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10月22日 CLT - Lettere immaginarie / Giacomo Leopardi al ministro Tremonti
Roma, 21 ott (Velino) - Stimato signor Giulio. – Quassù corre voce che dalla bufera finanziaria che infuria nel vostro mondo, l’America e l’Europa usciranno in modi diversi. Un vostro esperto del ramo, il prof. Salvatore Carruba, in un articolo scritto per il “Sole 24Ore, una gazzetta molto apprezzata per la serietà dei suoi contributi all’analisi dei problemi economici, ha infatti recentemente spiegato che la somiglianza fra i provvedimenti con cui sia il Nuovo che il Vecchio Mondo stanno reagendo alla crisi in corso, pur trattandosi in entrambi i casi di misure consistenti in robuste iniezioni di statalismo, è in effetti soltanto apparente. Sembra del resto anche a me che mentre per l'America si tratta di misure temporanee, prese obtorto collo e in sostanza incompatibili con la radicata cultura individualista, liberale e libertaria degli States, l'Europa, che nei decenni passati aveva subito più che abbracciato con convinzione il liberalismo economico, potrebbe cedere alla tentazione di tornare, con le solite ricette dirigiste e socialisteggianti, allo statalismo di sempre. E questo, signor ministro, mi creda, sarebbe un vero disastro. Nonché uno sfacciato tradimento della vocazione originaria dell’attuale governo. (segue) Lei forse spazientito mi dirà: ma di che cosa s’impiccia adesso questo letteratone che dedicò la vita alla contemplazione delle stelle e della luna, all’elogio dei colli, degli orti e delle donzellette del suo borgo, allo studio dei poeti e pensatori antichi, alla composizione di poesie e di prose insieme soavi e disperate, e soprattutto all’elaborazione di una visione dell’esistenza basata sulla metodica distruzione di tutte le umane illusioni? Come si permette questo infelice cantore di misteriose pene e di arcani errori giovanili di mettersi da morto a cicalare di concretissime cose economiche? Insomma che cosa può saperne di volgari tempeste finanziarie questo triste nobiluccio di provincia avvezzo a naufragar nel mar dell’infinito?
Mi dispiace contraddirla. Dei misteri dell’economia e della finanza, del commercio e dell’industria, io, a ventitré anni, avevo già capito tutto. E riassunsi il mio sapere in questa luminosa paginetta: “Chi mi chiedesse quanto e fino a qual segno la filosofia si debba brigare delle cose umane e del regolamento dello spirito, delle passioni, delle opinioni, dei costumi, della vita umana; risponderei tanto e fino a quel punto che i governi si debbono brigare dell’industria e del commercio nazionale a voler che questi fioriscano, vale a dire non brigarsene né punto né poco. E sotto questo aspetto la filosofia è veramente e pienamente paragonabile alla scienza dell’economia pubblica. La perfezione della quale consiste nel conoscere che bisogna lasciar fare alla natura, che quanto il commercio (interno ed esterno) e l’industria è più libera tanto più prospera, e tanto meglio camminano gli affari della nazione; che quanto più e regolata tanto più decade e vien meno; che insomma essa scienza è inutile perché il suo meglio è fare che le cose vadano come se ella non esistesse, e come anderebbero da per tutto dov’ella e i governi non s’intrigassero del commercio e dell’industria; e la sua perfezione è interdirsi ogni azione, conoscere il danno ch’essa medesima reca e in somma non far nulla, al quale effetto gli uomini non avevano bisogno di economia politica, ma s’ella non fosse stata, ciò si sarebbe ottenuto allo stesso modo, e meglio”.
Leggo nel suo sguardo un’espressione di vago stupore. Crede forse che questa nota non sia farina del mio sacco? In tal caso non le resta che verificare. Prenda una copia del mio “Zibaldone”, il monumentale brogliaccio in cui annotai per anni tutti i miei pensieri, e la troverà registrata sotto la data del 23 febbraio 1823.
