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October 30 LEOPARDI POETA ED UOMO DEMOCRATICO Breve saggio sul pensiero politico di Giacomo Leopardi. “Sapete ch’io abbomino la politica, perché credo, anzi vedo che gli individui sono infelici sotto ogni forma di governo; colpa della natura che ha fatti gli uomini all’infelicità; e rido della felicità delle masse, perché il mio piccolo cervello non concepisce una massa felice, composta d’individui non felici”.[1] Così scrive Giacomo a Fanny nella famosa lettera del 5 Dicembre del 1831. Dunque la questione sembra liquidata, in maniera risoluta e definitiva. L’uomo è infelice sotto ogni forma di governo, ergo è inutile la lotta politica ed ogni forma di organizzazione che tenti di rendere migliore la vita dell’uomo. Niente di più sbagliato. Giacomo si interessa di politica ed abbastanza e, pur nella linea madre della certezza di quella che Timpanaro chiama fragilità biologica dell’uomo, si pone degli interrogativi e fornisce delle risposte che presuppongono “una vasta ed acuminata riflessione storico – politica….degna di figurare tra i classici del genere, da Machiavelli a Tocqueville”.[2] Del resto, al pensiero politico di Leopardi è stato addirittura dedicato il sesto convegno internazionali di studi leopardiani tenutosi a Recanati dal 9 all’11 Settembre del 1984, i cui atti sono stati pubblicati in un voluminoso volume edito da Olschki Firenze nel 1989. Al conveno parteciparono fior di studiosi, tra i quali si possono ricordare, addirittura, Cesare Leporini e poi ancora, solo per citare coloro che conosco io, Bruno Biral, Gioanola, Musumarra e Sipala. Nella sua appassionata introduzione, l’autore dell’ormai celebre “Leopardi progressivo”, sottolinea “il risorgere dell’interesse politico in Leopardi nella sua ultima e ultimissima fase, indubitabile nei Paralipomeni, ma indubitabile anche nella Ginestra…”.[3] Ma fu Sebastiano Timpanaro, nel lontano 1975, a trascinare Giacomo in mezzo ad una querelle politica, che vide il grande filologo, allora militante nel Partito socialista di unità proletaria, in aperta polemica letteraria e politica con vasti settori della sinistra italiana, in special modo con i critici di scuola comunista. Erano i tempi appena successivi alle drammatiche vicende cilene, che portarono il segretario del Partito comunista italiano ad una riflessione da cui ricavò la convinzione, per la difesa dei valori democratici, della inevitabilità di una collaborazione tra comunisti e cattolici. Dunque, sul numero 2 del 31 Marzo 1975 della rivista Belfagor , edita dalla casa editrice Olschki di Firenze, apparse la prima parte di un lungo articolo, poi raccolto in un volume dallo stesso titolo ormai introvabile, di Sebastiano Timpanaro: “Antileopardiani E Neomoderati Nella Sinistra Italiana”. L’articolo si rifaceva ad un precedente di Romano Luperini, apparso sul numero precedente della stessa rivista, dal titolo: “Compromesso storico e critica letteraria”. Dunque le due anime della sinistra, quella pronta all’incontro con la Democrazia Cristiana e quella più radicale, cosciente che nulla di buono può venire alle sorti della classe operaia da quell’incontro, si scontrano soprattutto sui risvolti culturali che quel compromesso comporta. “..si sta delineando nella sinistra ufficiale italiana, e più particolarmente nell’area del PCI, una revisione di giudizi sui maggiori rappresentanti della letteratura e dell’ideologia del primo Ottocento italiano…”[4] Timpanaro avvicina questa corrente marxista e revisionista alla corrente cattolica crociata che vedeva in Giacomo solo un poeta idillico, con in più, in questa, una tendenza di condanna e di forte dimensionamento ideologico del pensiero di Leopardi. Non a caso, il giudizio svalutativo investe anche “quei pochissimi minori che, vicini a lui per formazione ideologico-letteraria, non aspettarono la sua morte per intenderne la grandezza: primo fra tutti, come è ovvio, Pietro Giordani”.