchine editoriali e massmediatiche con annessi premi letterari, che, salvo rare eccezioni, sono barzellette che non fanno ridere. Lei, Loretta Marcon, senza paracadute editoriali e amicizie universitarie è diventata, con silenzioso lavoro e passione gratuita, una leopardista di tutto rilievo, condividendo oneri e onori con l'ottimo e ben noto editore Guida di Napoli. Da qui sono usciti due volumi Giobbe e Leopardi (2005) e più di recente un Qoèlet e Leopardi (2007) che, insieme ad un precedente saggio di chi scrive - Dio in Leopardi edito da Città Nuova nel 1985 - riempiono nella critica un posto lasciato spesso volutamente vuoto, o minimizzato, o distorto nonostante la dimensione religiosa di ogni parola leopardiana. E nonostante anche il fatto che Leopardi stesso abbia avvertito contemporanei e posteri dalle facili ideologie, che, invece di biasimarlo per il suo pessimismo - essi che conciliavano e conciliano bella vita e misticismo o simili - dovrebbero rispettare chi come lui "Giobbe e Salomon difende", come Leopardi afferma ne I nuovi credenti: Giobbe e Salomone, ovvero il sapiente doloroso e l'allora creduto autore dello straordinario Libro di Qoèlet.
Loretta Marcon - ci fossero oggi, in Italia, molti studiosi come lei, fuori dalle ideologie e dai poteri - ci guida dapprima alla somiglianza-differenza del genio recanatese con Giobbe: all'impossibilità per Leopardi di superare il vertiginoso scalino illuministico che scende all'autosufficienze della ragione divenuta, per contrazione e irrigidimento, mera raison; con quella soltanto un animo puro e nobile come quello del poeta del Canto notturno non poteva non approdare all'infinita spiaggia del dolore irredento e del, per citare un grande leopardiano contemporaneo come Carlo Emilio Gadda, "fulgurato acoscendere di una vita". E ci guida poi nell'ancor più intrigante somiglianza-differenza di Leopardi con il desolato Qoèlet. Chi grida a diciannove anni "Oh, infinita vanità del vero!" - così nello Zibaldone, anticipando di sessant'anni Nietzsche - ha un'immensa, inappagabile, evangelica nostalgia della verità non astratta e perciò morta, ma incarnata e perciò viva e "superviva" del Cristo, mai veramente conosciuto e anzi disconosciuto in casa Leopardi; così come il sapiente dell'Assemblea (Qahal) ha un infinito e inappagabile desiderio di senso e di valore, vissuto, biblicamente "gustato" in un afflitto nichilismo esistenziale che non esclude anzi postula la fede assoluta nel Dio di Israele. I due nichilisti appassionati, così diversi e affini, hanno sete inesausta di vita; Leopardi "odia la vita e te la fa amare", come perfettamente dice Francesco De Sanctis, Qoèlet predica il suo "hebel habalim (vanitas vanitatum)" riecheggiato nell'"infinita vanità del tutto" leopardiana: assimilazione e dissimilazione ad un tempo di motivi complementari profondissimi e perenni, da cui il lettore, per la mano di Loretta Marcon con la sua padronanza sicura e totale del testo e della critica, resta affascinato.
Perché ha incominciato a interessarsi di Leopardi e in particolare della sua dimensione religiosa, che in verità pervade tutta l'opera, ma che la gran parte della critica minimizza, nega o distorce?
La figura di Leopardi mi ha sempre affascinato e non solo per la sua sublime poesia. Il suo pensiero, che esamina e sfaccetta tutti gli aspetti della vita umana, è un qualcosa che mi ha attratto in un modo molto forte spingendomi verso una strada che si è rivelata, mano a mano, assai intricata e complessa. Forse una delle pagine leopardiane "colpevoli" di questa passione è stata, dopo l'Infinito e il Canto notturno di un pastore errante, quella famosa dello Zibaldone che descrive un giardino in "istato di souffrance". Mano a mano che procedevo nello studio e nella ricerca pensavo, con sempre maggior convinzione, che la tesi dominante della critica che, fin dal 1947, propugna l'ateismo e il materialismo assoluti di Leopardi, forse non era proprio corretta. Considerando tutta l'opera e la stessa vicenda esistenziale di Leopardi, mi sembrava di poter rilevare una religiosità profondissima, tanto che molte pagine bibliche mi tornavano alla mente.
Perché ha focalizzato la sua ricerca, ottimamente centrata e illuminante, sui rapporti tra Leopardi e Giobbe, Leopardi e Qoèlet?
Durante i primi anni dei miei studi leopardiani, incontravo spesso nei vari testi di critica che andavo leggendo, definizioni che riprendevano quella che lo stesso Carducci diede parlando di Leopardi: Il "Giobbe del pensiero italiano". Erano però definizioni che si fermavano lì, ad un livello superficiale, e non approfondivano davvero, in parallelo con il poema biblico, il rapporto tra l'uomo di Uz e l'uomo di Recanati. Allo stesso modo, anche Qoèlet è stato riconosciuto, forse ancor più che Giobbe, l'altro specchio di Leopardi sia dalla critica leopardiana sia dagli esegeti - ricordo, ad esempio, che il Ravasi pone il Recanatese tra i suoi "mille Qoèlet". Infine, lo stesso Leopardi si considerava il "difensore" di Giobbe e di colui che, all'epoca, era creduto l'autore di Qoèlet, Salomone.
Quali risultati, guardandosi indietro, pensa di aver raggiunto?
Rivedendo i miei primi scritti - La crisi della ragione moderna in Giacomo Leopardi; Vita ed Esistenza nello Zibaldone - riconosco quello che è stato un poco il filo conduttore in tutte le mie ricerche, appunto quello che mi è sempre apparso evidente nella trama che compone il pensiero di Leopardi: quello della sua religiosità. Non ho mai avuto la presunzione di pensare che il mio "volto" di Leopardi rispecchiasse ciò che egli fosse stato davvero; ho solo cercato, con umiltà, di ritrovare tutti quei frammenti e/o documenti trascurati dalla critica imperante poiché non combaciavano con l'immagine ormai consolidata di un Leopardi ateo.
Gli articoli sugli stessi argomenti con cui in questi anni ha corredato i saggi precedenti, quale funzione hanno avuto?
Amando Leopardi anzi, vivendo ogni giorno con lui attraverso le sue pagine, mi ha sempre interessato discutere, su quanto andavo valutando e riscoprendo, con tante persone che, come me, sentivano la medesima passione. Penso che quando si crede in qualcosa si desideri anche far parte altri di questa fede. Gli articoli sugli argomenti dei saggi, quindi, vorrebbero, per così dire, allargare l'interesse, divulgare - anche presso chi forse non legge abitualmente saggi - la figura e il pensiero di Leopardi, mostrando anche aspetti poco considerati dalla critica ufficiale.
Progetti per il futuro?
Tanti sono i progetti che vorrei portare avanti in campo leopardiano e soprattutto in direzione di quella religiosità e spiritualità in cui ho sempre creduto. Vorrei, ad esempio, riprendere il discorso sugli ultimi giorni di Leopardi, sulla sua morte cristiana - un documento che nessuno cita e nessuno va a consultare è appunto quello che riguarda i Sacramenti ricevuti dal poeta prima di spirare - e poi sui rapporti con l'ebraismo cui era interessato non solo Giacomo ma anche il padre Monaldo.
(©L'Osservatore Romano 20 dicembre 2007)
Trovo che questo articolo, oltre ad essere molto interessante, è illuminante. Sarebbe molto interessante discutere, con l'apporto di altri scritti di questo tipo, dell'ateismo del Leopardi, se veramente esso sia frutto del suo pensiero, o di una critica superficiale.

Marcus2007 non è connesso

9月30日

Timpanaro

Il pessimismo  « agonistico » di Leopardi

di Sebastiano Timpanaro.

Anche all’interno del classicismo illuminista italiano e della tradizione alfieriana – come nel più vasto ambito della cultura europea – il Leopardi occupa una posizione di punta. In lui giunge al massimo grado quella tensione tra

« Progressismo » e pessimismo che era implicita in gran parte del pensiero e della letteratura di cui egli si era nutrito. Già nei grandi illuministi francesi del Settecento, pur così fiduciosi nella possibilità di riformare la società e di rendere felice l’uomo, affiorano spunti di pessimismo non soltanto storico-sociale, ma anche «cosmico», relativo cioè al rapporto uom-natura e a certi dati immodificabili della condizione umana. La polemica contro la religione tradizionale, intrapresa con la profonda convinzione di contribuire non solo a un acquisto di verità ma anche di felicità, finiva per coinvolgere qualsiasi concezione provvidenzialistica, anche l’idea di una provvidenza immanente alla storia, di un progresso costante e necessario realizzato dall’umanità con le proprie forze. Gli argomenti usati per demolire la teodicèa si rivelavano efficaci anche contro la fiducia nella possibilità d’instaurare un regnum hominis. Il Poème sur le désastre de Lisbonne di Voltaire è l’esempio più celebre, ma tutt’altro che unico, di questo insorgere di motivi pessimistici all’interno dell’illuminismo; ed è noto che il Leopardi lo lesse e ne risentì l’influsso, specialmente per ciò che riguarda l’antinomia tra infelicità dei singoli e (presunta) felicità collettiva. Ancor più evidente è, come già abbiamo accennato, il pessimismo implicito nel titanismo alfieriano. E anche nel Giordani la fede nella felicità dell’umanità futura, liberata da pregiudizi e da oppressioni, si alternò a una visione desolata dell’uomo ineluttabilmente infelice.

Tuttavia né gli illuministi del Settecento, né Alfieri, né Giordani portarono a fondo la presa di coscienza di questo contrasto. Il Poème sur le désastre de Lisbonne si conclude con un ripiegamento fideistico che, se può essere in parte dettato da cautela o diplomatica o, corrisponde però sostanzialmente al deismo a cui Voltaire rimase fermo. Nell’ultimo Alfieri, anche per effetto dell’involuzione politica di fronte all’esperienza rivoluzionaria, il titanismo cede spesso a vaghe nostalgie religiosizzanti. Il Giordani non concede nulla allo spiritualismo e alla trascendenza, ma in lui prevale la tendenza a dimenticare, nella lotta per il progresso sociale e culturale dell’umanità, il fondo pessimistico della propria Weltanschauung: anzi egli indica esplicitamente al Leopardi l’impegno della lotta come l’unico mezzo per superare, pragmaticamente se non in linea teorica, il pessimismo.

Nel Leopardi ciò non accade. Nel suo pensiero le esigenze progressiste non sopraffanno mai il pessimismo; anzi, nell’ultima fase progressismo e pessimismo si esaltano e si potenziano entrambi, e l’originale tentativo di conciliazione tra i due termini, che egli compie, non significa in nessun modo vanificazione o attenuazione di uno dei due.

Le caratteristiche specifiche della posizione leopardiana appaiono più chiare se ripercorriamo, sia pure in modo necessariamente sommario, l’evoluzione che il rapporto pessimismo-progressismo subisce nel suo pensiero. Nel periodo che va, a un dipresso, dall’inizio della « conversione letteraria » fino alla grande crisi pessimistica della primavera del ‘19 – ma che per più aspetti si prolunga anche dopo quella crisi; fin verso il ‘22 – il Leopardi sembra orientarsi verso una missione di poeta civile quale lo auspicava il Giordani: poeta patriottico, classicista, tendenzialmente repubblicano- russoiano: di un patriottismo, quindi, per un verso più libresco, più legato al passato, più provinciale, per un altro più avanzato e democratico del patriottismo riformatore-cristiano dei romantici lombardi.

Il cosiddetto « pessimismo storico » di questa prima fase non è, a rigore, ancora pessimismo, cioè non si è ancora assolutizzato ed eretto a sistema. É piuttosto vivissima insofferenza dell’atmosfera stagnante dell’Italia e dell’Europa della Restaurazione, vagheggiamento di una società repubblicana, libera da superstizioni mortificanti e da ascetismo ma anche da eccessi di razionalismo e di raffinatezza, capace di vivere una vita intensa sotto l’impulso di energiche e magnanime illusioni. La propria infelicità individuale è considerata, almeno prevalentemente, dal Leopardi come un caso – limite dell’infelicità della società italiana del suo tempo, condannata all’inattività e alla noia (nella Canzone al Mai il motivo della noia ha una forte intonazione politica), fisicamente decaduta per colpa di un’educazione ascetica che tende a comprimere ogni impulso vitale. Recanati – e, in Recanati, casa Leopardi – e il luogo in cui i mali comuni a tutta l’Europa della Restaurazione si soffrono in modo particolarmente intenso e paradigmatico. Ancora nella lettera dedicatoria della Canzone al Mai (1820, ristampata con poche varianti nel ‘24) il Leopardi dà un’interpretazione politica del proprio atteggiamento pessimistico: « Ricordatevi – scrive al conte Leonardo Trissino – ch’ai disgraziati si conviene vestire a lutto, ed è forza che le nostre canzoni rassomiglino ai versi funebri. Diceva il Petrarca,ed io son un di quei che ‘1 pianger giova. Io non posso dir questo, perché il piangere non è inclinazione mia propria, ma necessità de’ tempi e volere della fortuna ».

Ma già in questa fase – e specialmente dalla primavera del ‘19 in poi – comincia a manifestarsi, in forma ancora sporadica, quello che con espressione poco felice è stato chiamato il pessimismo cosmico, cioè la tesi della radicale e insanabile infelicità dell’uomo. Alla concezione dì una Natura benefica, da cui gli uomini si sarebbero allontanati causando la propria infelicità, subentra talvolta la visione opposta, di una Natura matrigna che è essa la causa dell’infelicità umana. Questi accenni sono da ricercare non tanto nello Zibaldone, quanto in poesie o in abbozzi di poesie:

                                     « Natura

n’ha fatti a la sciagura

tutti quanti siam nati»

leggiamo nella canzone Per una donna inferma di malattia lunga e mortale (scritta nella primavera del ‘19 e poi non pubblicata); e poco sotto:

« E chi diritto guata,

nostra famiglia (cioè il genere umano) a la natura è gioco ».

E in un abbozzo di idillio Alla Natura:

«Sempre adorata mia solinga sponda

Deh perché agli occhi miei turi la vista

Dell’incantevole e magico effetto

Che Natura concede alle creature.

Alle creature si, ma non a tutte...

Ah a me madrigna, spietata madre!

Dimmi il perché di tal misura e peso.

Qual spregio mai ti feci, il perché dimmi?

Da l’alveo materno me traesti

Forse a scherno e ludibrio de’ mortali?

Mortal pur io, non a lor secondo,

Né meno pena tal. Benedicesti

Pure la terra di cui me plasmasti...

(...) Opra delle tue man son dunque io,

Né disdegnar me puoi, qual belva i nati ».

C’è alla fine di questo abbozzo, dopo una punta « Blasfema », un ripiegamento:

Tu ridesti forse della mia sorte.

Ridi pur, n’hai ben d’onde: oh gran prodezza!

9月26日

Un nuovo libro

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Cibi dimenticati e letti purtroppo soltanto da collezionisti bibliofili. Non tutti, infatti, sono a conoscenza della lista che si conserva alla Biblioteca Nazionale di Napoli insieme alle Carte del poeta; un ritaglio di carta avorio, lungo e sottile, dove la scrittura minuta e precisa, chiara ed elegante di Giacomo Leopardi si staglia netta, perdendosi nei toni dell'inchiostro bruno; un appunto, un promemoria, una traccia di un desiderio esaudito: quella lista racchiude infatti un elenco di 49 piatti realizzati con mano sapiente lì, a Napoli, dove Giacomo arriva nell'autunno del 1833 insieme all'amico Antonio Ranieri. Nel libro fotografie e atmosfere della Napoli del periodo leopardiano. Si propongono venti ricette a partire dalla lista leopardiana, seguendo l'ordine di una cucina ritmata dalla sequenza delle stagioni. 
9月24日

Leopardi ecologista?

leo e fiori (2) 100_5048 Leopardi ecologista? Ovvero l’interpretazione di Sofri avverso la lotta di classe.