(Ruggero Guarini) 21 ott 2008 16:08 9月2日 Tutto è o può esser contento di se stesso, eccetto l'uomo, il che mostra che la sua esistenza non si limita a questo mondo, come quella dell'altre cose. (Zib. 29, s.d.)
 Postato da Maria Grazia
5月19日 Zibaldone, pagg. 4175 - 4176
Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. (Bologna. 19. Aprile. 1826.). Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere.

5月14日
Addolcendosi i costumi, diffondendosi le cognizioni e la coltura delle maniere nelle classi inferiori, avanzandosi la civiltà, veggiamo che i grandi delitti o spariscono, o si fanno più rari. Se mancati i grandi delitti e i grandi vizi, potranno aver luogo le grandi virtù, le grandi azioni, questo è un problema, che l'effetto e l'esperienza della civilizzazion presente deciderà per la prima volta. - Parlando con un famoso ed eloquente avvocato napoletano, il Baron Poerio, che ha avuto a trattare un gran numero di cause criminali nella capitale e nelle provincie del Regno di Napoli, ho dovuto ammirare in quel popolo semibarbaro o semicivile piuttosto, una quantità di delitti atroci che vincono l'immaginazione, una quantità di azioni eroiche di virtù (spesso occasionate da quei medesimi delitti), che esaltano l'anima la più fredda (come è la mia). Certo niente o ben poco di simile nelle parti men barbare dell'Italia, e [4290]nel resto d'Europa, nè per l'una nè per l'altra parte.
(Firenze. 18. Sett. 1827.) 11月26日 Era la luna nel cortile, un lato
Tutto ne illuminava, e discendea
Sopra il contiguo lato obliquo un raggio...
Nella (dalla) maestra via s'udiva il carro
Del passegger, che stritolando i sassi,
Mandava un suon, cui precedea da lungi
Il tintinnìo de' mobili sonagli. 8月1日
A me è avvenuto di conservare per lo più ogni amicizia contratta una volta, eziandio con persone difficilissime, di cui tutti a poco andare si disgustavano, o che si disgustavano con tutti. E la cagion, per quello che io posso trovare, è che io non mi disgusto mai di un amico per sue negligenze, e per nessuna sua azione che mi sia o nocevole o dispiacevole; se non quando io veggo chiaramente, o posso con piena ragione giudicare in lui un animo e una volontà determinata di farmi dispiacere e offesa. Cosa che in verità è rarissima. Ma a vedere il procedere degli altri comunemente nelle amicizie, si direbbe che gli uomini non le contraggono se non per avere il piacere di romperle; e che questo è il principal fine a cui mirano nell'amicizia: tanto studiosamente cercano e tanto cupidamente abbracciano le occasioni di rompersi coll'amico, eziandio frivolissime, ed eziandio tali che essi medesimi nel fondo del loro cuore non possono a meno di non discolpar l'amico, e di non conoscere che quella offesa o dispiacere, almen secondo ogni probabilità, non venne da volontà determinata di offenderli.
(7. Apr. 1827.)