[5] Parallelamente al dimensionamento ideologico di leopardi, la sinistra marxista porta avanti un discorso di “entusiasmo sforzato”[6] per l’opera del Manzoni, vista addirittura come uno scrittore rivoluzionario. Secondo Timpanaro, nel momento in cui la sinistra rivoluzionaria aderisce ad una forma di progresso borghese, scopre “..d’un tratto che il leopardi, nemico di quel progresso, fu un antiprogressista tout court; e che il Manzoni si riveli…un modello di progressismo sociale da accettare come il più avanzato possibile per la sua epoca, o addirittura come tuttora valido;”[7]. Per Timpanaro, questa visione di Manzoni è fuori dalla realtà, perché a detta dei suoi stessi propugnatori, essa è fondata solo sulla considerazione che protagonisti dei Promessi Sposi sono gli umili, i popolani Renzo e Lucia. Come se bastasse render protagonisti della storia gente del popolo per fare della storia stessa un’opera rivoluzionaria. Nella foga della loro corsa verso i compromesso, questi geniali critici della sinistra marxista dimenticano che persino uno dei loro padri si era pronunciato contro tale tendenza. “Invano Gramsci (Letteratura e vita nazionale, pag. 73) aveva avvertito che il dare una parte di protagonisti a Renzo e Lucia, e il far partecipare alla vicenda tanti altri umili, non costituisce di per sé una prova del carattere democratico del romanzo, perché gli umili sono quasi sempre guardati paternalisticamente, con affettuosa ironia, sicché l’atteggiamento del Manzoni verso il popolo non è popolaredemocratico, ma aristocratico”[8]. Come si vede, Timpanaro vede nella scoperta di un Manzoni democratico la scoperta del Partito Comunista Italiano della via riformista al potere, con l’accettazione della visione borghese della società. Ma non è questo il punto della nostra ricerca. L’abbiamo toccato perché l’accettazione della visione borghese, aborrita, come vedremo, dal Leopardi, porta ad un distacco violento dalla visione del Leopardi nata nel 1947 coi famosi saggi di Binni e Luporini. Secondo Timpanaro, al paternalismo aristocratico del Manzoni corrisponde, in Giacomo, “la simpatia con cui…in contrasto col disprezzo che ha versp i vecchi proprietari fondiari noumeno che per i nuovi borghesi trafficanti, guarda sempre gli artigiani, i contadini, l’unico popolo di cui aveva conoscenza diretta (cfr. Leporini, pp. 265 s, 268; Binni, La protesta di leopardi cit. pp. 265-275). Egli non pensa al popolo lavoratore come potenziale instauratore di un nuovo ordine sociale attraverso una rivoluzione. Ma non ha nemmeno, mai, la paura della rivoluzione; e, ciò che più importa, non è un populista: Nella sua valutazione del popolo come persone la cui vita si fonda sul vero e non sul falso non c’è l’idoleggiamento della religiosità popolare…e non c’è neppure mai l’ironia paternalistica del Manzoni”.[9] Il discorso di Timpanaro, è così appassionato eppure così coerentemente lucido. L’antipolitico per eccellenza può ben essere considerato il Poeta che parla del popolo in maniera così sentita e simpatica, senza il paternalismo religioso del Manzoni. Il “reazionario” Leopardi manifesta nelle sue opere (Lo Zibaldone, la Ginestra, come vedremo), grande simpatia per i risultati della rivoluzione francese, ove in Manzoni la Rivoluzione rappresenta l’esempio sanguinoso dell’intervento popolare nella Storia. Vogliamo qui affermare che Giacomo era un grande democratico. Il poeta è convinto che nessun regime può dare la felicità né all’individuo né alle masse, ma da qui non si puà arrivare a negare che il pensiero di Giacomo si sia adoperato nella ricerca di un tipo di società in cui la sorte dell’uomo potesse essere alleviata, potesse essere “migliore”. Ci sorreggerà, in questa visione, la letture delle Opere di Giacomo, i canti e lo Zibaldone in special modo. Citeremo pochi ma significativi passi, come quello sulla moneta che sembra così profetico, nella sua lucida visione. “Osservate poi, nella stessa moderna perfezione delle arti, le immense fatiche e miserie che son necessarie per proccurar la moneta alla società. Cominciate dal lavoro delle miniere, ed estrazion dei metalli, e discendete fino all'ultima opera del conio. Osservate quanti uomini sono necessitati ad una regolare e stabile infelicità, a malattie, a morti, a schiavitù (o gratuita e violenta, o mercenaria) a disastri, a miserie, a pene, a travagli d'ogni sorta, per proccurare agli altri uomini questo mezzo di civiltà, e preteso mezzo di felicità. Ditemi quindi 1. se è credibile che la natura abbia posta da principio la perfezione e felicità degli uomini a questo prezzo, cioè al prezzo dell'infelicità regolare di una metà degli uomini. (e dico una metà, considerando non solo questo, ma anche gli altri rami della pretesa perfezione sociale, che costano il medesimo prezzo.) Ditemi 2. se queste miserie de' nostri simili sono consentanee a quella medesima civiltà, alla quale servono. È noto come la schiavitù sia [1173]difesa da molti e molti politici ec. e conservata poi nel fatto anche contro le teorie, come necessaria al comodo, alla perfezione, al bene, alla civiltà della società. E quello che dico della moneta, dico pure delle derrate che ci vengono da lontanissime parti, mediante le stesse o simili miserie, schiavitù