Adriano Sofri, in un articolo su Panorama del 12 Luglio 1987, saluta Sebastiano Timpanaro come precursore di una interpretazione di Leopardi come padre degli ecologisti. Senza volerlo, il Timpanaro, nella sua lettura di Leopardi, inoltre, ha sferrato un colpo mortale al marxismo ed agli interpreti di Leopardi “socialisti o comunisti” come Binni e Leporini, in quanto mette in evidenza che il motivo principale dell’infelicità umana non è la disuguaglianza sociale, non la divisione dell’umanità in classi, quella degli sfruttati e quella degli sfruttatori, bensì la fragilità biologica dell’uomo, il suo destino di malattia, vecchiezza, morte, la fugacità e, più ancora, l’inesistenza del piacere, l’alternanza di dolore e noia in cui si consuma la vita dell’uomo. In questo quadro generale della condizione umana, dice ancora l’ex di Lotta Continua, ogni lotta politico-sociale risulta implicitamente o esplicitamente inutile, perché da quei mali di fondo nemmeno la società più perfetta e più giusta ci può salvare. Donde, nella Ginestra, l’appello alla confederazione di tutti gli uomini: il nemico numero uno è la Natura, contro di essa soltanto bisogna combattere. Ancor più sotto la minaccia della distruzione nucleare.

“Una posizione di rifiuto della lotta tra umani, fondata ragioni religiose e filosofiche, oggi trova il suo fondamento sull’emergenza storica maggiore della minaccia di distruzione atomica o ecologica”. Le ragioni delle lotte umane non sono scomparse, dice ancora Sofri, anzi spesso si inaspriscono (bontà sua…), ma passano progressivamente in secondo piano di fronte alla minaccia contro la sopravvivenza della Terra.

Timpanaro giudica totalmente irrealistico il discorso di Sofri.

Intanto, ci tiene a premettere di non essere affatto indifferente ai problemi posti dai Verdi sulla sostenibilità dell’attuale sfruttamento delle risorse naturali e sui pericoli derivanti dal nucleare. Non spetta certo alla sinistra far proprie certe facezie sul ritorno alle per coi bachi o andare a letto a lume di candela. Tuttavia, tra la prospettiva di una distruzione nucleare ed il lume di candela la scelta sembra naturale. E tuttavia la lotta verde non può portare con sé la rinuncia alla lotta di classe. Da chi sono provocati i danni ecologici? Forse dalla classe lavoratrice? No, afferma Timpanaro, gli umani che arrecano danno alla natura si chiamano fisici nucleari e chimici asserviti al Potere. L’inquinamento, dunque, non si sopprime, se non si sconfiggono le classi dominanti.

Sofri afferma poi che Leopardi entra di diritto nelle antologie verdi e che una nuova lettura “verde” del Leopardi offre stimoli notevoli. Ma di quale Leopardi, si chiede Timpanaro, parla Sofri? Una prima risposta crede di trovarla nel fatto che forse i verdi si riferiscano al primo Leopardi, rivalutando il primo concetto di Natura, come forza vergine e incorrotta, benefica all’uoimo, contrapposta alla Ragione e alla civiltà che hanno reso l’uomo infelice e insieme meschino, incapace di quella vitalità, di quelle magnanime illusioni che sole potevano dargli gioia o almeno fargli dimenticare la sua condizione oggettiva di infelicità.

Se questo fosse il Leopardi delle “antologie verdi”, l’amore dei Verdi non sarebbe del tutto assurdo, ma rimarrebbe confinato in un ambito assai ristretto, e incorrerebbe in gravi difficoltà. Intanto, i problemi specificatamente ecologici sono assenti anche dalla meditazione di questo primo leopardi, per la forte ragione che essi non si erano ancora presentati all’umanità, o si erano presentati in forme ridotte. Si, Leopardi immagina, nel Dialogo di un folletto, che gli uomini si siano tutti estinti “parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l’un l’altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell’ozio, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose; infine studiando di far contro la propria natura e di capitar male”. Nei primi abbozzi di quel dialogo (attorno al 1820) aveva accennato più esplicitamente alla “scienza” come causa dell’infelicità umana, all’indebolimento fisico causato dalla civiltà. Ma questa civiltà che ha indebolito l’uomo non è, non può essere l’inquinamento, ma la cerebralità e le sregolatezze.

Bisognerà anche ricordare che anche il primo Leopardi è un repubblicano,un democratico – egualitario: “la perfetta uguaglianza è la base necessaria della libertà (Z. 567); che della Rivoluzione francese critica alcuni aspetti razionalistici, ma in sostanza ritiene che essa abbia mitigato assai il pestifero egoismo e avvia ravvicinato la Francia alla Natura, restaurando le virtù antiche.

Sennonché il secondo concetto leopardiano di Natura (meccanismo inconscio di produzione – distruzione) ha ancora meno a che vedere con le idee dei verdi. Riprendiamo quel bellissimo pensiero di pagina 4175, che abbiamo sempre letto per la sua bellezza stilistica, badando forse poco al contrasto tra l’aspetto ridente del giardino e la sofferenza che ogni pianta, subisce, inevitabilmente, a prescindere dall’intervento dell’uomo. In effetti, il ciclo vitale si basa su un incessante e necessario divorare e tormentare, che gli ecologisti non possono abolire, devono addirittura proteggere. E la spietatezza della Natura colpisce in modo più grave l’uomo (l’essere vivente più infelice), ma non risparmia alcun essere vivente.

Anche a limitare il discorso agli uomini, una vittoria, anche totale, delle rivendicazioni ecologiche li salva da terribili mali aggiuntivi, e salva l’umanità nel suo insieme da un’estinzione precoce, non dall’infelicità inerente alla costituzione biologica e psichica dell’uomo, non dall’estinzione della specie e di ogni forma di vita sulla terra , sia pure dopo un tempo presumibilmente lungo.

Identificare, come fa Sofri, la lotta contro la Natura, della quale parla Leopardi nella Ginestra, con la lotta per salvare ciò che della Natura dev’essere salvato , a Timpanaro appare una mistificazione inaccettabile.

Poi, Timpanaro chiarisce la sua espressione marxismo – leopardismo. Nessun accostamento tra i due è possibile. La filosofia di Marx è accolta dal Timpanaro nella sua visione della società e degli obbiettivi di lotta politica e sociale, mentre per quanto riguarda il rapporto uomo Natura egli si ispira a Leopardi. Leopardi lo appassiona sopra tutto per ciò che non c’è in Marx, né in altri, cioè il materialismo pessimistico e adialettico, per la rigorosa negazione di qualsiasi antropocentrismo, per la rivendicazione dell’ateismo esteso a tutti, anche al volgo.

Per quanto riguarda l’uomo storico – sociale si segua Marx, per quanto riguarda l’uomo biologico si segua Leopardi.

 

(Giuseppe Pilumeli)

9月22日

Inediti

Recanati, studentessa beneventana scopre inediti giovanili sulla Bibbia di Giacomo Leopardi.

Carla Pagliarulo, 24 anni, che quest’anno si è laureata in Lettere moderne all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha fatto l’eccezionale scoperta durante le ricerche per la sua tesi di laurea.

"Torbida, e fosca tra l'atre caligini, che d'ogni intorno la cingono volvesi taciturna la notte. Un cupo orrore si stende per tutto, e le più dense, e oscure tenebre regnano d'ogni parte".
Così un inedito Giacomo Leopardi (1798-1837), poco più che ragazzino, commentava il Salmo 56 della Bibbia.
Durante le ricerche per una tesi di laurea, Carla Pagliarulo, nata a Benevento nel 1984, che ha studiato lettere moderne all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove si è laureata quest'anno, sotto la guida dei professori Giuseppe Frasso e Claudio Scarpati, ha rinvenuto nella Casa Leopardi di Recanati alcuni scritti inediti del più grande poeta italiano dell'Ottocento. Pagliarulo racconta questa sua scoperta, come rivela oggi il quotidiano ''Avvenire'', nella sua tesi di laurea "Prove di commento ad alcuni componimenti puerili di Giacomo Leopardi (1809-1810)".
La scoperta getta nuova luce sulla formazione giovanile del poeta dell'''Infinito'', perché gli scritti sconosciuti ora tornati alla luce si soffermano su motivi biblici e cristiani. Quelli ritrovati a Recanati sono composizioni risalenti all'infanzia e, più precisamente, alcune carte finora sconosciute apparentemente persino alla famiglia, raccolte in una cartella insieme alle riproduzioni fotografiche degli altri scritti puerili, già noti.
Il ritrovamento è avvenuto, per così dire, sotto l'imprevedibile regia del "caso" e la studiosa beneventana ha potuto consultare i documenti solo per poco tempo. Di norma non è in effetti ancora possibile prendere diretta visione dei manoscritti leopardiani di quei primi anni di attività creativa (1809-1811), eccezion fatta per qualche quaderno portato alla luce da Maria Corti negli anni Settanta, attualmente sotto vetro in una delle stanze visitabili della casa di Recanati. Le foto in questione sono state recentemente trasferite dal Centro Nazionale di Studi leopardiani alla Casa della famiglia Leopardi, forse a conoscenza di carte ancora inedite.

7月30日

Leopardi e Chopin

Massimo Mila, Breve Storia della Musica, einaudi Torino 1977. Pag. 231.
 
"E' questa straordinaria perfezione stilistica, questo dono di tutto tramutare in poesia, senz'ombra di residui prosastici, che dà senso al consueto paragone tra Chopin e Leopardi, più ancora che le analogie di contenuto umano, così dolente, pessimistico e sconfitto. Chè mentre il dolore leopardiano si amplia a risonanza cosmica, quello di Chopin rimane d'ordine strettamente personale - al più patriottico -  e la sua universalità la ripete unicamente dall'arte.";
 
ivi, pagg. 234 e 235.
 
"Opere come le ultime Mazurche, gli ultimi Notturni suggeriscono l'impressione che Chopin andasse evolvendo verso un'arte più complessa.......Non diversamente Leopardi terminava la sua produzione poetica nella Ginestra schiudendo - con quell'insolito senso di solidarietà umana contro la cieca natura - una finestra sopra un mondo nuovo, più virile, forse, dell'antico, comunque capace di padroneggiare e superare il dolore".
7月29日

Ancora Loretta Marcon

“MORTAL PROLE INFELICE” (v. 199 de “La Ginestra”)           

Riflessioni sull’antropologia e sull’etica leopardiane.

Ci ritroviamo, a distanza di quattro anni dal bicentenario, insieme al nostro Giacomo. Egli è ormai diventato un amico poiché abbiamo imparato a conoscerlo attraverso i diversi incontri. Ci sono, però, degli aspetti della sua personalità che, solo ultimamente, vengono posti a confronto con l’Opera e, di conseguenza, sono esaminati e discussi. Fino a poco fa, infatti, non venivano ritenuti di particolare rilievo e così si trascurava di studiare e approfondire i medesimi in corrispondenza con le liriche e le Operette Morali; allo stesso modo, certi passi dello Zibaldone, particolari che si trovano qua e là sparsi nell’Epistolario, nei Pensieri, e in altri Progetti letterari, non erano oggetto di particolare attenzione da parte dei leopardisti, (così come non lo erano episodi dell’infanzia e dell’adolescenza e prime esercitazioni poetiche).

Sono riflessioni che riguardano il quotidiano, il vissuto di ogni giorno, riflessioni personali sulla vita e sull’uomo che, senza avere la pretesa di toccare teoreticamente temi metafisici, fanno parte dell’esistenza di ognuno di noi.

Chi era veramente l’uomo Leopardi? Era veramente quel pessimista, frustrato, quasi paranoico, forse un po’ malato di testa che gli studenti recepiscono  sotto le spiegazioni dei docenti o attraverso certa manualistica un po’ datata?

Attenzione: sto parlando dell’uomo Leopardi, non del poeta di cui non è qui in discussione la grandezza!

Mi sono chiesta spesso come Giacomo guardasse alla vita altrui; con  superiorità (era nobile!), con desiderio di capire, con interesse, interesse che diventava fruttuoso per un pensiero successivo, o forse con umana invidia? Ma come, si obbietterà, Leopardi poteva invidiare qualcuno? Eppure è così, è una quieta invidia per quel piccolo fattivo mondo recanatese che si affaccendava e si affannava nel lavoro quotidiano; egli guarda “lo zappatore” che, fischiando, “riede alla sua parca mensa” pensando al riposo del giorno festivo, e al “legnaiuol, che veglia/ Nella chiusa bottega alla lucerna” (Il sabato del villaggio), alla “vecchierella” che siede sull’uscio di casa a filare. Invidia poiché queste umile persone appaiono, ai suoi occhi, fortunate perché non sono tormentate da quelle che chiama “occupazioni interiori”, da quei “martirii del pensiero” che è tipico del filosofo e dello studioso. Giacomo si affaccia a quella finestra che guarda la piazzetta e, dopo aver deposto la penna, guardando quell’umile mondo affaccendato, privo di titoli nobiliari e senza erudizione,  vorrebbe essere al suo posto, lui prigioniero del proprio rango e del proprio pensiero, poiché sa che “il modo di occupazione con la quale la vita si fa manco infelice che con alcun altro, si è quello che consiste nel provvedere ai propri bisogni” . Sono “i piccoli fini della giornata” che tengono lontana la noia, intesa in senso profondo, esistenziale, quello che Montale chiamava “male di vivere”. Ecco ai suoi occhi il valore del lavoro, della tradizione, della semplicità della vita.

Il quotidiano era dunque, anche per Leopardi, oggetto di riflessione. Egli non era chiuso in una torre d’avorio, luogo che noi, “comuni mortali” riserviamo nella nostra mente agli uomini illustri.

Anche noi osserviamo ciò che ci circonda, a volte esprimiamo giudizi, a volte scuotiamo la testa rassegnati, altre volte vorremmo che il mondo fosse diverso, la gente meno egoista, più amabile, più disposta alla compassione e alla comprensione, che qualcuno ci consolasse quando siamo rattristati, che capisse la nostra solitudine e il nostro bisogno di essere ascoltati.

Ho gettato sul tavolo della nostra riflessione qualche provocazione prima di tornare a casa Leopardi dove abbiamo lasciato l’adolescente Giacomo al suo tavolo di lavoro. Un grosso tomo un po’ polveroso aperto allo studio, il dito medio della mano destra un po’ sporco del nero inchiostro di cui è riempito il calamaio di porcellana che attende il bacio di una penna. Di quella penna alla quale dobbiamo la fortuna di poter sfogliare quelle “sudate carte” che sempre ci consolano e innalzano il nostro spirito.

Bello questo quadretto idilliaco che possiamo anche contestualizzare, dopo la nostra visita a palazzo Leopardi.

Ma questa è poesia; guardiamo un po’ alla prosa di quella coperta posata sulle ginocchia per ripararsi dal freddo, del cibo forse un po’ scarso, del bisogno di calore, del desiderio di essere stretto tra le braccia di qualcuno, di una carezza, del desiderio di essere riconosciuti per quello che si è, di essere capiti, di.., di…, di…

Quante cose servono all’uomo per vivere! Se vuole vivere e non solo esistere.

E’ questo il titolo della mia ricerca “Vita ed Esistenza nello Zibaldone di G.L.”. Titolo che richiama proprio la distinzione che Leopardi stesso fa nello Z. tra vita ed esistenza. Questa antitesi  compare per la prima volta nel 1821 quando egli si chiede: “La somma vera della vita dov’è maggiore? In quello stato dove ancorché gli uomini vivessero cent’anni l’uno, quella vita monotona e inattiva, sarebbe (com’è realmente) esistenza ma non vita, anzi nel fatto, un sinonimo di morte? ovvero in quello stato, dove l’esistenza ancorché più breve, tutta però sarebbe vera vita?” e poi continua nel 1823 fino al 1824, anno di composizione delle Operette Morali con sempre maggior accentuazione.

Così la vita, che prima era identificata con la natura (la natura ama la vita poiché essa stessa esiste e vive) viene, invece, a staccarsi dalla natura, quando questa mostrerà il suo vero volto, prima di madre indifferente e poi di matrigna. Così Leopardi dirà che la “natura non è vita, ma esistenza e a questa tende non a quella”. Questo perché la natura, secondo Leopardi, ora è cieca materia e, come tale, è completamente indifferente alla sorte dell’uomo al quale è donata solo l’esistenza e non la vera vita, la felicità.

In questo modo Giacomo perviene a identificare la vita con il bene e l’esistenza con il male ed è questa la contraddizione che lo tormenterà fino alla fine. Si può dire che il tragico, in Leopardi, non è tanto la negazione della vita (meglio non essere nati) quanto l’esclusione dalla vita, come a lui è successo.

Cos’è, infatti, la vita, per Giacomo?