 Pubblicato da Maria Grazia 5月18日
Lo Zibaldone in inglese (2)
Su Libero di oggi (16 maggio 2007) è apparso un lungo articolo, firmato da Massimiliano Parente ("Esportiamo Leopardi. Con un euro si può"), che riprende il nostro appello per la pubblicazione dello Zibaldone in lingua inglese apparso due giorni fa. È una bella sorpresa e non possiamo che esserne contenti. Che le pagine culturali di un quotidiano -dotato di ben altri mezzi e in grado di raggiungere un maggior numero di lettori- decidano di mobilitarsi su una causa come questa è sempre e comunque una buona cosa. Speriamo anzi che -come pare di capire dall'articolo- non si fermino qui ma vadano avanti nella raccolta di fondi. Speriamo anche che altri giornali si sveglino e decidano di fare la loro parte. Quanto a noi, comunichiamo un numero di conto corrente. Chi vorrà, potrà fare un versamento: Banca Sanpaolo di Torino Agenzia Roma 61 ABI 01025 CAB 03289 C.C. 1090 intestato a Franco D'Intino. Invitiamo ad aggiungere al versamento nome e cognome e/o indirizzo e-mail per poterci eventualmente permettere di contattare e ringraziare i sottoscrittori e di pubblicare i loro nomi. Terremo informati i nostri lettori della cifra via via raggiunta. Rinnoviamo l'invito ad altri siti e blog a far circolare in rete questa iniziativa e il numero di conto corrente. Per finire, antricipiamo qui una pagina dello Zibaldone nella traduzione inglese. Zibaldone 102-104 (gennaio 1820): "There are three ways of looking at things. The first and most blessed is the way of those who are more spirit than body, by which I mean men of genius and sensibility, for whom there is nothing that does not speak to the imagination and the heart, and who find everywhere material which inspires them to feel and to live in a continuous rapport with things, with the infinite and with man, a life indefinable and vague. In other words, these are people who see everything in its infinite aspect and in relation to the impulses of their souls. The other and more usual way is of those for whom things have more substance and little spirit, by which I mean the average person (average with regard to the imagination and feeling, and not with regard to everything else such as science, politics etc etc) who, without being sublimely inspired by anything, find reality in everything and see things just as they appear in nature and as they are ordinarily regarded, and behave accordingly. This is the normal way, the most conducive to happiness, which without leading to any grand vision or insights into the meaning of existence, still gives life a purpose, one of which we may be scarcely aware, that remains constant and unchanging and follows an even course, whatever the circumstances, from the cradle to the grave. The third way, which is grim and desperate yet the only truthful one, is the view of those for whom things have neither spirit nor body but are totally vain and insubstantial. I mean philosophers and those people with deep feelings who, having learned from bitter experience, move in one jump from the first way of seeing things to the last without touching the second. Everywhere they find and feel nothing but emptiness, they see the vanity of human cares, desires, hopes and those ideals by which we live and without which life has no meaning. And I would like to note here how we boast that our superiority over other animals lies in human reason through which we imagine we can achieve perfection. Yet reason is inadequate and, I would say, not only quite incapable of making us happy but even of making us less unhappy, much less of making us wise which is supposed to be the main function of reason. Because anyone who becomes so obsessed with thinking about and feeling continuously the true and certain nullity of everything in such a way that neither the succession and variety of things nor some chance event has any power to distract them from this idea, would be absolutely mad, if only because anyone chosing to live by this indisputable principle should be able to predict exactly where it would lead. It is quite certain that most of the time we behave as if we are subject to a kind of distraction or forgetfulness which is directly contrary to reason. Although this might seem real madness, it is our only sensible choice, our only consistent and abiding wisdom whereas the others are not, or only intermittently. From which we see how wisdom as we commonly understand and live by it, is closer to nature than to reason, coming between the two and never, as is usually maintained, arising from the latter alone, and how reason pure and simple, by its very nature, is an obvious route to inevitable and total madness." Traduzione (provvisoria) di Kay Baldwin, copyright: Leopardi Centre, Birmingham [Ci sono tre maniere di vedere le cose. L'una e la più beata, di quelli per li quali esse hanno anche più spirito che corpo, e voglio dire degli uomini di genio e sensibili, ai quali non c'è cosa che non parli all'immaginazione o al cuore, e che trovano da per tutto materia di sublimarsi e di sentire e di vivere, e un rapporto continuo delle cose coll'infinito e coll'uomo, e una vita indefinibile e vaga, in somma di quelli che considerano il tutto sotto un aspetto infinito e in relazione cogli slanci dell'animo loro. L'altra e la più comune di quelli per cui le cose hanno corpo senza aver molto spirito, e voglio dire degli uomini volgari (volgari sotto il rapporto dell'immaginazione e del sentimento, e non riguardo a tutto il resto, p.e. alla scienza, alla politica ec. ec.) che senza essere sublimati da nessuna cosa, trovano però in tutte una realtà, e le considerano quali elle appariscono, e sono stimate comunemente e in natura, e secondo questo si regolano. Questa è la maniera naturale, e la più durevolmente felice, che senza condurre a nessuna grandezza, e senza dar gran risalto al sentimento dell'esistenza, riempie però la vita, di una pienezza non sentita, ma sempre uguale e uniforme, e conduce per una strada piana e in relazione colle circostanze dalla nascita al sepolcro. La terza e la sola funesta e miserabile, e tuttavia la sola vera, di quelli per cui le cose non hanno nè spirito nè corpo, ma son tutte vane e senza sostanza, e voglio dire dei filosofi e degli uomini per lo più di sentimento che dopo l'esperienza e la lugubre cognizione delle cose, dalla prima maniera passano di salto a quest'ultima senza toccare la seconda, e trovano e sentono da per tutto il nulla e il vuoto, e la vanità delle cure umane e dei desideri e delle speranze e di tutte le illusioni inerenti alla vita per modo che senza esse non è vita. E qui voglio notare come la ragione umana di cui facciamo tanta pompa sopra gli altri animali, e nel di cui perfezionamento facciamo consistere quello dell'uomo, sia miserabile e incapace di farci non dico felici ma meno infelici, anzi di condurci alla stessa saviezza, che par tutta consistere nell'uso intero della ragione. Perchè chi si fissasse nella considerazione e nel sentimento continuo del nulla verissimo e certissimo delle cose, in maniera che la successone e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo, giacchè volendosi governare secondo questo incontrastabile principio ognuno vede quali sarebbero le sue operazioni. E pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia la più ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la sola intera e continua saviezza, dove le altre non sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e che possa giovare in questa vita, sia più vicina alla natura che alla ragione, stando fra ambedue e non mai come si dice volgarmente con questa sola, e come essa ragione pura e senza mescolanza, sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia.]
Pubblicato da Giuseppe
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Giacomo Leopardi in un francobollo commemorativo italiano del 1937 |
Dallo: Zibaldone [1821 e 1824] [1].
/ p. 1840 / Non sarebbe fischiato oggidì, non dico in Francia, ma in qualunque parte del mondo civile, un poeta, un romanziere ec. che togliesse [scegliesse, Ndr] per argomento la pederastia.[2], o l'introducesse in qualunque modo; anzi chiunque in una scrittura alquanto nobile s'ardisse di pur nominarla senza perifrasi?
Ora la più polita [3] nazione del mondo, la Grecia, l'introduceva nella sua mitologia (Ganimede), scriveva elegantissime poesie su questo soggetto, donna a donna (Saffo), uomo a giovane (Anacreonte) ec. ec. ne faceva argomento di dispute o trattati rettorici o filosofici (I. ep.<istola> greca di Frontone.[4]), ne parlava nelle più nobili storie colla stessissima disinvoltura, con cui si parla degli amori tra uomo e donna ec. Anzi si può dir che tutta la poesia, la filosofia e la filologia erotica greca versasse principalmente sulla pederastia, essendo presso i greci troppo volgare e creduto troppo sensuale, basso, triviale, indegno della poesia ec. l'amor delle donne, appunto perché naturale. V.<edi> il Fedro, il Convito di Platone gli Amori di Luciano ec.
Il vantato amor platonico (sì sublimemente espresso nel Fedro) non è che pederastia. Tutti i sentimenti nobili che l'amore inspirava ai greci, tutto il sentimentale loro in amore, sia nel fatto sia negli scritti, non appartiene ad altro che alla pederastia, e negli scritti di donne (come nella famosa ode o frammento di Saffo fàinetai moi.[5] ec.), all'amor di donna verso donna.
Basta conoscere un sol tantino la letteratura greca da Anacreonte ai romanzieri, per non dubitar di questo, come alcuni hanno fatto (epist.<ole> di Filostrato, Aristeneto ec. [6]).