E’ la capacità di concepire illusioni, “somiglianze d’infinito” meravigliose larve”, la capacità di sognare, la capacità di entusiasmo, di calda passione, di quello slancio che porta a compiere grandi azioni o anche solo a coltivare un alto ideale. Tutto questo richiede una accentuata sensibilità, anche se comporta un’altra faccia della medaglia e cioè: se la vita è concepita come un massimo di sensibilità, questo rende sì più viva la gioia, l’entusiasmo ma, d’altro lato, acutizza il dolore. Un’ambivalenza con la quale Giacomo si è scontrato fin dall’infanzia e che gli fa riconoscere come se allo sviluppo dell’immaginazione sia necessaria la felicità abituale o, almeno, momentanea, allo sviluppo del sentimento sia invece necessaria la sventura. Ed è al sentimento, inteso in chiave letteraria-romantica, che proviamo ora a riferirci, a quel sentimento che diviene attitudine a cogliere l’infinito in forma poetica. Ricordiamo anche l’aspetto che già Pascal delineava e cioè il sentimento inteso come facoltà conoscitiva; il sentire del cuore che si oppone alla conoscenza razionale o che almeno chiede di esserle vicino. Anche Leopardi, lo ricordiamo, auspicava un’unione di ragione calda e ragione fredda.

Vivere con slancio, con passione, con entusiasmo, vivere leopardianamente insomma, può però non bastare a coloro che possiedono una ricca vita interiore; l’uomo, si è detto, è come un filo teso tra la bestia e il divino e a quest’ultimo sempre tende. Ma l’uomo è creatura, non dio, e, come tale, deve fare i conti con un limite invalicabile.

Si può superare in qualche modo l’ostacolo, il limite, la siepe, il muro che ci impedisce di Vivere, di far sì che la nostra esistenza vada oltre il meramente fenomenico? Si può, con la forza della poesia. Solo ai poeti, creature privilegiate, questo è dato. Leopardi lo ha dimostrato; fonte che sgorga vita altissima è la sua poesia e quando diciamo poesia, il pensiero corre al vertice, all’Infinito. Lì egli ha oltrepassato quel limite che segna il nostro essere creature, la nostra conoscenza limitata al finito, a ciò che non ci potrà mai appagare; là egli ha assaporato “sovrumani silenzi” e “profondissima quiete”; là la ragione “facoltà più materiale che sussista in noi” viene sopraffatta dalle emozioni del cuore che per poco “non si spaura” per aver oltrepassato quel limite che gli era interdetto.

Ma questa esperienza è goduta solo dal poeta, e solo dal suo cuore, poiché la sua ragione, rimasta ferma sul limite, nulla ha potuto cogliere  di quell’oltre che, per un attimo, si è reso luminoso agli occhi del cuore del poeta. Poiché è grande poeta, di questo “viaggio” gli rimarranno le parole (sempre inadeguate ma per noi sublimi) per offrirci almeno una parvenza di quel suo contemplare.

E noi godiamo di quel riflesso, di quel canto universale che rappresenta il lamento dell’uomo-ragione confinato nel fenomenico, di quel canto che rappresenta una affermazione perenne di umano.

La base, lo sfondo di questo lavoro è allora l’antitesi vita/esistenza. All’interno dell’una e dell’altra ho cercato di esaminare le riflessioni leopardiane, così come emergono dalle pagine dello Zibaldone, che riguardano aspetti della vita - quali il sentimento e la vitalità, la compassione che è stata riconosciuta come condizione della più vera poesia di L. (è intesa come amore verso gli altri; le donne sono più portate ma superficiale, diretta verso poemi lacrimevoli e non efficace, poiché quella efficace è quella che ci “muove a sovvenire alle miserie altrui p. 61-62) e la consolazione, il divertissement leopardiano, la speranza (scintilla che non abbandona mai l’uomo nemmeno nel momento della più grande disperazione, poi p.72-73) – e dell’esistenza quali la noia, l’indifferenza (contrario della vitalità), l’impossibilità della perfezione (p. 117), il suicidio, la morte.

Dopo un primo capitolo introduttivo, dove riprendo il tema dell’educazione giovanile leopardiana, con particolare riguardo ai temi etici, i due capitoli centrali sono dunque dedicati ai concetti che prima ho detto.

Il capitolo che conclude la mia ricerca è rappresentato da una riflessione che si basa, oltre che sul “diario spirituale”, sui Pensieri e sull’Epistolario, e che riguarda il concetto dell’uomo in Leopardi, la sue idee intorno all’umiltà, la pazienza, l’ egoismo; il suo pensiero sull’amicizia, la sincerità ecc.. Piccole perle di saggezza, “un’arte del vivere” come lui stesso la chiamava, derivanti da una profonda osservazione dei diversi aspetti che emergono d’osservazione della vita che egli chiama prima “una commedia” (dove tutti gli uomini fanno la loro parte) e poi “prova di commedia” osservando come non ci siano più spettatori poiché tutti recitano “e le virtù e le buone qualità che si fingono, nessuno le ha, e nessuno le crede negli altri” .

Questi aspetti non sembrano per nulla insignificanti, quando si vuole tentare di comprendere la personalità di Leopardi che, lo ricordo, invitava a seguire un particolare metodo per conoscere e approfondire un argomento o un autore; egli invitava a considerare tutti gli aspetti di una questione, di cercare di vederli come dall’alto abbracciandoli con un solo sguardo, poiché il guardare solo ad una parte, come fanno le scienze esatte, impedisce di catturare il tutto rischiando di far perdere, ad es., la ricchezza, il profumo e la vita che ancora trasuda da un autore.

Mi sono perciò sforzata di seguire questo metodo scegliendo proprio certi aspetti che rimangono un po’ in ombra, nella convinzione che piccoli particolari, piccoli segnali qua e là sparsi nelle “sudate carte” leopardiane, possano fornire una visione diversa di questo grandissimo, ricordo prima di tutto, uomo, e poi poeta.

E così scopriamo che al centro dell’interesse del Nostro non è quella filosofia volta a studiare le problematiche della conoscenza ma, invece, l’indagine morale, l’etica; vista però non come teoresi, ovvero ricerca della soluzione di classici problemi morali quali ad es. normatività e responsabilità, eteronomia e autonomia ecc.. ma quell’etica che si può chiamare “critica della vita, che si rivolge all’uomo” e che risulta essere altamente umana e non lontana dalla morale evangelica e che si basa sulla compassione reciproca tra gli uomini accomunati dallo stesso destino.

Leopardi guarda all’uomo e mette in rilievo le sue debolezze, i suoi errori, la sua ridicola superbia e quell’egoismo che impedisce una forma di vita più umana. Da notare che egli non è animato da moralismo malevolo ma da amore verso i suoi simili. Al Giordani egli scriveva: “io non credo che i tristi vivano meglio di noi. Se la felicità vera si potesse conseguire in qualunque modo, la realtà delle cose non sarebbe così formidabile. Ma buoni e tristi nuotano affannosamente in questo mare di travagli, dove non trovi altro porto che quello de’ fantasmi e delle immaginazioni. E per questo capo mi pare che la condizione de’ buoni sia migliore di quella de’ cattivi, perché le grandi e splendide illusioni non appartengono a questa gente: sicché ristretti alla verità e alla nudità delle cose, che altro si deggiono aspettare se non tedio infinito ed eterno?”  (1820, p.148). vedi anche lettera a Paolina a p.58, nota 54.

Sottolineo che non era uno che “predicava bene e razzolava male”; era, infatti, un uomo semplice e di grande modestia, che non lodava mai se stesso e che aveva grande rispetto per coloro che leggevano le sue opere al punto da scrivere queste righe nella Prefazione alle Rime del Petrarca da lui “interpretate”: dovunque io non ho inteso, ho confessato espressamente di non intendere acciocché il lettore, non intendendo, non si credesse né più ignorante né meno acuto dell’interprete” e aggiungeva che il suo commento era fatto per tutti, anche per i bambini, le donne e gli stranieri. E questo anche se era consapevole del fatto che però “chi vuol vivere si deve scordare della modestia” perché “gli uomini sono come i cavalli. Per tenergli in dovere e farsi stimare bisogna sparlare bravare minacciare e far chiasso”. Mentre invece egli è convinto che “gli uomini grandi sono modesti perché si paragonano continuamente, non con gli altri, ma con quell’idea di perfetto che hanno dinnanzi allo spirito e considerano quanto sieno lontani dal conseguirla”.

Per concludere voglio sottolineare come il messaggio di Giacomo Leopardi si fondi sulla convinzione che sia l’amore, quell’amore che è “la vita e il principio vivificante della natura” la cifra che caratterizza la vita umana. Per questo egli auspica una rinascita della società che sia fondata su quella che ho chiamato “etica degli affetti”. E’ un messaggio che predica sì la fatica d vivere (come traspare dal concetto di esistenza) ma che mostra anche il coraggio e la forza di continuare il cammino con una “goccia d’illusione” e una “scintilla di speranza”.

Conferenza-lezione per l’Associazione “Progetto di formazione continua” – Padova 19.4.2002

7月18日

Un articolo di Loretta Marcon

LA PRIMA FORMAZIONE FILOSOFICA DEL GIOVANE LEOPARDI

PREMESSA

Molti sono i pregiudizi intorno alla figura di G. Leopardi e molte le etichette che gli sono state applicate, a volte troppo semplicisticamente anche da studiosi di fama. Questo ha determinato un ritratto che, molte volte, distorce la figura del poeta-filosofo, rendendo come sfocata la sua personalità, generando l'impressione che, invece di avvicinarsi a noi che lo studiamo, egli si allontani sempre più, diventando inafferrabile. Nonostante ciò, egli, con un sorriso melanconico ci invita a seguirlo nel suo mondo, nel suo cuore.

Negli studenti e nei nostri stessi ricordi, il poeta di Recanati è legato a poesie come Il Passero solitario e la Quiete dopo la tempesta. Fisicamente egli è colui che era "infelice perché brutto, gobbo" dell'adolescente "un po' troppo intelligente, perché a sette anni sapeva già il latino e il greco e studiava come un matto senza mai uscire di casa e per questo diventò gobbo e malaticcio" e che a causa dello studio nella biblioteca del padre "ebbe un decadimento fisico e, rendendosi conto del suo aspetto esteriore, acquistò elementi pessimistici".

Ma chi era Giacomo Leopardi?

Non deve stupire questa domanda. Nel caso di Leopardi, infatti, non si può parlare solo della sua poesia che pur rappresenta l'aspetto più importante e più conosciuto a livello universale (progetto Leopardi nel mondo), ma anche del suo pensiero Pensiero che è stato ed è oggetto di studi continui; Leopardi è stato così annoverato di volta in volta tra gli illuministi, i progressivi, gli stoici, i materialisti, gli atei ecc..

Noi pensiamo che, invece, si dovrebbe tenere conto che l'essere umano è un unicum irripetibile e l'amalgama di stimoli, suggestioni, elaborazioni intellettuali, altrettanto esclusivo ed originale; e questo tanto più nel caso del nostro poeta filosofo (usiamo questo termine per definire la sua poesia-pensante o pensiero-poetante come è stato definito dal Prete).

Leopardi, infatti, presenta innumerevoli sfaccettature che si rivelano progressivamente alla mente dello studioso ricercatore, ma che si illuminano di una luce particolare agli occhi della mente di chi lo ama, contraddizioni apparenti e non, che troviamo nello Zibaldone, immensa miniera e diario spirituale, luogo in cui, è stato detto,  Leopardi pensando di fare la filosofia della vita, in realtà faceva la filosofia "della propria vita" (Momigliano).

Per comprendere il Recanatese, io sono convinta, bisogna avvicinarsi in  umiltà e in purezza di cuore, in un intreccio di ragioni del cuore e ragioni della mente, di ragione calda e ragione fredda, perché nello studio di Giacomo Leopardi è necessario tenere conto dell'uomo tutto. Occorre un'"occhiata onnipontente" (come diceva Leopardi) che è quella del poeta non l'occhio dello scienziato. Egli, infatti, rifiutava una speculazione di tipo analitico e le ragioni del cuore assumono così un valore speculativo per arrivare alla certificazione del vero, ad una spiegazione del Reale alternativa a quella dell'intelletto.

Una seconda domanda si impone: Leopardi fu filosofo? Ovvero approntò n sistema di idee compiuto?

Egli è stato definito piuttosto "moralista" (Operette): non poteva, infatti, isolarsi nella pura speculazione. Se però intendiamo con "filosofo", l'uomo che pensa profondamente o, secondo la definizione del Guitton, filosofo cattolico, "una persona alla ricerca del Vero", egli fu veramente un grande filosofo.

INFANZIA, ADOLESCENZA E PRIMI STUDI FILOSOFICI

Perché è importante parlare del primo periodo della vita di Leopardi, della sua "preistoria"? La psicologia ci insegna come siano fondamentali le basi che vengono poste nell'età infantile e adolescenziale in un essere umano; infatti sopra di esse poggerà il pensiero adulto. A mio parere è essenziale studiare a fondo questo periodo così come è essenziale studiare la biografia in collegamento con l'opera per comprendere appieno l'autore; così come ha detto il Gioanola, Leopardi non sarebbe stato Leopardi se fosse vissuto in una situazione completamente differente da quella che invece fu la sua. Forse anche per la sua personale cognizione del dolore egli seppe guardare più a fondo degli altri nella realtà che lo circondava. Ma né le sofferenze fisiche, né quelle spirituali sono la spiegazione ultima o la causa prima delle convinzioni di Leopardi (che si ribellava, in una lettera al De Sinner nel '32, contro chi voleva spiegarsi il suo pessimismo totale), ma le une e le altre hanno parte determinante nella sua storia, e non possono essere minimizzate, né enfatizzate, ma solo continuamente considerate nell'intreccio e anzi nella confluenza di tutti gli elementi intellettuali e affettivi dell'intera poetica e filosofia leopardiana.

Fino a pochi anni fa, dunque, la formazione filosofica del giovane Leopardi non era stata considerata importante e quindi non veniva adeguatamente studiata, probabilmente perché si trattava di studi che preparavano alla carriera ecclesiastica alla quale la famiglia l'aveva destinato (portò la veste scura e la tonsura dal 1810 al 1819) ; invece questo periodo è da valutare seriamente, parliamo soprattutto degli anni che vanno dal 1810-12, biennio che conclude anche l'insegnamento che il precettore, il buon Don Sanchini gli aveva impartito,  perché "non aveva più altro da insegnargli".

Il 29.6.1798 nasce Giacomo Taldegardo Francesco Saverio Pietro a Recanati, nel quartiere di Monte Morello, primogenito di Adelaide Antici e di Monaldo, giovanissimi genitori poco più che ventenni. Un anno dopo nasce Carlo, carissimo sempre a Giacomo e suo confidente e successivamente Paolina dotata di delicata sensibilità e carissima al Poeta. Altri figli verranno, alcuni nasceranno morti, poi Luigi che morirà poco più che ventenne e Pierfrancesco che diverrà l'erede.

I tre maggiori ragazzi Leopardi vengono affidati prima ad un gesuita, padre Torres, che già era stato precettore di Monaldo e ne era divenuto amico, stabilendosi a palazzo e poi a Don Sanchini, prete romagnolo che proseguì sulla linea educativa del predecessore.

Durante questi anni, Giacomo e i fratelli, alternano ai giochi e alla ginnastica in giardino, gli studi severi al tavolino della biblioteca, tavolino che viene ricoperto con una copertina di lana per mitigare il freddo. Questo non impedisce gli scherzi tra i ragazzi. Esistono certi bigliettini scherzosi inviati da Giacomo alla sorella alle prese con la grammatica latina o allo stesso prete con tanto d'indirizzo: tavolino. Nei giochi e nelle finte battaglie che i ragazzi facevano in giardino, Giacomo si metteva sempre primo e nelle carriole trasformate in carri romani era lui che saliva e gli altri erano trasformati in schiavi. Oppure giocavano agli altarini e Paolina veniva chiamata Don Paolo perché portava i capelli corti e una stretta veste scura che la faceva somigliare ad un abate. 

Qualche cenno sulla biblioteca Leopardi.

La biblioteca è ricca di oltre ventimila volumi, al tempo di Giacomo dodicimila. Essenzialmente storica viene aperta, come si legge su uno degli ingressi, ai familiari, agli amici e a tutti concittadini con rara liberalità di Monaldo. Questi aveva iniziato giovanissimo a raccogliere libri alla rinfusa seguendo un criterio quantitativo; successivamente acquistò molti libri che provenivano da biblioteche dei conventi soppressi (siamo in epoca napoleonica) e altri che venivano portati alla fiera di Senigallia dalle navi che provenivano dalla Grecia e da Venezia. L'editoria veneta è infatti fiorentissima e innumerevoli sono i volumi che andranno a rifornire gli scaffali della biblioteca. Questa si compone di quattro sale ed è articolata in diverse sezioni a seconda delle materie ma si nota la prevalenza di testi sacri.