E Virgilio il più circospetto non solo degli antichi poeti, ma di tutti i poeti, e forse scrittori; certo il più polito ed elegante di quanti mai scrissero; intendente [7], gelosissimo, e / p. 1841 / modello di finezza, e d'ogni squisitezza di coltura, in un tempo [8] ec. ec. ridusse ed applicò all'infame pederastia il sentimento, e ne fece il soggetto di una storietta sentimentale nel suo Niso ed Eurialo.
(4 Ott. 1821)
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Scena di corteggiamento omosessuale, da un vaso greco del IV secolo a.C. |
/ p.1841 / V<edi> il pensiero precedente, e nota che forse all'esuberanza di vita si può attribuire la grande universalità della pederastia nella Grecia, e in oriente (dove credo che questo vizio ancor domini), mentre fra noi bisogna convenire che questo è un vizio antinaturale, un'inclinazione che il solo eccesso di libidine snaturante i gusti e l'inclinazioni degli uomini, può produrre. Così discorrete degli antichi (certo esuberanti di vita) rispetto ai moderni.
(4 Ott. 1821)
 
/ p. 4047 / (…) Alle altre barbarie umane da me altrove notate si aggiunga la pederastia, snaturatezza infame che fu pure ed è comunissima in Oriente (per non dir altro) e non fu solo propria de' barbari ma di tutta una nazione così civile come la greca, e per tanto tempo (lasciando i romani), e sì propria [e tanto comune, NdR] che sempre che i greci scrivono d'amore in verso o in prosa, intendono (eccetto ben rade volte) di parlar di questo siffatto, voluto fino ridurre in sentimentale da Platone massimamente [9], nel Convivio e più nel Fedro, e altrove, e da Senofonte poi nel Convivio. E Saffo con tanta tenerezza canta la sua innamorata.
Quanto noccia [sia nocivo NdR] questo infame vizio alla società ed alla moltiplicazione del genere umano, è manifesto ec. ec.
Aggiungansi similmente gli spettacoli de' gladiatori, e l'altre barbarie romane ec. ec.
(15 Marzo 1824) |
L'autore ringrazia fin d'ora chi vorrà aiutarlo a trovare immagini e ulteriori dati su persone, luoghi e fatti descritti in questa pagina, e chi gli segnalerà eventuali errori in essa contenuti.
| Note
[1] Il testo da: Giacomo Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, Le Monnier, Firenze 1921-1924, come online nel Progetto Manuzio (online si trova anche qui). L'opera è più nota come Zibaldone di pensieri: è una raccolta di appunti ed osservazioni. (In arancione le parole che in futuro conterranno i link verso i documenti citati).
Su quella che io penso sia l'omosessualità di Leopardi si veda il saggio biografico che gli ho dedicato.
[2] In quest'epoca il termine indicava, come eufemismo, non tanto la pedofilia, quanto il coito anale fra uomini.
[3] Nel senso di "civile".
[4] Leopardi allude qui al cosiddetto Discorso sull'amore [Lògos erotikòs] [ca. 139 d.C.] di Marco Cornelio Frontone (ca. 100 - ca. 166/170 d.C.). Una traduzione italiana, col testo greco a fronte, è in: Marco Cornelio Frontone, Opere, Utet, Torino 1979, pp. 503-511. Si tratta di una dissertazione scritta sulla falsariga del Fedro di Platone, in cui l'autore confronta se stesso, (ammiratore non innamorato), con un "innamorato", e sostiene che la propria disinteressata e temperante amicizia è migliore di quella dell'innamorato.
[5] Le prime due parole ("A me sembra...") di una celebre poesia di Saffo (nel testo di Leopardi le due parole sono scritte in caratteri greci: le ho traslitterate io).
[6] Allusione alle numerose lettere d'amore omosessuale contenute in: Filostrato di Lemno senior (ca. 170-ca. 245 d.C.), Lettere [Epistolài erotikài] [sec. II-III d.C.]. In: Le opere dei due Filostrati, Tipografia Molina, Milano 1831, vol. 2, pp. 349-405. Testo greco in: The letters of Alciphron, Aelian and Philostratus, Loeb 1959, pp. 415-545. L'altro documento a cui si allude è: Aristeneto di Nicea (secc. V-VI d.C.), Lettere [Erotikài epistolài] [ca. 500 d.C.], in: Collezione degli erotici greci tradotti in volgare, Capurro, Pisa 1817, vol. 4. Testo greco: Epistolarum libri II, Teubner, Stuttgart 1971. (Si veda I, 8 e I, 20).
[7] "Conoscitore".
[8] "Al tempo stesso".
[9] "Soprattutto". |
Ripubblicazione consentita previo permesso dell'autore: scrivere per accordi.
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Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere.
(Bologna. 22. Apr. 1826.)
Pubblicato da Maria Grazia per Giacomo
4月1日
Ma la morale non è altro che convenienza, e i tempi avevano portato nuove convenienze. Questo discorso potrebbe infinitamente estendersi generalizzando sullo stato del mondo antico e moderno, e sulla differente morale adattata a questi diversi stati. L'uomo isolato non aveva bisogno di morale, e nessuna ne ebbe infatti, essendo un sogno la legge naturale. Egli ebbe solo dei doveri d'inclinazione verso se stesso, i soli doveri utili e convenienti nel suo stato. Stretta la società, la morale fu convenienza, e Dio la diede all'uomo appoco appoco, o piuttosto ora una ora un'altra, secondo i successivi stati della società: e ciascuna di queste morali era ugualmente perfetta, perchè conveniente; e perfetto è l'uomo isolato, senza morale. La morale cristiana sarebbe stata imperfetta perchè sconveniente per Abramo, [1642]e per Mosè. ec. Ciò che dicono i Teologi delle azioni fatte lecite da un particolare impulso dello Spirito Santo, non dimostra egli chiaro che la morale dipende da Dio (siccome la convenienza), e che Dio non dipende punto dalla morale?
3月25日 Un argomento che mi sembra di assoluta attualità è quello che viene illustrato da Giacomo nello Zibaldone: "Umanità degli antichi ec. Vecchi. Cosa lacrimevole, infame, pur naturalissimo, il disprezzo de' vecchi, anche nella società più polita. Un vecchio (oggi, in Italia, almeno) in una compagnia, è lo spasso, il soggetto de' motteggi di tutta la brigata. Nè solo disprezzo: trascuranza, non assisterli, non prestar loro quegli uffizi, quegli aiuti, il cui commercio è il fine e la causa della società umana, de' quali i vecchi hanno tanto più necessità che gli altri. I giovani sono serviti, i vecchi conviene che si servan da se. In una medesima stanza, se ad una giovane cadrà di mano il fuso, il ventaglio, sarà pronto chi lo raccolga per lei; se ad una vecchia, a cui il levarsi in piedi, l'incurvarsi, sarà penoso veramente, la vecchia dovrà raccorselo essa. E così ancora in casi di malattie ec. ec. Spesso i vecchi, anco in uguaglianza di condizione, hanno ad [4518]aiutare e servire i giovani. E parlo d'aiuti e di servigi corporali. Ci scandalizziamo di quei Barbari che si fanno servir dalle donne: ma il fatto nostro è lo stesso, se non peggiore. E viene dallo stesso spietato e brutale, ma naturale principio, che il forte sia servito, il debole serva. Il pensiero è del 1829. Già nel 19° secolo dunque c'era la cattiva abitudine di non curarsi più di tanto dei vecchi? Probabilmente, io credo, questo succedeva nelle famiglie nobili nelle dimore delle quali esisteva una servitù pronta a raccattare ventagli o correre per un aiuto improvviso. Più semplicemente nella società contadina del tempo (ed anche del nostro, almeno di quelli tra noi più maturi) era d'uso