In questa biblioteca, dunque, Giacomo studia e si forma. Studia così intensamente che durante il periodo dello sviluppo, in lui assai precoce, il suo fisico si rovina irrimediabilmente, senza che il padre orgoglioso dei risultati del primogenito e la madre, essenzialmente occupata a risanare le finanze di casa, si accorgano del suo mutare fisico.

Lasciamo per un momento il nostro Giacomo, facendo una digressione che ci dia una idea del panorama culturale e filosofico di quegli anni.

La cultura egemone del settecento in Europa era quella illuministica che proveniva dalla Francia.

Non è certo il caso di dilungarci troppo intorno a questa filosofia perché ciò richiederebbe troppo tempo e ci porterebbe lontano. Ci limiteremo perciò a qualche cenno.

L'Illuminismo, come disse Kant, è "l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro... Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! E' questo il motto dell'Illuminismo".  L'Illuminismo è una filosofia ottimistica che si impegna e lavora per il progresso; alla base di questo progresso gli illuministi pongono l'uso critico e costruttivo della ragione. E', questa, una ragione controllata dall'esperienza che non si preclude nessun campo d'indagine: è la ragione che riguarda la natura e simultaneamente l'uomo. Tutto viene discusso e analizzato alla luce di questa ragione

Risultato dell'applicazione di questa Ragione, alla quale tutto deve essere sottoposto, è l'attacco a tutte le superstizioni delle religioni positive che gli illuministi irrisero con sprezzante sarcasmo. All'interno di questa filosofia si sviluppa un filone ateo e materialista, ma anche il deismo che è religione naturale e razionale (solo quello che la ragione può ammettere): l'esistenza di Dio, la creazione e il governo del mondo e la vita futura nella quale vengono ripagati il bene e il male. Però ad un certo punto non viene più sottolineata la distinzione tra credenza in Dio e religioni positive e quindi vengono combattute entrambe come ostacolo al progresso della conoscenza e come strumento di oppressione. Si arriva così all'ateismo e al materialismo.

Gli esponenti del secolo dei lumi sono chiamati philosophes anche se non furono creatori di grandi sistemi teoretici, ma essi si ritennero maestri di saggezza e guida naturale della classe emergente: la borghesia; questa classe infatti è il soggetto del progresso.

L'impresa maggiormente rappresentativa della cultura e dello spirito francese è costituita dall'opera collettiva che è L'ENCICLOPEDIA o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri; tra i maggiori collaboratori spiccano i nomi di Voltaire, Diderot, d'Alembert, d'Holbach, Montesquieu, Rousseau. Scopo è quello di unificare tutte le conoscenze. A questo proposito ricordiamo che la biblioteca di Monaldo possedeva l'Encyclopédie Méthodique stampata a Padova dalla Stamperia del Seminario che riuscì ad ottenere il previlegio della pubblicazione in francese, mano a mano che usciva dalle stamperie parigine; era questa una nuova edizione dell'Enciclopedia di Diderot e d'Alembert con le voci ampliate di molto e raccolte per materie in altrettanti dizionari a  sé stanti, in modo da conferire alla trattazione una struttura più sistematica. Questa edizione venne purgata nelle parti più pericolose per la religione che riguardavano ovviamente la filosofia sensista e materialista ma anche arricchita di nuovi articoli come quelli che riguardavano la geografia dell'Italia.

Torniamo ora a Casa Leopardi ed esaminiamo qual'era la posizione di Monaldo Leopardi nei riguardi della cultura corrente:

Egli è un nobile colto e di idee reazionarie con una ferrea religiosità ma questa però non contiene alcuna superstizione, tanto che egli rifiuta, ad es., di accettare i miracoli se non sono giudicati tali dalla Chiesa; quindi egli imposta l'educazione dei figli sulla base di una dominanza della razionalità contro ogni insorgenza emotivo-istintuale.

La madre Adelaide invece porta al limite estremo questo sistema di ragione-religione, arrivando ad una forma di "barbarie" che Giacomo delinea in una pagina celebre dello Zibaldone (353-56) che merita di essere letta per comprendere l'infanzia di Giacomo:

"Io ho conosciuto intimamente una madre di famiglia che non era punto superstiziosa, ma saldissima ed esattissima nella credenza cristiana, e negli esercizi della religione. Questa non solamente non compiangeva quei genitori che perdevano i loro figli bambini, ma gl'invidiava intimamente e sinceramente, perché questi eran volati al paradiso senza pericoli, e avean liberato i genitori dall'incomodo di mantenerli. Trovandosi più volte in pericolo di perdere i suoi figli nella stessa età, non pregava Dio che li facesse morire, perchè la religione non lo permette, ma gioiva cordialmente; e vedendo piangere o affligersi il marito, si rannicchiava in se stessa, e provava un vero e sensibile dispetto. Era esattissima negli uffizi che rendeva a quei poveri malati, ma nel fondo dell'anima desiderava che fossero inutili, ed arrivò a confessare che il solo timore che provava nell'interrogare o consultare i medici era di sentirne opinioni e ragguagli di miglioramento.... Considerava la bellezza come una vera disgrazia, e vedendo i suoi figli brutti e deformi, ne ringraziava Dio, non per eroismo, ma di tutta voglia..Questa donna aveva sortito dalla natura un carattere sensibilissimo, ed era stata ridotta così dalla sola religione. Ora questo che altro è se non barbarie?E tuttavia non è altro che calcolo matematico, e una conseguenza immediata e necessaria dei principii di religione esattamente considerati.... Ma la ragione è così barbara che dovunque ella occupa il primo posto, e diventa regola assoluta, da qualunque principio ella parta, e sopra qualunque base ella sia fondata, tutto diventa barbaro".

Si tratta dunque di un razionalismo che è l'altra faccia dello spiritualismo ossia la svalutazione di tutto ciò che in qualche modo ha a che vedere con il materiale e con il corporeo, di un atteggiamento che porterà i genitori ad educare i figli alla razionalizzazione per abituarli, fin dall'infanzia, a liberarsi dai terrori notturni e dalle paure per i fenomeni naturali "tuoni- fratellino morto da baciare"). Questo aspetto meriterebbe un discorso approfondito che in questa sede si può solo accennare (vedere Gioanola e Casoli).

Dunque della cultura cristiana, Leopardi recepiva il degenerato e l'antistorico e Dio era un dio muto, intransigente che non lasciava mai i cattivi senza castigo e imponeva pesanti rinunzie e sacrifici.

Ma torniamo al nostro Giacomo che abbiamo lasciato al tavolino della biblioteca paterna e immaginiamo di trovarci al suo fianco per sbirciare i testi da lui studiati e i suoi primi componimenti impegnativi. Per quanto riguarda il tema di cui ci stiamo occupando, diremo che, in questo periodo, il concetto di filosofia, in Giacomo è allineato a quello del padre e del precettore, ossia nella convinzione che la sana ragione conduce sempre ad accettare il cattolicesimo. I suoi componimenti sono ricopiati in ordine e con calligrafia curatissima in piccoli quaderni corredati di titolo e sono soprattutto componimenti riguardanti argomenti religiosi dove appunto la religione è presentata in modo tetro e minaccioso, e dove domina l'idea di colpa dell'uomo e della giustizia divina che punisce. Dio è presentato, non come Padre, ma come giudice fulminatore secondo l'idea di Dio che è più affine all'antico Testamento che al Nuovo; di Dio viene messa in primo piano la funzione sanzionatrice e punitrice. Molte volte il giovane Giacomo recitava discorsi sacri che componeva lui stesso, nella Congregazione dei Nobili di S. Vito; questi discorsi sono scritti con l'enfasi di un predicatore e dovettero procurare grandi elogi al giovanissimo autore.

Considerato il periodo storico-culturale, prima accennato, è evidente come il giovane Giacomo sia impegnato in una crociata contro gli errori della filosofia illuministica nella difesa della fede.

I testi usati per lo studio, che gli scaffali di Monaldo contenevano in gran quantità, sono testi di apologetica cattolica del tardo '700 scritti da dotti ecclesiastici che si erano trasformati in eruditi apologeti e attraverso i loro scritti combattevano le idee illuministiche.

Ma qual'era la caratteristica di queste opere?

La particolarità stava nel metodo usato dagli autori: un metodo per così dire "illuministico" che consisteva nell'incalzare l'avversario scendendo sullo stesso campo ossia usando argomentazioni dialettiche e razionali per smontare le tesi avversarie;  tale era ad es. il metodo di p. Valsecchi domenicano che insegnò a Padova e fu autore di opere come Dei fondamenti della religione e dei fonti dell'empietà  e La religion vincitrice, testi largamente usati dal Leopardi come vedremo. 

Questi testi erano densi di citazioni di illuministi famosi quali il Rousseau, il Voltaire, il Bayle, Locke e altri; soprattutto il padre Valsecchi riportava ampie citazioni dalle opere di questi filosofi allo scopo di meglio illustrare la sua confutazione.

E' dunque attraverso questa forma di conoscenza indiretta che il Leopardi giovinetto venne a conoscere  "l'empia filosofia del secolo decimottavo".

Il biennio 1811-12 è  dunque dedicato da Giacomo agli studi filosofici che dovevano prepararlo alla teologia. Ogni anno di studio si concludeva con la presentazione di un lavoro che illustrasse gli studi svolti; questi lavori sono Le Dissertazioni filosofiche ( in quel tempo la filosofia non era solo ciò che noi intendiamo oggi, ma comprendeva studi di fisica). In queste Dissertazioni, il giovane Leopardi cita molti filosofi del secolo decimottavo e le loro tesi, allo scopo di dimostrarne la falsità.

Le Dissertazioni mostrano un consapevole entusiasmo intellettuale e Leopardi si muove cautamente nei binari dell'educazione tradizionale ma, venendo a contatto con nomi prestigiosi e "pericolosi" dell'illuminismo, pur difendendo e polemizzando con il fervore dell'indottrinato, dimostra di essere attratto dalla novità delle loro posizioni.

Solo successivamente egli potrà leggere direttamente le opere dei filosofi che tanto lo attiravano, ma dovranno passare molti anni ancora.

Questa fase del pensiero leopardiano è dunque una fase di erudizione che rispecchia un modello illuministico di impronta razionalistica.

"IL SISTEMA" LEOPARDIANO

Gli anni 1817-19 sono gli anni della prima formazione del mondo leopardiano; quelli in cui lo spirito di Giacomo guarda con occhi nuovi la vita umana, la natura e se stesso. Tre sono i fatti importanti di questo periodo: l'amicizia con Pietro Giordani, il primo amore per la cugina Gertrude Cassi, l'inizio dello Zibaldone (1817- 1832).

1819 (Zib.145), sappiamo da Leopardi stesso, essere stato anno di profonda crisi che lo porta alla "conversione filosofica; è tormentato da una malattia che lo priva momentaneamente dell'uso della vista e non potendo dedicarsi alla lettura, egli inizia "a riflettere profondamente sopra le cose...a divenir filosofo di professione...a sentire l'infelicità certa del mondo in luogo di conoscerla, a diventare insomma filosofo tutto dedito alla ragione e al vero".

Perde progressivamente persino la facoltà di concepire qualche desiderio e non riesce a cogliere nemmeno la differenza tra la morte e la vita: egli della vita non sente nemmeno più il dolore che gli farebbe percepire di essere vivo.

Appare la noia e acquista la coscienza della vanità del tutto. Nei rari momenti in cui riesce ad attenuare la riflessione compone gli Idilli tra i quali ricordiamo L'Infinito. Compie un tentativo di fuga da casa, scrive al conte Broglio di Macerata per avere il passaporto e prepara per il padre e per il fratello due lettere. La fuga viene sventata.

Ma non sono il fallito tentativo di fuga, né la malinconia, né il male agli occhi, a determinare  il suo stato d'animo; la causa prima è il pensiero, quel terribile pensiero che da poeta, per sua stessa confessione, trasforma Leopardi in filosofo, o meglio, da immaginativo lo fece sentimentale.

Per crisi del 1819 si intende, allora, tutto il processo psicologico-morale e di pensiero che si svolse in quell'anno.

Una persona dotata di grande sensibilità possiede un tesoro che può dare gioie estatiche ma è anche arma a doppio taglio perché quando eccede dà  tormenti e angosce  e Leopardi appunto dotato di acuta sensibilità e fantasia soffre infinitamente.

Ora il "sistema" leopardiano prende forma e partendo dal nucleo centrale rappresentato dalla meditazione sulla felicità, si allarga in quelle particolari antitesi che sono solo di Leopardi. E non poteva essere altrimenti; la riflessione leopardiana non poteva partire se non dalla constatazione dell'impossibilità per l'uomo di essere felice.

Guardando alla sua vita, quali sono i dati evidenti, storici? Cosa gli "regalò" l'esistenza?

Certamente  non la salute e la vigoria fisica, non la bellezza e l'amore, non l'adolescenza spensierata, neppure il successo. Tutto questo fu riservato a colui che provava una " paura mortale della mediocrità", che voleva alzarsi e "farsi grande ed eterno coll'ingegno e collo studio".

Possiamo immaginare come Leopardi cosciente dell'altezza del suo pensiero, soffrisse nel vedersi rinchiuso in un corpo deforme. Nell' Ultimo Canto di Saffo, canzone con chiari accenti autobiografici, scritta nel 1822, periodo antecedente alle Operette Morali egli canta un'allegoria dell'infelicità umana, una protesta contro la natura avversa: "virtù non luce in disadorno ammanto" ossia la virtù non splende agli occhi degli uomini se è calata in un corpo deforme.

Ecco perché non si può prescindere dai dati antobiografici del pensatore quando si cerca di spiegare il suo pensiero. Esiste ad es. un amaro passo dello Zibaldone che afferma la convinzione che il male rientri nell'ordine stesso della natura (4510-11-1829) ma cosa succedeva in quel momento al nostro Giacomo?  Egli era tornato da Firenze a Recanati dove rimase per 18 mesi, periodo che lui stesso chiama "l'orrenda notte di Recanati" e che pure è illuminato da luci vivide di poesia (Le ricordanze, La quiete, Il sabato, Il Canto notturno); ecco spiegata l'amarezza della sua riflessione

Leopardi stesso invita a "sentire la verità, non solo ad intenderla", ad esserne quindi persuasi e per questo serve uno sguardo unitario che abbracci la globalità delle condizioni.

Il sistema filosofico di Leopardi non è certamente una costruzione concettuale dedotta da principi opportunamente assunti come è un sistema logico, non è il sistema filosofico di un Kant, non è sistema, ma così lo chiamiamo perché Leopardi stesso parla del suo "sistema".

Abbiamo detto che egli elabora le sue riflessioni sulla felicità (riflessione che ha in comune con l'Illuminismo) sulla base di dati concreti: la malattia, la vecchiezza, il dolore e la fugacità del piacere. La felicità era per lui il continuo anelito del cuore, anche se, appena ventunenne ebbe a dire: "voglio essere piuttosto infelice che piccolo". La felicità era da lui identificata con il piacere e probabilmente questa identificazione è una rivolta contro la sua educazione familiare e culturale.

Tralasciamo di approfondire questo punto che sarà trattato dal dott. Folin in un prossimo incontro, ci limitiamo perciò solo ad un breve cenno.

La teoria del piacere si fonda sul fatto stesso di esistere, perché l'esistente ama la propria esistenza più di ogni altra cosa: chi esiste non può amare la morte; dall'amor proprio deriva l'amore del piacere perché chi si ama è inclinato naturalmente a desiderare il bene che è tutt'uno con il piacere.

Gli animali, avendo meno amor di sé, possiedono un'esistenza più materiale e quindi sono meno infelici; chi possiede, come abbiamo visto prima, maggior sensibilità se da un lato ha accesso a maggiori gioie, dall'altro sente di più l'infelicità; così i giovani sono più infelici dei vecchi perché provano sentimenti più irruenti e quindi una più ardente sete di felicità.

Il desiderio di felicità è senza limiti e l'uomo perciò non può appagarsi di nessun piacere  perché desidera il piacere, non questo o quel piacere. Per questo il piacere non è vero piacere ma mancanza di dolore e l'assenza di piacere non è un semplice non godere ma un patire.

Allora se l'infinito che l'uomo brama non si raggiunge e il piacere è solo parziale e momentanea cessazione del dolore, in questo squallido e arido regno della Verità, esiste qualche consolazione che consenta all'uomo di proseguire l'esistenza nonostante il dolore e l'infelicità, qualcosa che gli consenta almeno un'apparenza di piacere dal momento che il piacere infinito e quindi l'unico vero non esiste?

Ecco che allora Leopardi ci dice che il piacere più solido di questa vita è il piacere vano delle illusioni, quelle illusioni create dall'immaginazione e offerte dalla Natura sono ciò che salva l'uomo dalla disperazione, sono "somiglianze d'infinito" "maravigliose larve", "fantasmi di sembianze eccellentissime".

C'è un tempo in cui l'immaginazione è regina della vita dell'uomo, un tempo in cui essa regna incontrastata: il tempo della fanciullezza, età della meraviglia e della felicità, età dominata dalla fantasia e dall'immaginazione.

Come nella vita dell'uomo c'è questa età, così nella storia del genere umano ci fu un tempo in cui gli uomini videro allietata la loro esistenza dalle illusioni che li spronavano a compiere grandi ed eroiche azioni; illusioni di Patria, Libertà, Virtù, Gloria che suscitavano un agire generoso impedendo all'uomo di scorgere i limiti dell'esistenza: la vecchiaia, la malattia, la morte, l'insignificante piccolo nostro mondo. Leopardi dice. "le grandi azioni ... non possono provenire se non da illusione".Viene affermata dunque la fondazione "invisibile" del visibile, della storia e del suo movimento.

Il mondo antico, l'aldiqua della ragione di cui Leopardi sentiva il fascino, è il tempo in cui i lacci della razionalità non avviluppavano ancora gli uomini rivelando loro il nulla, il "solido nulla".

Leopardi esalta la capacità di concepire illusioni come segno nell'uomo di una potenzialità di vita più alta che si contrappone all'esistenza assurda cui è destinato. Egli chiederà allora alla poesia di ridonargli, attraverso la rimembranza, le illusioni della giovinezza, quelle illusioni che si chiamano Speranza, Gloria, Amore.

Se in Foscolo il sistema delle illusioni è funzionale all'arte (la poesia è la voce delle illusioni, anzi la loro scoperta e la loro rivelazione) e alla vita civile in quanto la poesia fa vivere questi ideali nel mondo sottraendoli alla morte eternando nei secoli gli eroi che li hanno affermati, in Leopardi il sistema delle illusioni è radicale e legato alle necessità della vita.

Dunque la fine dell'antichità e del tempo del "bello" viene a coincidere con un eccesso di pensiero e di filosofia, inizio di una continua degenerazione.

Leopardi allora si  scaglierà contro l'odiata ragione, regno del vero, quindi del nulla perché la ragione "è dannosa, ella rende impotente colui che l'usa..., ella rende piccoli e vili e da nulla tutti gli oggetti sopra i quali essa si esercita, annulla il grande, il bello, e per così dir la stessa esistenza, è vera madre e cagione del nulla, e le cose tanto più impiccoliscono quanto ella cresce". Ancora: "la ragione è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola".

Ma cos'è questa ragione che Leopardi condanna all'inizio dello Zibaldone? Non è certamente la "ragione primitiva di cui si serve l'uomo nello stato naturale, e di cui partecipano gli altri animali, parimenti liberi, e perciò necessariamente capaci di conoscere. Questa l'ha posta nell'uomo la stessa natura, e nella natura non si trovano contraddizioni. Nemico della natura è quell'uso della ragione che non è naturale, quell'uso eccessivo ch'è proprio solamente dell'uomo, e dell'uomo corrotto: nemico della natura, perciò appunto che non è naturale, né proprio dell'uomo primitivo".

Leopardi dunque ammetterà una ragione che si mantenga entro limiti naturali, una disposizione a ragionare che è una qualità essenziale e naturale del vivente. Condanna invece la ragione illuministica che produce l'egoismo perché più si sa, più la volontà è incerta e l'azione si paralizza, la ragione che matematizza la realtà, la ragione come funzione che scompone cose e sentimenti.

Si inserisce qui la polemica leopardiana contro l'idea di progresso, che così com'è concepita dalla filosofia illuministica avrebbe dovuto portare alla completa felicità; Leopardi nega, non la scienza, ma invece la capacità di autocompimento dell'uomo, l'idea di "perfettibilità" sostenuta dalla filosofia; infatti "sostengono come indubitato che l'uomo è perfettibile. Vale a dire ch'egli può perfezionare se stesso, perfezionar l'opera della natura... Io dunque dico all'uomo il quale asserisce di essere perfettibile, e di potersi, anzi doversi perfezionare da se: perfeziona il tuo corpo... immagina un disegno più perfetto... L'uomo si mette a ridere, e confessa che non solo non c'è cosa più perfetta, ma ch'egli con lunghissimo studio, dal principio del mondo in poi, ancora non è arrivato a comprenderne interamente tutta la perfezione.... Or come dunque non potendo perfezionare il tuo corpo, anzi non potendo neppur comprendere tutta la misura della sua perfezione naturale, presumi di perfezionare una parte tanto più nobile, astrusa, e difficile, qual'è lo spirito? (1820-Z.371-3).  Prosegue due anni dopo (Z.2567-8): "l'uomo non è perfettibile, ma corrottibile...facilmente si guasta perché una macchina dilicata..è più facile a guastarsi che una rozza..Così l'uomo è più dilicato assai di tutti gli altri animali, si nella costruzione esterna, si nelle fibre intellettuali. E perciò egli è senza dubbio il più perfetto nella scala degli animali. Ma ciò non prova ch'egli sia più perfettibile; bensì più guastabile, appunto perché è più delicato".

Dunque l'idea che l'uomo possa raggiungere la perfezione e con essa la felicità è falsa e lo stesso uomo con il progredire della propria ragione ha determinato gli esatti confini delle cose e ha prodotto l'egoismo dissolvendo le illusioni che consentivano almeno una parvenza di felicità.

Si, il vero è "l'arido vero" che la natura aveva pietosamente velato agli occhi degli uomini donando loro quelle "somiglianze d'infinito" senza le quali "la nostra vita sarebbe la più misera e barbara". Questa è la verità che si rivela all'uomo sapiente, che allora scopre il vero volto del Reale, di quella natura che si rivela matrigna perché indifferente alle vicende degli uomini, piccoli punti sperduti nell'universo, quella natura che prosegue il suo andare meccanico senza curarsi di alcuno: non delle piante che soffrono, non degli animali inconsapevoli, non dell'uomo attonito e smarrito alla ricerca di senso, non dell'immensa souffrance di tutti gli esseri viventi.

Perciò nel 1824, anno in cui la filosofia appare a Leopardi come la maggior forma di conoscenza possibile, cambia il suo atteggiamento nei confronti della Natura  che diventa "persecutrice e nemica mortale di tutti gli individui", "donna gigantesca bella e terribile" che affascina e tradisce e che all'uomo che l'accusa di essere "carnefice della tua propria famiglia, de' tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere", essa risponde "immaginavi tu forse che il  mondo fosse fatto per causa vostra?". Spiegando poi all'uomo che interroga: "tu mostri non aver posto mente che la vita di quest'universo è un perpetuo ciclo di produzione e distruzione" (Dialogo della natura e di un islandese 1824).

Nel Canto notturno (1829) Leopardi si chiede e chiede. "perché nasce l'uomo a fatica ed è rischio di morte il nascimento".

La Natura non più "madre benignissima" ma "matrigna" che ha dato all'uomo quella ragione tanto odiata, quella ragione che porta a scoprire il vero.

E' del 1826 questo bellissimo pensiero che sembra un piccolo poema in prosa dominato da un senso sgomento del male e dell'universale felicità e dove Leopardi trasforma in Canto la sofferenza dell'Universo:

"Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili , più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, da dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro.... Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è triste e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere".

E' questo il rovesciamento del mito dell'Eden: entra la malinconia del paradiso, la tristezza è quella della stessa natura, non solo quella del poeta che osserva.

Fino all'ultimo si manterrà questo concetto di Natura mentre quello di Ragione sembra oscillare verso vistose modificazioni durante gli ultimi anni del soggiorno napoletano presso Ranieri (1833-37): c'è una parziale rivalutazione della ragione che ora appare a Leopardi come efficace strumento di conoscenza della precaria condizione degli uomini e, pur non conducendoli  alla felicità, li libera da false credenze e dalla superbia di chi si crede misura dell'universo.

E' questa una  nuova ragione che accoglie le ragioni dell'altra dimensione dell'uomo e rappresenterà il garante della dignità individuale ispirando la  dolorosa e partecipe consapevolezza di una necessaria solidarietà.

Nella Ginestra troviamo così una denuncia del non umano che continua a dominare la storia, una denuncia in cui Leopardi indica la strada: la solidarietà tra gli uomini che si deve ergere contro la "crudel possanza" della natura, una vita in cui i contrasti tra gli uomini siano secondari e quindi da mettersi a tacere di fronte all'esigenza di fare blocco compatto contro la natura.

E' questo un messaggio solenne lanciato all'umanità sofferente, affichè, attraverso la conoscenza e l'accettazione franca dell'amaro ma indiscutibile vero, essa trovi una sua dignità e un qualche riparo contro l'empia natura. 

Leopardi, solo come un gigante, "poeta pensante" che esprime l'universalità dei sentimenti umani, osa sollevare gli occhi mortali contro il destino comune, confessando il dolore della vita e auspicando contro di esso il solo rimedio che può alleviarlo: l'amore e la solidarietà tra gli uomini.

Vorrei concludere citando il De Sanctis ( 1817-1883) e quanto scrisse a proposito dell'effetto uguale e contrario che la filosofia leopardiana suscita in chi legge:

"Leopardi produce l'effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso, e te  lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l'amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. E non puoi accostartegli, che non cerchi innanzi di raccoglierti e purificarti, perché non abbi ad arrossire al suo cospetto. E' scettico, e ti fa credente; e mentre non crede possibile un avvenire men tristo per la patria comune, di desta in seno un vivo amore per quella e t'infiamma a nobili fatti. Ma ha così basso concetto dell'umanità; e la sua anima alta, gentile e pura l'onora e la nobilita.... e mentre chiama larva ed errore la vita, non sai come, ti senti stringere più saldamente a tutto ciò che nella vita è nobile e grande".

TESTI

"Da bambino fu docilissimo, amabilissimo, ma sempre di una fantasia tanto calda apprensiva e vivace, che molte volte ebbi gravi timori di vederlo trascendere fuori di mente. Mentre aveva 3 o quattro anni si diedero qui le missioni; e i missionarii nei fervorini notturni erano accompagnati da alcuni confrati vestiti col sacco nero e col cappuccio sopra la testa. Li vidde e ne restò così spaventato che per più settimane non poteva dormire, e diceva sempre di temere i bruttacci. Noi tememmo allora molto per la sua salute, e per la sua mente". (dal Memoriale autografo di Monaldo Leopardi ad Antonio Ranieri, luglio 1837).

"Sensibilissimo è stato il mio dolore, e quello della madre, perdendo un Figlio che denotava salute e vigore, ed era di graziosissimo aspetto. Più grande è però la consolazione di aver assicurata la sua eterna sorte e di avere dato un Angelo al Paradiso [...] Prima che (il cadaverino) uscisse di casa ho voluto che i suoi Fratelli lo vedessero e lo baciassero, e Giacomo Taldegardo ne ha pianto dirottamente la perdita, quantunque in età di soli quattro anni e mezzo". (Nota del 1803 in occasione della morte di uno dei figli tratta dal Diario o Memorie di Monaldo Leopardi).

"Mio timor panico d'ogni sorta di scoppi, non solo pericolosi (come tuoni ecc..), ma senz'ombra di pericolo (come spari festivi ec..); timore che stranamente e invincibilmente mi possedette non pur nella puerizia, ma nell'adolescenza, quando io era bene in grado di riflettere e di ragionare, e così faceva io infatti, ma indarno per liberarmi da quel timore, benché ogni ragione mi dimostrasse ch'egli era tutto irragionevole. Io non credeva che vi fosse pericolo, e sapeva che non v'era pericolo ne che temere; ma io temeva niente manco che se io avessi saputo e creduto e riflettuto il contrario. Non poté né la ragione né la riflessione liberarmi da quel timore irragionevolissimo, perch'esso m'era cagionato dalla natura" (Zib. 3518-19 del 25.9.1823).

"Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d'ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz'altro pensiero. So che sarò stimato pazzo, come so ancora che tutti gli uomini grandi hanno avuto questo nome. E perché la carriera di quasi ogni uomo di gran genio è cominciata dalla disperazione, perciò non mi sgomenta che la mia cominci così. Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e soffrire piuttosto che annoiarmi, tanto più che la noia, madre per me di mortifere malinconie, mi nuoce assai più che ogni disagio del corpo". (Dalla lettera al padre datata fine luglio 1819 in occasione della tentata fuga).

"I giovani assai comunemente credono rendersi amabili, fingendosi malinconici. E forse, quando è finta, la malinconia per breve spazio può piacere, massime alle donne. Ma vera, è fuggita da tutto il genere umano; e al lungo andare non piace e non è fortunata nel commercio degli uomini se non l'allegria: perché finalmente, contro a quello che si pensano i giovani, il mondo, e non ha il torto, ama non di piangere, ma di ridere". (Pensieri, n.XXXIV).

"E' curioso a vedere che quasi tutti gli uomini che vagliono molto, hanno le maniere semplici; e che quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco valore". (Pensieri, n. CX). 

"Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili , più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, da dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro.... Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è triste e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere". (Zib. 4175-6 del 19.4.1826).

http://www.lorettamarcon.it
6月20日

Un premio

I vincitori dell’XI edizione del Premio “Giacomo Leopardi” per tesi di laurea e di dottorato
Nei termini stabiliti dal bando sono pervenute 26 tesi, delle quali 18 di laurea specialistica o quadriennale e 8 di dottorato. Dopo aver esaminato tutti i lavori, la Commissione giudicatrice si è riunita in seduta deliberativa il 13 giugno 2008 e ha assegnato i seguenti premi:
Primo premio per tesi di laurea (euro 1.500)
MASSIMO NATALE (Università di Verona)
Il canto delle idee. Filosofi antichi di Leopardi tra «Pensiero dominante» e «Aspasia»
Secondi premi ex aequo per tesi di laurea (ciascuno di euro 750)
AURORA MARIA FIRTA (Università di Bucarest)
Il suono dei «Canti». L’immagine acustica nei «Canti» di Giacomo Leopardi
DAVIDE MARTIRANI (Università di Roma “La Sapienza”)
Leopardi e Michelstaedter. Un dialogo
ALESSANDRO OTTAVIANI (Università di Genova)
«Forse s’avess’io l’ale»: la questione delle bestie nel pensiero leopardiano
STEFANO VERSACE (Università di Milano)
Analogia, mente, esperienza nello «Zibaldone» di Leopardi
Premio “Fondazione Marino Piazzolla” per tesi di laurea (euro 800)
NICOLA FEO (Università di Pisa)
Nazione e società nel «Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani» di Giacomo Leopardi
Premio “Domenico Cardella-Città di San Severo” per tesi di dottorato (euro 800)
ANGELA BIANCHI (Università di Macerata)
Il percorso di un “Trattato sull’etimologia” nello «Zibaldone» di Giacomo Leopardi
I premi saranno consegnati il 29 giugno prossimo nell’ambito delle celebrazioni del CCX anniversario della nascita di Giacomo Leopardi, che si svolgeranno nell’Aula Magna del Comune di Recanati con inizio alle ore 18.
Il Vicepresidente
Anna Leopardi

6月10日

Il tedio leopardiano

Il tedio leopardiano - Le meditazioni sul concetto di noileopar31



 

La modernità del concetto di inettitudine ( come disadattamento al reale ed impotenza ) compare nelle tematiche leopardiane con l'emergere nell'umanità dell'elemento razionale. Si evidenzia cioè con il trionfo della ragione
" il male intrinseco all'essere  originario e permanente delle cose si profila... nella sua costernante evidenza  (emerge)  l'identità di progresso e decadenza, di  avanzamento e distruzione, di verità ed impotenza, di coscienza e nullità" ( M.A. Rigoni, La strage delle illusioni ).
In queste riflessioni si anticipa una delle più importanti acquisizioni della modernità che vive appunto nella costante polarità irrisolta di conoscenza ed errore, di coscienza ed impossibile illusione. Tutta la tensione romantica a cogliere l'infinito al di là del contingente,  riconduce "al più sublime dei sentimenti umani: la noia."