che nelle famiglie patriarcali (come era nel tempo passato), la persona anziana venisse accudita dagli altri componenti della famiglia (nuore, nipoti, fratelli ecc..)l. Fortunata dunque la "plebe"? Anche per questo fortunata? Non solo per il lavoro "esteriore" che consentiva di fuggire la noia esistenziale! Ma, ricordiamo, anche l'educazione dei bambini era molto spesso delegata ad altri nelle nobili famiglie, non sentendo, soprattutto, la madre ma anche il padre, la necessità di seguire i rampolli personalmente. Sappiamo che, in questo, Giacomo fu una eccezione, poiché il padre addirittura giocava con i suoi ragazzi e la madre, checché se ne dica, curava personalmente i figli, ad es. i loro geloni; che poi costei avesse un carattere quasi virile, di una razionalità da far paura, questo è altro discorso... Molte donne e madri, anche oggi, non manifestano tenerezze apertamente pensando, secondo un concetto errato di pedagogia, che farlo sarebbe debolezza! Bambini e vecchi non occupavano, evidentemente, un posto di rilievo in quella società.. Probabilmente i maschi erano senz'altro più fortunati: a loro vantaggio venivano enumerate doti di saggezza che solo un vegliardo poteva possedere. Ma, in quanto ai "servigi", pare che questi "saggi" non avessero la consolazione di vedere un giovane nipote occuparsi di loro. Trasportato ad oggi, il discorso si potrebbe snodare lungo sentieri contigui, quali l'educazione, il rispetto, il valore della persona e così via... Che ne dite? E' ben triste la conclusione del pensiero leopardiano, è una conclusione che ricorda tanto le leggi di natura: solo il forte sopravvive...

Pubblicato da Maria Grazia 8月28日
Da quella parte della mia teoria del piacere dove si mostra come degli oggetti veduti per metà, o con certi impedimenti ec. ci destino idee indefinite, si spiega perchè piaccia la luce del sole o della luna, veduta in luogo dov'essi non si vedano e non si scopra la sorgente della luce; un luogo solamente in parte illuminato da essa luce; il riflesso di detta luce, e i vari effetti materiali che ne derivano; il penetrare di detta luce in luoghi dov'ella divenga incerta e impedita, e non bene si distingua, come attraverso un canneto, in una selva, per li balconi socchiusi ec. ec.; la detta luce veduta in luogo oggetto ec. dov'ella non entri e non percota dirittamente, ma vi sia ribattuta e diffusa da qualche altro luogo od oggetto ec. dov'ella venga a battere; in un andito veduto al di dentro o al di fuori, e in una loggia parimente ec. quei luoghi dove la luce si confonde ec. ec. colle ombre, come sotto un portico, in una loggia elevata e pensile, fra le rupi e i burroni, in una valle, sui colli veduti dalla parte dell'ombra, in modo che ne sieno indorate le cime; il riflesso che produce p.e. un vetro colorato su quegli oggetti su cui si riflettono i raggi che passano per detto vetro; tutti quegli oggetti in somma che per diverse [1745]materiali e menome circostanze giungono alla nostra vista, udito ec. in modo incerto, mal distinto, imperfetto, incompleto, o fuor dell'ordinario ec. Per lo contrario la vista del sole o della luna in una campagna vasta ed aprica, e in un cielo aperto ec. è piacevole per la vastità della sensazione. Ed è pur piacevole per la ragione assegnata di sopra, la vista di un cielo diversamente sparso di nuvoletti, dove la luce del sole o della luna produca effetti variati, e indistinti, e non ordinari. ec. È piacevolissima e sentimentalissima la stessa luce veduta nelle città, dov'ella è frastagliata dalle ombre, dove lo scuro contrasta in molti luoghi col chiaro, dove la luce in molte parti degrada appoco appoco, come sui tetti, dove alcuni luoghi riposti nascondono la vista