"Poco propriamente si dice che la noia è mal comune . Comune è l'essere disoccupato, o sfaccendato, per dir meglio; non annoiato. La noia non è se non di quelli in cui lo spirito è qualche cosa. Più può lo spirito in alcuno, più la noia è frequente, penosa e terribile. la massima parte degli uomini trova bastante occupazione in che che sia, e bastante diletto in qualunque occupazione insulsa; e quando è del tutto disoccupata, non prova perciò gran pena. Di qui nasce che gli uomini di sentimento sono sì poco intesi circa la noia, e fanno il volgo talvolta maravigliare talvolta ridere, quando parlano della medesima e se ne dolgono con quella gravità di parole, che si usa in proposito dei mali maggiori e più inevitabili della vita"
( LXVII Zibaldone, Leopardi )
" La  noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani . (......) Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena , né, per dir così dalla terra intera, considerare l'ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell'animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l'universo infinito, e sentire che l'animo ed il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d'insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e nobiltà, che si veggia nella natura umana. perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento e pochissimo o nulla agli altri animali ( LXVIII Zibaldone, Leopardi ) 

" Veramente per la noia non credo che si debba intendere altro che il desiderio puro della felicità (...)
Il qual desiderio non è mai soddisfatto; e il piacere propriamente non si trova. Sicché la vita umana è intessuta parte di dolore e parte di noia; dall'una delle quali passioni non ha riposo se non cadendo nell'altra" ( Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare, 1824, Leopardi )

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?
G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

Riflettendo su questi passi troviamo delineate  tutte le dinamiche cognitive ed affettive che guidano l'uomo moderno a definire l'orizzonte d'attesa circa la sua esistenza, al di là dei confini della necessità.
Il pessimismo leopardiano non è da intendersi come condizione puramente negativa del vivere ( rinuncia, rifiuto della vita, abbandono esangue, verifica di privazione, disperazione...), quanto  invece come lucida tensione dell'animo alla ricerca del senso dell'esistere.
Si contrappone in Leopardi il desiderio ( infinito ) di vita  alla  costante sua preclusione, la ricerca del piacere all'impossibile fuga dal dolore. E questa condizione si alterna al più sublime dei sentimenti umani: la noia, che non può definirsi altrimenti se non come inesausta e privilegiata ricerca dell'essere razionale.
A distinguere la meditazione leopardiana dagli altri esiti romantici  c'è l'insistenza ragionativa, la tenacia nel perseguire i percorsi della demistificazione, la sostanziale assenza di tragicità nelle rappresentazioni del dramma umano. Leopardi preferisce  l'ironia amara del non senso della vita ( Operette morali ) alla scelta troppo vile del suicidio  ( Dialogo di Plotino e Porfirio ), la dignitosa accettazione del destino della ginestra alle facili fiducie dell'Illuminismo e della religiosità cattolica.
L'inettitudine dell'uomo leopardiano ad aprire un vero  un dialogo con la natura si gioca sempre e comunque sull'autocontrollo della ragione e prefigura - tra l'altro - la poetica montaliana, che tradurrà in versi, con simbologie pregnanti, gli stessi interrogativi del poeta recanatese.

6月5日

Lo Zibaldone

GIACOMO LEOPARDI? FACCIAMOLO A PEZZI

Repubblica — 25 settembre 1997   pagina 36   sezione: CULTURA

Due edizioni in un anno, a distanza di alcuni mesi l' una dall' altra, sono un ragguardevole primato per lo Zibaldone di Giacomo Leopardi. Opera smisurata, nel senso bello della parola, debordante e fluttuante scartafaccio, ha avuto nel febbraio scorso l' incoronazione di un Meridiano Mondadori (a cura di Rolando Damiani) ed esce ora in una versione del tutto nuova, che dovrebbe consentire una lettura più "saggistica". E, forse, più agevole, come se improvvisamente in un bosco fitto e scuro, attraente ma dall' aspetto informe, si rinvenisse la traccia di un sentiero, con tante indicazioni e segnavia: si guadagna tempo ad uscire dalla macchia, ma non è certo che si goda tutto l' ossigeno che sprigionano le piante.Oggi a Recanati, ospite del Centro studi leopardiani, l' editore Donzelli presenta il primo di sei volumi di un' edizione tematica dello Zibaldone, curata da Fabiana Cacciapuoti e con la prefazione di Antonio Prete (si intitola Trattato delle passioni, pagg. 220, lire 35.000). Cacciapuoti è archivista alla Biblioteca nazionale di Napoli, dove sono conservati i sei quaderni manoscritti dello Zibaldone che alla fine del secolo scorso vennero strappati, dopo una guerra legale, a due donnette analfabete che avevano servito in casa di Antonio Ranieri (in quella casa Leopardi visse gli ultimi anni della sua vita e morì nel giugno del 1837). L' edizione è fissata su indici, schedari e soprattutto su "polizzine" che lo stesso Leopardi approntò, indici, schedari e "polizzine" già pubblicati e finora utilizzati dai lettori più curiosi e dagli studiosi che volevano rintracciare i percorsi dello Zibaldone, ma che ora diventano la guida per raggruppare gli argomenti che nel testo sono sparpagliati in mille frammenti. E' un' operazione filologicamente ineccepibile, rispettosa del labirinto intellettuale che lo Zibaldone contiene come uno scrigno? Non si rischia di perdere la trama di rimandi agli altri testi che Leopardi compone contemporaneamente alle note dello scartafaccio? Fra i leopardisti la discussione è aperta. Lo Zibaldone viene iniziato da Leopardi nel 1817. Il giovane contino ha diciannove anni, ma già una strabiliante mole di studi filologici, conosce il greco e l' ebraico, compone opere d' erudizione in latino. Nella primavera entra in contatto conPietro Giordani, critico letterario di peso nell' Italia di allora, e inizia con lui un carteggio fra i più belli dell' Ottocento. Giordani gli apre un mondo e Giacomo, pur senza demolire direttamente il modello del "letterato cristiano" che il padre Monaldo e la piccola Recanati gli hanno posto di fronte, mette a confronto continuamente le sue convinzioni culturali con una realtà che le smentisce. Per la prima volta si sente parte di un ambiente intellettuale dove circolano idee del tutto opposte a quelle di cui si è cibato. Da quel momento inizia l' abbandono della fede cristiana e, contemporaneamente, dei valori di una società di ancien régime. Il 1817 si chiude per Leopardi con un altro evento, tutto privato. Poco prima di Natale conosce Gertrude Cassi Lazzari, cugina del padre, più grande di lui di otto anni. E se ne innamora, "d' un affetto veramente puro", sente nel cuore "un doloroso piacere", "il più vero e sodo bene ch' io ora possa cercare". Lo Zibaldone prende l' avvio fra luglio e agosto. Leopardi non vuole disperdere le conoscenze che accumula e assume l' abitudine di annotare le sue riflessioni, ferma sulla pagina divagazioni letterarie, le affianca ad appunti critici, a note di materia filosofica e filologica. Non gli è chiaro quale destinazione debbano avere quegli scritti, che intanto crescono, imboccano direzioni diverse, circolano su se stessi. Intorno al 1820 comincia a datare quei fogli, poi, qualche anno dopo, avverte la necessità di costruirsi una bussola per penetrare in quel mare di pensieri senza perdere l' orientamento.Piano piano annota su una scheda l' essenza di quel che andava scrivendo, costruisce, a scopo privato, una specie di indice. Ancora non ha deciso se e come usarlo, ma intanto molti argomenti dello Zibaldone li travasa nelle Operette morali, che vedono la luce dall' estate del 1824. Due anni dopo l' editore milanese Antonio Fortunato Stella, che già gli passa un misero compenso per commentare le Rime di Petrarca, propone a Leopardi di compilare un Dizionario filosofico-filologico sul modello settecentesco. Leopardi risponde di aver già pronto molto materiale, al quale però manca quello che chiama "uno stile", e inoltre la scrittura è a stento intellegibile a lui stesso. "Bisognerebbe", scrive a Stella, "che io rileggessi tutte quelle migliaia di pagine, segnassi i pensieri che farebbero al caso, li disponessi, li ordinassi...". Ed è ciò che da quel momento inizia a fare, ma interrompendo di continuo il lavoro. E' sempre sedotto dall' idea di sistemare quelle migliaia di pagine che si trascina fra Roma, Bologna, Milano, Pisa, e che gli potrebbero dare sicurezza e fama, ma al tempo stesso è assalito dall' immensità del proposito, scoraggiato, e alla fine desiste. Lo schema che Leopardi viene costruendo, ma che poi non porta a conclusione, ha tutta l' aria d' un progetto, secondo Cacciapuoti. E' la prova, scrive, che il poeta di Recanati "è animato da una forte tensione al sistema, proprio perché a quel tipo di scrittura l' autore confidava i percorsi di una serie di trattati che avrebbero dovuto compiere la funzione di altrettante parti di un unico e complessivo lavoro". Alla lettura discontinua, fascinosa nel suo procedere rapsodico, Cacciapuoti sostituisce un diverso procedimento, che, asserisce, viene indicato da Leopardi stesso. E quindi accorpa per materia gli sparsi frammenti delle sue riflessioni. Non fanno più la loro bella figura gli sbalzi cronologici, le acrobazie intellettuali, la risonanza di un frammento a distanza di mesi, gli sviluppi diacronici, il flessuoso incedere di un pensiero che, nello stesso giorno, salta dall' analisi implacabile del "male" che domina anche in un giardino fiorito alla noterella linguistica su Voltaire e al piacere che regala un' ode di Anacreonte. I pensieri dello Zibaldone, nella versione Cacciapuoti, assumono "il ritmo intenso, ossessivo, ripetitivo che la restituzione dei tracciati alla loro unità porta in luce, rendendo il respiro del testo, la tensione delle frasi, la genesi di un pensiero da un altro". Ne acquista il filosofo, perde qualcosa il poeta. - Francesco Erbani

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Leopardi ed Eschilo


“Si ignora anche la grandezza filosofica di Eschilo.

E la cosa è anche più grave. Insieme a pochi altri,

egli apre il cammino dell’Occidente.”

(E. Severino, Il nulla e la poesia)

Esiste un arco che ha ai suoi estremi Eschilo e Leopardi. La parabola che corre dall’uno all’altro è ciò che chiamiamo Occidente. Con Eschilo nasce infatti l’illusione essenziale: che la conoscenza della verità - quella parte della verità certa e immutabile a portata della ragione degli uomini - è il solo rimedio che la nostra specie abbia per salvarsi dal dolore. Il dolore essenziale è quello della morte. La verità è il rimedio al dolore per la propria incompiutezza e mortalità perché la verità come epistéme “è il rimedio al dolore, perché mostra incontrovertibilmente che la sostanza di tutti gli essenti, è eterna, “sempre salva” dal niente (Aristotele, Metaph. 983 b 13” (E. Severino, Il nulla e la poesia).

Solo con Leopardi questo percorso trova il suo epilogo; perché “Leopardi, per primo, pensa che la verità è appunto l’annientamento della vita e delle cose e che quindi non può essere il rimedio del dolore. La verità è il dolore” (Ibid.).

Ancora: 

“Nel pensiero di Leopardi la fede nell’“evidenza” del divenire acquista una intensità che non aveva mai avuto: con estrema potenza testimonia ciò che per essa è la visibilità pura, la luce piena dove appare che l’annientamento non distrugge (e la creazione non produce) semplicemente gli aspetti accidentali e individuali, ma la sostanza stessa e l’intera consistenza dell’essente. Testimonia il “nulla verissimo e certissimo delle cose” (Zib. 103)(Ibid.).

“Che l’angoscia estrema sia prodotta dall’annientamento degli essenti e dal loro provenire dal nulla è uno dei tratti essenziali e decisivi delle origini del pensiero filosofico. Riceve la sue espressione più grandiosa da Eschilo; guida l’intera storia dell’Occidente; il pensiero di Leopardi ne è la testimonianza più pura, all’inizio del processo in cui la cultura contemporanea rifiuta il rimedio che la tradizione dell’Occidente aveva preparato contro l’angoscia del nulla: la ragione come rimedio. E’ “la ragione umana... incapace di farci non dico felici ma meno infelici”; anzi, è “fonte ... di assoluta e necessaria pazzia” - anche se, certo, “verissima pazzia” (Zib. 103-4).” (Ibid.).

5月8日

Leopardi a Pisa

TEORIA DELL’EDUCAZIONE LETTERARIA
VERONA
(Prof. Paola Tonussi)
Lezione 6 (on-line): “All’apparir del vero…”: Giacomo
Leopardi, il sogno, il ricordo e le illusioni.
Nell’inverno e nella primavera del 1828, Giacomo Leopardi si
trovava a Pisa: laggiù conseguiva nuovamente il sogno a lungo
accarezzato, di lasciare Recanati.
Il distacco tanto sospirato dal paese natale gli era costato anni
di trattative con i genitori, con i pochi amici che mantenevano
con lui relazioni epistolari e con i parenti; per prorogare il più
possibile il suo ritorno, aveva perciò accettato di compilare una
raccolta delle proprie liriche, con i cui proventi riuscire a
mantenersi.
Non era la prima volta che Giacomo lasciava l’aristocratico
palazzo avito, il paese e lo scenario esiguo della piazza e della
chiesa, che riusciva a vedere dalle finestre della biblioteca
paterna. Ma, com’era già successo in passato, staccandosi da
Recanati sembrava che la lontananza da una casa tutto sommato
amata e la memoria, in lui capace di trasfigurare ogni cosa,
avessero il potere di idealizzare Recanati da prigione, così come
lui la descriveva nelle sue lettere, ad un paradiso perduto del
ricordo.
Il poeta soffriva una contraddizione intima, che lo avrebbe
accompagnato sempre: a Recanati si sentiva isolato, tagliato
fuori dal mondo delle lettere e dai letterati del suo tempo,
costretto a limitare la propria esistenza tra la biblioteca del conte
Monaldo e i dintorni prossimi alla casa paterna, che soleva
percorrere a piedi nelle passeggiate solitarie. Sognava in modo
febbrile di lasciare quei luoghi eppure, lontano da essi, dal
fratello Carlo e dalla sorella Paolina, la distanza e la separazione
li idealizzavano nell’unico posto in cui avrebbe potuto vivere, e
vivere felice.
Da tempo la sua poesia taceva. Era come se essa, per spiccare
il volo, avesse avuto bisogno della visione conosciuta da sempre
di Montemorello, delle piccole vie impervie sulle colline di
Recanati, di quell’orizzonte che, dietro a sé, schiudeva una serie
infinita d’orizzonti simili avvolti dalla foschia della lontananza, dei
passeri che svolavano alti sul tetto del palazzo paterno, sulla
chiesa e sulla piazza e che, in primavera e in estate, lanciavano
all’aria il loro canto.
A Pisa aveva preso a pigione un piccolo appartamento presso
una famiglia, che ospitava in genere studenti per pochi scudi, ma
la sua stanza dava a ponente sopra un orto e la illuminavano due
finestre alte, da cui la vista poteva spingersi fino all’orizzonte. Il
soggiorno a Pisa si prospettava dolce e riposante.
Ogni giorno, Leopardi usciva in città e seguiva il fiume,
camminando a lungo: gli piaceva quel clima, in cui vi era “quasi
sempre un’aria di primavera”, e gli piaceva lo spettacolo offerto
dal Lungarno dove, specie con il bel tempo, si affollavano
carrozze e pedoni e i raggi del sole facevano brillare gli stucchi
dorati dei caffè, le vetrine delle botteghe, le finestre dei palazzi
raffinati.
Rientrando suonava il campanello con un suo tocco speciale,
che lo annunciava alla famiglia e in particolare alla sorella della
padrona di casa, con la quale aveva fatto amicizia: la giovane si
chiamava Teresa Lucignani, e incantava Giacomo con la sua
freschezza.
Dotata di una bellezza pacata, quasi non istruita, Teresa
aspettava sul balcone che il conte recanatese tornasse, e lui
aspettava di essere riconosciuto da lei al tocco del campanello,
per riderne in modo fanciullesco.
Lo Zibaldone, nel giugno del 1828, celebra “una giovane dai
sedici ai diciotto anni”, la quale ha nel viso, nei gesti, nella figura
un “non so che di divino”.
La bella pisana si confondeva nella fantasia di Giacomo
Leopardi con il fanciullesco fantasma d’amore di un’altra ragazza
che portava lo stesso nome, morta a Recanati nel pieno della
giovinezza, Teresa Fattorini: dalle finestre del proprio palazzo,
Giacomo ne scorgeva la stanza nella casa del cocchiere, e da
lassù vedeva anche la camera di una piccola tessitrice, la quale
lavorava vicina alla finestra. Rievocandone la memoria circa
trent’anni dopo, il fratello Carlo doveva parlare di entrambe
come di “affetti lontani e prigionieri”.
La separazione da Recanati iniziava però ad agire su Leopardi,
in quella stagione pur singolarmente serena della sua vita.
Frequentava salotti e dimore elevate, godendosi anche i vantaggi
della sua reputazione di poeta ma, confessava ad un amico,
“avrei maggior concetto di me stesso se mi credessi capace di
farmi amare, che di farmi stimare”. I sogni di gloria della sua
prima giovinezza lo avevano abbandonato ormai definitivamente.
Le Operette morali erano state pubblicate l’anno precedente.
Non gli avevano portato quel riconoscimento, in cui l’autore
aveva sperato, per poter vivere unicamente della propria poesia.
Con le Operette, il suo pessimismo si era venuto però
decantando e mitigando in un patrimonio di tristi certezze stabili,
in una specie di nitida e inevitabile disperazione senza lacrime.
La nostalgia di casa e dei familiari lo cullava adesso con sogni
ad occhi aperti, di cui raccontava nelle lettere ai fratelli; il ricordo
di tutto ciò che di familiare e di caro si era lasciato indietro
rendeva dolce il suo sognare. Il ricordo, le visioni evocate, una
nostalgia ormai quasi incoercibile lo portavano nuovamente
verso la poesia.
Così ne parlava alla sorella Paolina, in una lettera del 25
febbraio 1828:
Io sogno sempre di voi altri, dormendo e vegliando: ho qui in Pisa
una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle rimembranze: là vo
a passeggiare quando voglio sognare ad occhi aperti.
Un tempo, il poeta aveva creduto impossibile riuscire a
comporre poesia o anche solo abbandonarsi al sogno fuori di
Recanati. Ora l’impulso a scrivere veniva in maniera del tutto
inaspettata anche lontano di là: porsi a comporre lirica, o anche
semplicemente ordinare le proprie carte in vista della raccolta
poetica, era per lui come una sorta di tuffo nel passato.
Sempre a Paolina confessava:
… ho fatto dei versi quest’aprile; ma versi veramente all’antica, e
con quel mio cuore d’una volta… (2 maggio).
E, mentre la primavera pisana avanzava per mutarsi quasi in
estate, non cessava in lui l’impeto di energia creativa, che faceva
seguito ad anni di aridità. Il cuore pareva come riemergere da
uno stato, divenuto ormai abituale, d’indifferenza e freddezza, e
tornava a palpitare, a ricordare, a soffrire, a commuoversi.
All’amico Giordani, il poeta confessava invece un’indicibile
stanchezza e la fatica di una vita ridotta a “noia e pena”. Perché
questa contraddizione?
Ridestando il “cuore d’una volta”, Giacomo Leopardi aveva
operato la rievocazione di ogni suo affetto passato, una specie di
lento disgelo dell’anima e un riaffiorare del sentimento di pietà
che, come annotava nello Zibaldone, facendo “rea d’ogni cosa la
natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge (…) il
lamento (…) a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’
viventi” (4428). Da tale fondo di cupa angoscia germogliavano in
un futuro non lontano, ma nascendo però dai semi coltivati già a
Pisa, i fiori straordinari dei grandi idilli.
Spinto a ricordare e a riflettere sul passato, Leopardi toccava
un entusiasmo lirico che lo incalzava a ripercorrere idealmente le
tappe ideali della propria vita: la resurrezione delle chimere di
gioventù avveniva nella tenera primavera pisana con tutta la
violenza che una volta aveva visto il loro nascere e il loro
spegnersi sconfortante nel piccolo poeta deforme, povero e
timido.
Egli rivedeva da lontano il passato, i desideri ardenti, le
speranze che lo avevano sostenuto, e poi il pianto sconsolato
dinanzi al crollo delle illusioni che la vita gli aveva insegnato, la
rivelazione crudele del vero e il susseguente stato di fredda
apatia in cui ad intervalli era caduto dopo la delusione cocente, e
infine il desiderio, altrettanto ricorrente per lui, di morte e di
finire con il dolore che lo straziava.
Da un periodo di totalizzante ripiegamento su se stesso, dal
colloquiare assiduo con la propria realtà interiore, prendeva così
l’avvio la linea del canto negli idilli, e sempre come vocazione
lirica e partendo da stimoli immediati, intrecciati alla sua
situazione esistenziale.
Il viso e la grazia mite di Teresa Lucignani gli riportavano alla
memoria altri visi di ragazze ammirate di lontano nella sua prima
giovinezza a Recanati, quali Teresa Fattorini e la piccola tessitrice
Maria; ascoltando lei, che gli parlava, riascoltava il poeta altre
giovani donne, un tempo udite dall’alto della sua finestra, mentre
riponeva sullo scrittorio il libro cui era intento; la fanciulla che nel
fiorire della sua primavera viveva nella stessa casa in cui lui
viveva si sovrapponeva ad un’altra, recisa invece prima del suo
sbocciare pieno alla vita.
Tutto questo rivedeva come davanti agli occhi della memoria
Giacomo Leopardi e, per le impenetrabili e misteriose ragioni del
cuore, con la memoria erano risorti dall’oblio del passato anche
gli inganni dell’esistenza sulla terra, e la natura, che pure di
recente gli si era data nella sua vitalità e capacità di portare
gioia, mostrava ora di nuovo il suo male intimo.
Animato da tali sentimenti, il 19 aprile 1828, il poeta affidava
così alla pagina tutto questo e iniziava una lirica celebre, la quale
diceva ciò che Rolando Damiani con ampia sensibilità poetica
definisce “l’interrogativo forse più struggente della lirica
italiana”:
Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?.
Leopardi avrebbe in seguito ripreso la canzone, apportandone
però solo modifiche lievi: la composizione avveniva di getto, in
soli due giorni. Il poeta impiegava per la prima volta una nuova
misura poetica, fatta di stanze libere, endecasillabi e settenari,
ricca di assonanze e rime rare, che reputava più adatta a
rendere i movimenti spontanei dell’anima, l’effusione sciolta dei
sentimenti e il riaffiorare libero del ricordo.
Le voci delle giovani conosciute si fondevano in una sola,
quella di Silvia, la quale diffondeva intorno a sé la propria
armonia e, mentre si dedicava ai lavori gentili, lasciava scorrere
il pensiero sulle speranze di un futuro, che lei si figurava lieto ad
attenderla:
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
La primavera della vita coincideva con la primavera reale,
nella stagione mite dell’anno.
Dal palazzo paterno, il poeta abbandonava allora un tempo gli
studi, e si poneva ad ascoltare il canto femminile e insieme il
rumore attutito, prodotto dalla mano che si muoveva veloce sulla
tela. Lo sguardo si allontanava dalla scena vicina e poi vi si
ripiegava grato, incapace di esprimere quanto il cuore provava:
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Tutte le rimembranze riemergevano alle soglie del cuore, e
dalla profondità di un passato che il poeta credeva dimenticato:
loro, le rimembranze del passato, alla luce della fantasia
presente erano sublimate in poesia con tutta la loro forza intatta.
La musica della lirica leopardiana tendeva a raccogliersi e ad
accordarsi intorno ad un’unica nota prevalente, che a Silvia
faceva acquistare il significato del simbolo.
In un appunto poco più tardo, Giacomo descriverà infatti il
“fiore purissimo (…) di gioventù”, che ci tocca e ci emoziona
nell’immagine e nella voce di una fanciulla, insieme con il
“pensiero de’ patimenti che l’aspettano”, e l’”indicibile fugacità”
della sua vita, da cui scaturisce “il ritorno sopra noi medesimi” e
“il sentimento di compassione” che ci avvince per lei, per noi e
insieme per tutti gli uomini, segnati da un identico destino finale.
La giovinezza ancora ignara di Silvia, spezzata da una morte
prematura, e le illusioni di Giacomo, destinate a spegnersi
dinanzi al sorgere del vero, confluivano in una sola immagine
poetica e la figura della donna si fondeva con il mito delle attese
o delle speranze giovanili, o ancora con il mito della giovinezza,
ma qui rappresentato e fatto respirare in una creatura mortale,
realmente vissuta e ammirata:
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Sempre, l’intermittente sospiro dell’anima continuava a
riverberare la linea smossa e sinuosa del ragionamento interiore,
e la lirica assumeva i toni di un’accorata confessione, dagli
accenti appena modulati: la disillusione aveva portato poi,
davanti alla “sventura”, un “affetto” che premeva il cuore,
“acerbo e sconsolato”.
La denuncia della crudeltà naturale della morte si risolveva in
un’accorata supplica, un’implorazione straziante nella sua
semplicità alla natura, che dovrebbe essere madre amorevole e
benigna, e che tradisce invece i suoi “figli” con gli inganni
dolorosi, che consuma su loro:
O natura, o natura,
perché non rendi poi
Quel che prometti allor? Perché di tanto
Inganni i figli tuoi?
Il paragone tra Silvia e il poeta giunge al suo culmine: la prima
non avrebbe mai udito “la dolce lode” delle “negre chiome” o
degli “sguardi innamorati e schivi”, né avrebbe mai parlato
sorridente d’amore con le compagne “ai dì festivi”; similmente al
poeta la vita aveva negato la giovinezza e, con essa la speranza,
illusione diletta, e “cara compagna dell’età mia nova”.
Tutto crollava e scompariva così, “All’apparir del vero”.
Quando questi versi dolenti affioravano alla sua penna,
Giacomo Leopardi ignorava ancora la morte, avvenuta a Recanati
all’inizio di maggio, del fratello Luigi. Nel momento in cui riprese
le sue carte e rivide i versi, essi assunsero quasi la tonalità della
profezia.
Tutto pareva allora chiudersi intorno a lui, sotto il segno della
sventura: il lutto che lo aveva colpito; la salute tornata precaria;
la minaccia incombente della miseria; l’utopia svanita di una vita,
seppure modesta, assicuratagli dalla poesia; la vanità di ogni
promessa o profferta di un lavoro, che da tempo andava
cercando; l’impossibilità del padre di mantenerlo ancora fuori di
Recanati; il ritorno forzato al paese e ad una “notte orribile”,
“soffocato da una malinconia che era ormai poco men che
pazzia” (5 sett. 1829).
Il canto a Silvia, ispirato da una memoria grave di morte, si
chiudeva nell’immagine sepolcrale di una mano che additava da
lontano la freddezza di una tomba spoglia, esito desolato di
quanto la verità lasciava percepire nella vita umana.
Ma, per un istante abbagliante entro il flusso spietato del
tempo, Silvia era stata richiamata a vivere nei versi, che ne
cantavano la primavera perduta: fissando per sempre sulla carta
il momento ancora acerbo di una vita che non doveva
proseguire, la canzone celebrava anche, insieme con l’attimo che
si apre e germoglia inconsapevole, la felicità fugace non ancora
disillusa sul futuro e sul vero, che è la sostanza stessa della
lirica.

5月5日

Programma

Data e ora di inserimento: (02-05-2008, 17:29:02)

XII Convegno internazionale di studi leopardiani

'La prospettiva antropologica nel pensiero e nella poesia di Giacomo Leopardi'

Recanati 23- 26 settembre 2008
Aula Magna del Comune




Martedì 23 settembre
Ore 9, 30 Introduzione al Convegno e saluti delle Autorità

I sessione antimeridiana
Presiede Lucio Felici

relazioni

10,15-10,50
ANTONIO PRETE
'Nomadismo dello sguardo e pensiero dell’alterità. Sull’antropologia poetica di Leopardi'

10,50-11,10
pausa caffè

11,10-11,45
PIETRO CLEMENTE
'Comparazioni immaginative: Leopardi preantropologo'

comunicazione

11,50-12,10
ERNESTO MIRANDA
'Sulla natura degli uomini. Leopardi e l’antropologia filosofica'

12,10-12,40
dibattito

II sessione pomeridiana
Presiede Alberto Folin

relazioni

15,30-16,05
GILBERTO LONARDI
'Prima della scrittura: sublime del qualunque, sublime del lontano nel «Canto notturno»'

16,10-16,45
PERLE ABBRUGIATI
'“Se ben vi si guardasse”. La critica leopardiana del pensiero a priori, tra filosofia e antropologia'

16,50-17,10
pausa caffè

comunicazioni

17,10-17,30
MARCO MONETA
'“Dal bosco a civiltade”. Antropologia e storia in Leopardi'

17,35-17,55
ALESSANDRA ALOISI
'Esperienza del sublime e dinamica del desiderio in Giacomo Leopardi'

18-18,20
GILDA POLICASTRO
'“La ragion perché i morti ebber sotterra...”. Per un’antropologia dell’Ade'

18,20-19,00
dibattito

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Mercoledì 24 settembre
III sessione antimeridiana
Presiede Sebastian Neumeister

relazioni

9,00-9,35
JEAN-CHARLES VEGLIANTE
'L’altro, gli altri: umanità vicina e distante nei «Canti» fino a «Il risorgimento»'

9,40-10.15
EMMA GIAMMATTEI
'Immagine antica, primo uomo, primissima lingua'

comunicazioni

10,20-10,40
GIULIA CORSALINI
'Pianto e consolazione nella prima sepolcrale e nelle sue fonti'

10,40-11,00
pausa caffè

11,00-11,20
JOANNA UGNIEWSKA
'L’uomo moderno e l’esperienza del mondo nei «Pensieri» e nelle «Operette morali»'

11,25-11,45
NICOLA FEO
'Il concetto di “società stretta”. Antropologia e politica in Leopardi'

11,50-12,10
ANDREA MALAGAMBA
'Seconda natura, seconda nascita.
L’ “assuefazione” nel pensiero antropologico di Leopardi'




IV sessione pomeridiana
Presiede Joanna Ugniewska

relazioni

15,30-16,05
ROLANDO DAMIANI
'L’antropologia perenne di Giacomo Leopardi'

16,10-16,45
STEFANO GENSINI
'Sulla componente antropologica del pensiero linguistico leopardiano'

16,50-17,10
pausa caffè

comunicazioni

17,10-17,30
ANDREA CAMPANA
'La figura di Adamo nell’opera leopardiana. Possibili intertestualità'

17,35-17,55
CLAUDIO COSTA
'Considerazioni antropologiche sui fenomeni di rima nei «Canti» e nella poesia popolare

18-18,20'
VALERIO CAMAROTTO
'L’invenzione dell’alfabeto e l’ “incivilimento”. Riflessione antropologica e linguistica comparata nello «Zibaldone»'


18,20-19,00
dibattito


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Giovedì 25 settembre
V sessione antimeridiana
Presiede Jean-Charles Vegliante

relazioni

9,00-9,35
LUIGI M. LOMBARDI SATRIANI
'Linguaggi del dolore e dell’amore nello «Zibaldone»'

9,40-10,15
NOVELLA BELLUCCI
'Per un contributo alla definizione del modello leopardiano di “magnanimo”'

comunicazioni

10,20-10,40
PAOLO ZUBLENA
'L’infinito qui. Deissi spaziale e antropologia dello spazio nella poesia di Leopardi'

10,40-11,00
pausa caffè

11,00-11,20
ROSALBA GALVAGNO
'«Dialogo della Moda e della Morte». La Morte si veste alla Moda'

11,25-11,45
STEFANIA NOCITI
'Leopardi e la funzione del suono nell’aspirazione umana all’ “infinito”'

11,50-12,10
PANTALEO PALMIERI
'La gloria letteraria tra “forza di illusione” e “godimento nel mondo e nella società”'

12,10-12,40
dibattito


VI sessione pomeridiana
Presiede Michael Caesar

relazioni

15,30-16,05
GIULIO FERRONI
'Rimediare alla civiltà: antropologia ed ecologia'

16,10-16,45
SEBASTIAN NEUMEISTER
'L’antropologia della compassione in Leopardi'

16,50-17,10
pausa caffè

comunicazioni

17,10-17,30
MASSIMO NATALE
'Immaginare il lontano. Geografie leopardiane: letture e percorsi'

17,35-17,55
MARCO BALZANO
'Memorie della «Crònica del Perù» di Pedro de Cieza in Leopardi'

18,00-18,20
ELISABETTA BROZZI
'I demoni di Leopardi'

18,20-19
dibattito


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Venerdì 26 settembre
VII sessione antimeridiana
Presiede Luigi Blasucci

relazioni

9,00-9,35
MICHAEL CAESAR
'"Sozzo a vedere": corpo e tabu' nell'ultimo Leopardi'

9,40-10,15
GASPARE POLIZZI
'La scoperta del “meglio non esser nati” nelle letture del primo soggiorno romano'

comunicazioni

10,20-10,40
STEFANO BIANCU
'Il corpo e la poesia: Leopardi critico della modernità'

10,40-11,00
pausa caffè

11,00-11,20
ANNA CLARA BOVA
'Leopardi e la zoonomia di Erasmo Darwin'

11,25-11,45
RAOUL BRUNI
'Natura e storia: tra Leopardi e Emerson'

11,45-12,30
Dibattito e conclusioni preparatorie alla tavola rotonda


VIII sessione pomeridiana

15,30-18
Tavola rotonda
L’incontro, diretto da LUIGI BLASUCCI, si svolgerà in due tempi con una pausa intermedia.