dell'astro luminoso ec. ec. A questo piacere contribuisce la varietà, l'incertezza, il non veder tutto, e il potersi perciò spaziare coll'immaginazione, riguardo a ciò che non si vede. Similmente dico dei simili effetti, che producono gli alberi, i filari, i colli, i pergolati, i casolari, [1746]i pagliai, le ineguaglianze del suolo ec. nelle campagne. Per lo contrario una vasta e tutta uguale pianura, dove la luce si spazi e diffonda senza diversità, nè ostacolo; dove l'occhio si perda ec. è pure piacevolissima, per l'idea indefinita in estensione, che deriva da tal veduta. Così un cielo senza nuvolo. Nel qual proposito osservo che il piacere della varietà e dell'incertezza prevale a quello dell'apparente infinità, e dell'immensa uniformità. E quindi un cielo variamente sparso di nuvoletti, è forse più piacevole di un cielo affatto puro; e la vista del cielo è forse meno piacevole di quella della terra, e delle campagne ec. perchè meno varia (ed anche meno simile a noi, meno propria di noi, meno appartenente alle cose nostre ec.) Infatti, ponetevi supino in modo che voi non vediate se non il cielo, separato dalla terra, voi proverete una sensazione molto meno piacevole che considerando una campagna, o considerando il cielo nella sua corrispondenza e relazione colla terra, ed unitamente ad essa in un medesimo punto di vista.
È piacevolissima ancora, per le sopraddette [1747]cagioni la vista di una moltitudine innumerabile, come delle stelle, o di persone ec. un moto moltiplice, incerto, confuso, irregolare, disordinato, un ondeggiamento vago ec. che l'animo non possa determinare, nè concepire definitamente e distintamente ec. come quello di una folla, o di un gran numero di formiche, o del mare agitato ec. Similmente una moltitudine di suoni irregolarmente mescolati, e non distinguibili l'uno dall'altro ec. ec. ec.
(20. Sett. 1821.)
  Pubblicato da Olimpia 
7月27日
Diciamo male che il tal desiderio è stato soddisfatto. Non si soddisfanno i desideri, conseguito che abbiamo l'oggetto, ma si spengono, cioè si perdono ed abbandonano per la certezza acquistata di non poterli mai soddisfare. E tutto quello che si guadagna conseguito l'oggetto desiderato, è di conoscerlo intieramente.
(14. Agosto 1820.)
Giuseppe
Che la materia pensi, è un fatto. Un fatto, perchè noi pensiamo; e noi non sappiamo, non conosciamo di essere, non possiamo conoscere, concepire, altro che materia. Un fatto perchè noi veggiamo che le modificazioni del pensiero dipendono totalmente dalle sensazioni, dallo stato del nostro fisico; che l'animo nostro corrisponde in tutto alle varietà ed alle variazioni del nostro corpo. Un fatto, perchè noi sentiamo corporalmente il pensiero: ciascun di noi sente che il pensiero non è nel suo braccio, nella sua gamba; sente che egli pensa con una parte materiale di se, cioè col suo cervello, come egli sente di vedere co' suoi occhi, di toccare colle sue mani. Se la questione dunque si riguardasse, come si dovrebbe, da questo lato; cioè che chi nega il pensiero alla materia nega un fatto, contrasta all'evidenza, sostiene per lo meno uno stravagante paradosso; che chi crede la materia pensante, non solo non avanza nulla di strano, di ricercato, di recondito, ma avanza una cosa ovvia, avanza quello che è dettato dalla natura, la proposizione più naturale e più ovvia che possa esservi in questa materia; forse le conclusioni degli uomini su tal punto sarebbero diverse da quel che sono, e i profondi filosofi [4289]spiritualisti di questo e de' passati tempi, avrebbero ritrovato e ritroverebbero assai minor difficoltà ed assurdità nel materialismo.
(Firenze. 18. Sett. 1827.)
Postato da Giuseppe
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