Interverranno MARIA ESTHER BADIN, MAURIZIO BETTINI, FABIANA CACCIAPUOTI, FIORENZA CERAGIOLI, GIANNI D’ELIA, ALBERTO FOLIN, FRANCA JANOWSKI, MARINO NIOLA, GIUSEPPE SANGIRARDI, SERGIO SCONOCCHIA


Successivamente, sul programma a stampa, si darà notizia delle manifestazioni collaterali ai lavori del convegno

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4月28日

Pisa

TEORIA DELL’EDUCAZIONE LETTERARIA
VERONA
(Prof. Paola Tonussi)
Lezione 6 (on-line): “All’apparir del vero…”: Giacomo
Leopardi, il sogno, il ricordo e le illusioni.
Nell’inverno e nella primavera del 1828, Giacomo Leopardi si
trovava a Pisa: laggiù conseguiva nuovamente il sogno a lungo
accarezzato, di lasciare Recanati.
Il distacco tanto sospirato dal paese natale gli era costato anni
di trattative con i genitori, con i pochi amici che mantenevano
con lui relazioni epistolari e con i parenti; per prorogare il più
possibile il suo ritorno, aveva perciò accettato di compilare una
raccolta delle proprie liriche, con i cui proventi riuscire a
mantenersi.
Non era la prima volta che Giacomo lasciava l’aristocratico
palazzo avito, il paese e lo scenario esiguo della piazza e della
chiesa, che riusciva a vedere dalle finestre della biblioteca
paterna. Ma, com’era già successo in passato, staccandosi da
Recanati sembrava che la lontananza da una casa tutto sommato
amata e la memoria, in lui capace di trasfigurare ogni cosa,
avessero il potere di idealizzare Recanati da prigione, così come
lui la descriveva nelle sue lettere, ad un paradiso perduto del
ricordo.
Il poeta soffriva una contraddizione intima, che lo avrebbe
accompagnato sempre: a Recanati si sentiva isolato, tagliato
fuori dal mondo delle lettere e dai letterati del suo tempo,
costretto a limitare la propria esistenza tra la biblioteca del conte
Monaldo e i dintorni prossimi alla casa paterna, che soleva
percorrere a piedi nelle passeggiate solitarie. Sognava in modo
febbrile di lasciare quei luoghi eppure, lontano da essi, dal
fratello Carlo e dalla sorella Paolina, la distanza e la separazione
li idealizzavano nell’unico posto in cui avrebbe potuto vivere, e
vivere felice.
Da tempo la sua poesia taceva. Era come se essa, per spiccare
il volo, avesse avuto bisogno della visione conosciuta da sempre
di Montemorello, delle piccole vie impervie sulle colline di
Recanati, di quell’orizzonte che, dietro a sé, schiudeva una serie
infinita d’orizzonti simili avvolti dalla foschia della lontananza, dei
passeri che svolavano alti sul tetto del palazzo paterno, sulla
chiesa e sulla piazza e che, in primavera e in estate, lanciavano
all’aria il loro canto.
A Pisa aveva preso a pigione un piccolo appartamento presso
una famiglia, che ospitava in genere studenti per pochi scudi, ma
la sua stanza dava a ponente sopra un orto e la illuminavano due
finestre alte, da cui la vista poteva spingersi fino all’orizzonte. Il
soggiorno a Pisa si prospettava dolce e riposante.
Ogni giorno, Leopardi usciva in città e seguiva il fiume,
camminando a lungo: gli piaceva quel clima, in cui vi era “quasi
sempre un’aria di primavera”, e gli piaceva lo spettacolo offerto
dal Lungarno dove, specie con il bel tempo, si affollavano
carrozze e pedoni e i raggi del sole facevano brillare gli stucchi
dorati dei caffè, le vetrine delle botteghe, le finestre dei palazzi
raffinati.
Rientrando suonava il campanello con un suo tocco speciale,
che lo annunciava alla famiglia e in particolare alla sorella della
padrona di casa, con la quale aveva fatto amicizia: la giovane si
chiamava Teresa Lucignani, e incantava Giacomo con la sua
freschezza.
Dotata di una bellezza pacata, quasi non istruita, Teresa
aspettava sul balcone che il conte recanatese tornasse, e lui
aspettava di essere riconosciuto da lei al tocco del campanello,
per riderne in modo fanciullesco.
Lo Zibaldone, nel giugno del 1828, celebra “una giovane dai
sedici ai diciotto anni”, la quale ha nel viso, nei gesti, nella figura
un “non so che di divino”.
La bella pisana si confondeva nella fantasia di Giacomo
Leopardi con il fanciullesco fantasma d’amore di un’altra ragazza
che portava lo stesso nome, morta a Recanati nel pieno della
giovinezza, Teresa Fattorini: dalle finestre del proprio palazzo,
Giacomo ne scorgeva la stanza nella casa del cocchiere, e da
lassù vedeva anche la camera di una piccola tessitrice, la quale
lavorava vicina alla finestra. Rievocandone la memoria circa
trent’anni dopo, il fratello Carlo doveva parlare di entrambe
come di “affetti lontani e prigionieri”.
La separazione da Recanati iniziava però ad agire su Leopardi,
in quella stagione pur singolarmente serena della sua vita.
Frequentava salotti e dimore elevate, godendosi anche i vantaggi
della sua reputazione di poeta ma, confessava ad un amico,
“avrei maggior concetto di me stesso se mi credessi capace di
farmi amare, che di farmi stimare”. I sogni di gloria della sua
prima giovinezza lo avevano abbandonato ormai definitivamente.
Le Operette morali erano state pubblicate l’anno precedente.
Non gli avevano portato quel riconoscimento, in cui l’autore
aveva sperato, per poter vivere unicamente della propria poesia.
Con le Operette, il suo pessimismo si era venuto però
decantando e mitigando in un patrimonio di tristi certezze stabili,
in una specie di nitida e inevitabile disperazione senza lacrime.
La nostalgia di casa e dei familiari lo cullava adesso con sogni
ad occhi aperti, di cui raccontava nelle lettere ai fratelli; il ricordo
di tutto ciò che di familiare e di caro si era lasciato indietro
rendeva dolce il suo sognare. Il ricordo, le visioni evocate, una
nostalgia ormai quasi incoercibile lo portavano nuovamente
verso la poesia.
Così ne parlava alla sorella Paolina, in una lettera del 25
febbraio 1828:
Io sogno sempre di voi altri, dormendo e vegliando: ho qui in Pisa
una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle rimembranze: là vo
a passeggiare quando voglio sognare ad occhi aperti.
Un tempo, il poeta aveva creduto impossibile riuscire a
comporre poesia o anche solo abbandonarsi al sogno fuori di
Recanati. Ora l’impulso a scrivere veniva in maniera del tutto
inaspettata anche lontano di là: porsi a comporre lirica, o anche
semplicemente ordinare le proprie carte in vista della raccolta
poetica, era per lui come una sorta di tuffo nel passato.
Sempre a Paolina confessava:
… ho fatto dei versi quest’aprile; ma versi veramente all’antica, e
con quel mio cuore d’una volta… (2 maggio).
E, mentre la primavera pisana avanzava per mutarsi quasi in
estate, non cessava in lui l’impeto di energia creativa, che faceva
seguito ad anni di aridità. Il cuore pareva come riemergere da
uno stato, divenuto ormai abituale, d’indifferenza e freddezza, e
tornava a palpitare, a ricordare, a soffrire, a commuoversi.
All’amico Giordani, il poeta confessava invece un’indicibile
stanchezza e la fatica di una vita ridotta a “noia e pena”. Perché
questa contraddizione?
Ridestando il “cuore d’una volta”, Giacomo Leopardi aveva
operato la rievocazione di ogni suo affetto passato, una specie di
lento disgelo dell’anima e un riaffiorare del sentimento di pietà
che, come annotava nello Zibaldone, facendo “rea d’ogni cosa la
natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge (…) il
lamento (…) a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’
viventi” (4428). Da tale fondo di cupa angoscia germogliavano in
un futuro non lontano, ma nascendo però dai semi coltivati già a
Pisa, i fiori straordinari dei grandi idilli.
Spinto a ricordare e a riflettere sul passato, Leopardi toccava
un entusiasmo lirico che lo incalzava a ripercorrere idealmente le
tappe ideali della propria vita: la resurrezione delle chimere di
gioventù avveniva nella tenera primavera pisana con tutta la
violenza che una volta aveva visto il loro nascere e il loro
spegnersi sconfortante nel piccolo poeta deforme, povero e
timido.
Egli rivedeva da lontano il passato, i desideri ardenti, le
speranze che lo avevano sostenuto, e poi il pianto sconsolato
dinanzi al crollo delle illusioni che la vita gli aveva insegnato, la
rivelazione crudele del vero e il susseguente stato di fredda
apatia in cui ad intervalli era caduto dopo la delusione cocente, e
infine il desiderio, altrettanto ricorrente per lui, di morte e di
finire con il dolore che lo straziava.
Da un periodo di totalizzante ripiegamento su se stesso, dal
colloquiare assiduo con la propria realtà interiore, prendeva così
l’avvio la linea del canto negli idilli, e sempre come vocazione
lirica e partendo da stimoli immediati, intrecciati alla sua
situazione esistenziale.
Il viso e la grazia mite di Teresa Lucignani gli riportavano alla
memoria altri visi di ragazze ammirate di lontano nella sua prima
giovinezza a Recanati, quali Teresa Fattorini e la piccola tessitrice
Maria; ascoltando lei, che gli parlava, riascoltava il poeta altre
giovani donne, un tempo udite dall’alto della sua finestra, mentre
riponeva sullo scrittorio il libro cui era intento; la fanciulla che nel
fiorire della sua primavera viveva nella stessa casa in cui lui
viveva si sovrapponeva ad un’altra, recisa invece prima del suo
sbocciare pieno alla vita.
Tutto questo rivedeva come davanti agli occhi della memoria
Giacomo Leopardi e, per le impenetrabili e misteriose ragioni del
cuore, con la memoria erano risorti dall’oblio del passato anche
gli inganni dell’esistenza sulla terra, e la natura, che pure di
recente gli si era data nella sua vitalità e capacità di portare
gioia, mostrava ora di nuovo il suo male intimo.
Animato da tali sentimenti, il 19 aprile 1828, il poeta affidava
così alla pagina tutto questo e iniziava una lirica celebre, la quale
diceva ciò che Rolando Damiani con ampia sensibilità poetica
definisce “l’interrogativo forse più struggente della lirica
italiana”:
Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?.
Leopardi avrebbe in seguito ripreso la canzone, apportandone
però solo modifiche lievi: la composizione avveniva di getto, in
soli due giorni. Il poeta impiegava per la prima volta una nuova
misura poetica, fatta di stanze libere, endecasillabi e settenari,
ricca di assonanze e rime rare, che reputava più adatta a
rendere i movimenti spontanei dell’anima, l’effusione sciolta dei
sentimenti e il riaffiorare libero del ricordo.
Le voci delle giovani conosciute si fondevano in una sola,
quella di Silvia, la quale diffondeva intorno a sé la propria
armonia e, mentre si dedicava ai lavori gentili, lasciava scorrere
il pensiero sulle speranze di un futuro, che lei si figurava lieto ad
attenderla:
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
La primavera della vita coincideva con la primavera reale,
nella stagione mite dell’anno.
Dal palazzo paterno, il poeta abbandonava allora un tempo gli
studi, e si poneva ad ascoltare il canto femminile e insieme il
rumore attutito, prodotto dalla mano che si muoveva veloce sulla
tela. Lo sguardo si allontanava dalla scena vicina e poi vi si
ripiegava grato, incapace di esprimere quanto il cuore provava:
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Tutte le rimembranze riemergevano alle soglie del cuore, e
dalla profondità di un passato che il poeta credeva dimenticato:
loro, le rimembranze del passato, alla luce della fantasia
presente erano sublimate in poesia con tutta la loro forza intatta.
La musica della lirica leopardiana tendeva a raccogliersi e ad
accordarsi intorno ad un’unica nota prevalente, che a Silvia
faceva acquistare il significato del simbolo.
In un appunto poco più tardo, Giacomo descriverà infatti il
“fiore purissimo (…) di gioventù”, che ci tocca e ci emoziona
nell’immagine e nella voce di una fanciulla, insieme con il
“pensiero de’ patimenti che l’aspettano”, e l’”indicibile fugacità”
della sua vita, da cui scaturisce “il ritorno sopra noi medesimi” e
“il sentimento di compassione” che ci avvince per lei, per noi e
insieme per tutti gli uomini, segnati da un identico destino finale.
La giovinezza ancora ignara di Silvia, spezzata da una morte
prematura, e le illusioni di Giacomo, destinate a spegnersi
dinanzi al sorgere del vero, confluivano in una sola immagine
poetica e la figura della donna si fondeva con il mito delle attese
o delle speranze giovanili, o ancora con il mito della giovinezza,
ma qui rappresentato e fatto respirare in una creatura mortale,
realmente vissuta e ammirata:
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Sempre, l’intermittente sospiro dell’anima continuava a
riverberare la linea smossa e sinuosa del ragionamento interiore,
e la lirica assumeva i toni di un’accorata confessione, dagli
accenti appena modulati: la disillusione aveva portato poi,
davanti alla “sventura”, un “affetto” che premeva il cuore,
“acerbo e sconsolato”.
La denuncia della crudeltà naturale della morte si risolveva in
un’accorata supplica, un’implorazione straziante nella sua
semplicità alla natura, che dovrebbe essere madre amorevole e
benigna, e che tradisce invece i suoi “figli” con gli inganni
dolorosi, che consuma su loro:
O natura, o natura,
perché non rendi poi
Quel che prometti allor? Perché di tanto
Inganni i figli tuoi?
Il paragone tra Silvia e il poeta giunge al suo culmine: la prima
non avrebbe mai udito “la dolce lode” delle “negre chiome” o
degli “sguardi innamorati e schivi”, né avrebbe mai parlato
sorridente d’amore con le compagne “ai dì festivi”; similmente al
poeta la vita aveva negato la giovinezza e, con essa la speranza,
illusione diletta, e “cara compagna dell’età mia nova”.
Tutto crollava e scompariva così, “All’apparir del vero”.
Quando questi versi dolenti affioravano alla sua penna,
Giacomo Leopardi ignorava ancora la morte, avvenuta a Recanati
all’inizio di maggio, del fratello Luigi. Nel momento in cui riprese
le sue carte e rivide i versi, essi assunsero quasi la tonalità della
profezia.
Tutto pareva allora chiudersi intorno a lui, sotto il segno della
sventura: il lutto che lo aveva colpito; la salute tornata precaria;
la minaccia incombente della miseria; l’utopia svanita di una vita,
seppure modesta, assicuratagli dalla poesia; la vanità di ogni
promessa o profferta di un lavoro, che da tempo andava
cercando; l’impossibilità del padre di mantenerlo ancora fuori di
Recanati; il ritorno forzato al paese e ad una “notte orribile”,
“soffocato da una malinconia che era ormai poco men che
pazzia” (5 sett. 1829).
Il canto a Silvia, ispirato da una memoria grave di morte, si
chiudeva nell’immagine sepolcrale di una mano che additava da
lontano la freddezza di una tomba spoglia, esito desolato di
quanto la verità lasciava percepire nella vita umana.
Ma, per un istante abbagliante entro il flusso spietato del
tempo, Silvia era stata richiamata a vivere nei versi, che ne
cantavano la primavera perduta: fissando per sempre sulla carta
il momento ancora acerbo di una vita che non doveva
proseguire, la canzone celebrava anche, insieme con l’attimo che
si apre e germoglia inconsapevole, la felicità fugace non ancora
disillusa sul futuro e sul vero, che è la sostanza stessa della
lirica.