ec. come il zucchero, caffè ec. ec. e si hanno per necessarie alla perfezione della società. V. p.1182. E vedete da questo, come la civiltà (secondo il costume di tutte le false teorie) contraddica a se stessa anche in teorica, ed oltracciò non possa sussistere senza circostanze che ripugnano alla sua natura, e sono assolutamente incivili, anzi barbare in tutta la verità e la forza del termine. Sicchè la perfetta civiltà non può sussistere senza la barbarie perfetta, la perfezione della società senza la imperfezione (e imperfezione nello stesso senso e genere in cui s'intende la detta perfezione); e tolta questa imperfezione, si taglierebbero le radici alla pretesa perfezione della società. Torno a domandare se tali contraddizioni ed assurdi è presumibile che fossero ordinati e disposti primordialmente dalla natura, intorno alla perfezione, vale a dire al ben ESSERE della principal creatura terrena, cioè l'uomo. [1174]E notate che l'uso della moneta quanto è necessario a quella che oggi si chiama perfezione dello stato sociale, tanto nuoce a quella perfezione ch'io vo predicando; giacchè il detto uso è l'uno de' principalissimi ostacoli alla conservazione dell'uguaglianza fra gli uomini, e quindi degli stati liberi, alla preponderanza del merito vero e della virtù ec. ec. e l'una delle principalissime cagioni che introducono, e appoco appoco costringono la società all'oppressione, al dispotismo, alla servitù, alla gravitazione delle une classi sulle altre, insomma estinguono la vita morale ed intima delle nazioni, e le nazioni medesime in quanto erano nazioni. (16. Giugno 1821.). Quel che si è detto della moneta si può dire di mille altri usi ec. necessari alla società o civiltà, e pur d'invenzione ec. difficilissima, come la scrittura, la stampa ec.”[10] Si vede come Giacomo insista sul principio di eguaglianza, e su come il progresso sia inumano quando si fonda, anche ai fini dell’incivilimento, sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Indicativo di questa visione è pure quel passo da cui traspare sì la mania leopardiana del mangiare da solo, ma motivata anche da una visione democratica dei rapporti sociali. “Alla p.4245. Un'altra cagione per la quale io amo la monofagÛa è per non avere (come necessariamente avrei se mangiassi in compagnia) dintorno alla mia tavola, assistenti al mio pasto, d'importuns laquais, épiant nos discours, critiquant tout bas nos maintiens, comptant nos morceaux d'un oeil avide, s'amusant à nous faire attendre à boire, et murmurant d'un trop long dîner. (Rousseau, Émile.) Disgraziatamente non mi è mai riuscito di assuefarmi a provar piacere in presenza di persone che, di mia certa scienza, lo condannino, lo deridano, se ne annoino; non ho mai potuto comprendere come gli altri sopportino anzi si compiacciano, di siffatti testimonii, l'occupazione e i pensieri dei quali in quel tempo, tutti sanno essere appunto quelli detti di sopra. Anche gli antichi a tavola si facevano servire, ma da schiavi, cioè da genti che essi stimavano meno che uomini, o certo, meno uomini che essi. Però aveano forse ragione di non curarsi, e di non temere le loro railleries e disapprovazioni. Ma i nostri servitori sono nostri uguali. Ed è bene strano che noi, tanto sensibili sopra ogni menomo ridicolo, ogni menoma parola o pensiero che noi possiamo sapere o sospettare in altrui a nostro disfavore; non ci diamo cura alcuna di quelli dei servitori in quel tempo, i quali, non sospettiamo, ma sappiamo ben certo quali sieno intorno di noi: e che mentre non potremmo senza molestia starcene fermi e oziosi a sedere in un luogo dove fosse presente uno che noi sapessimo che attualmente si trattenesse in dir male di noi ed in ischernirci; possiamo poi, avendo molti dintorno di questa sorte, gustare tranquillamente, e pienamente senza disturbo alcuno, i piaceri della tavola. L'opinione che gli antichi avevano dei loro schiavi, li giustifica anche per un altro verso, cioè del loro non curarsi dell'incomodo, della noia, della rabbia che i loro servi dovevano necessariamente provare nel tempo, e per cagione, di quei loro piaceri; e che ciascun di noi proverebbe se si trovasse nel [4276]luogo dei nostri servi quando assistono alle nostre tavole. In vero l'umanità e la cordialità nostra possono essere un poco accusate, quando elle ci permettono abitualmente di godere in presenza di persone che il nostro godimento fa patire, e il cui patimento ci sta sotto gli occhi; e nondimeno godere senza il menomo disturbo. Non è molto umano il divertirsi in una conversazione mentre il vostro cocchiere sta esposto alla pioggia: ma in fine voi non lo vedete. Non è molto umano lo stornar gli occhi dai patimenti degli altri per non esserne afflitto o turbato, perchè quel pensiero non vi guasti i vostri diletti. Ma il dilettarsi tranquillamente e a tutto suo agio, finchè n'è capace il corpo e lo spirito, avendo, non lontane, ma presenti, non nel pensiero, ma negli occhi, persone uguali a noi, che manifestamente (e con tutta ragione) soffrono, e non per altra causa, ma pel nostro stesso godere, quanto sarà umano? Io confesso che non mi è riuscito mai di provar piacere in cosa che io, non dico vedessi, non sapessi, ma che pur sospettassi che fosse di molestia o di noia ad alcuno: perchè non mi è mai riuscito di potermi in quel tempo cacciar quel pensiero dalla mente. E ciò, quando anche non fosse ragionevole in quella tal persona il darsene quella molestia. Perciò non voglio mangiare in compagnia, per non aver servitori intorno: perchè appunto io voglio alla tavola provar piacere: e mangiando solo, non voglio averne che mi assistano. Tanto più che io per bisogno, e con molta ragione, voglio mangiare a grand'agio, e con lunghezza di tempo (non parendomi anche che il tempo sia male impiegato in questo, come par che stimino molti, che si affrettano d'ingoiare ogni cosa, e di levarsi su, quasi che questo momento fosse il più bello del desinare); la qual lunghezza, con altrettanta ragione, da chi mi servisse, sarebbe trovata estremamente fastidiosa e intollerabile. (7. Apr. 1827.)[11] “La natura, sola fonte possibile di felicità anche all'uomo sociale, è sparita. Ecco l'arte, la ragione, la meditazione, il sapere, la filosofia si fanno avanti per supplire all'assenza o corruzone della natura, rimediarci, sostituire i loro (pretesi) mezzi di felicità, ai mezzi della natura; occupare in somma il luogo da cui la natura era cacciata, e far le di lei veci; condurre l'uomo cioè a quella felicità, a cui la natura lo conduceva. Quante forme di governo non sono state ideate! quante messe in pratica! quanti sogni, quante chimere, quante utopie ne' pensieri de' filosofi! certo essi erravano ne' principii, giacchè pretendevano d'immaginare un governo perfetto, e [563](lasciando tutto il resto, lasciando le assurdità e impossibilità nell'applicazione delle loro teoriche al fatto) la perfezione possibile del governo non è altra che quella che ho detta; perfezione semplicissima, e che non ha bisogno di studi, meditazioni, esperienze, complicazioni per esser trovata e conseguita; anzi non è perfezione se è complicata, ma non può esser altro che semplicissima. Fra tante miserie di governi che quasi facevano a gara, qual fosse il più imperfetto e cattivo, e il meglio adattato a proccurare l'infelicità degli uomini; egli è certo ed evidente, che lo stato libero e democratico, fino a tanto che il popolo conservò tanto di natura da esser suscettibile in potenza ed in atto, di virtù di eroismo, di grandi illusioni, di forza d'animo, di buoni costumi; fu certamente il migliore di tutti. L'uomo non era più tanto naturale, da potersi trovar uno che reggesse al dominio senza corrompersi, e senza abusarne: e dopo inventata la malizia, il potere senza limiti, non poteva più sussistere, nè per parte del principe che ne [564]abusava inevitabilmente, nè per parte del popolo. Perchè se questo non era costretto e circoscritto da freni, da leggi, da forze, in somma da catene, non era più capace di ubbidire spontaneamente, di badare tranquillamente alla sua parte, di non usurpare, non sacrificare il vicino, o il pubblico a se stesso, non aspirare all'occasione anche al principato, in somma non era capace di non tendere alla pleonejÛa in ogni cosa. L'ubbidienza e sommissione totale al principe, e l'esser pronto a servirlo, non è insomma altro che un sacrifizio al ben comune, un esser pronto a sacrificarsi per gli altri, un contribuire pro virili parte al pubblico bene. Dico quando la detta sommissione è spontanea. Ma l'egoismo non è capace di sacrifizi. Dunque la detta sommissione spontanea non era più da sperare; la comunione degl'interessi d'ogni individuo coll'interesse pubblico era impossibile. Nato dunque l'egoismo, nè il popolo poteva ubbidir più se non era servo, nè il principe comandare senza esser tiranno. (V. p.523. capoverso ult.) Le cose non andavano più alla buona, nè secondo natura, e questo o quello non andava in questo o quel modo, se non per una necessità certa e definita: ed era divenuta indispensabile, quella che ora lo è molto più, in proporzione della maggior corruttela, cioè la matematica delle cose, delle regole, delle forze. [565]Ma restava ancora nel mondo tanta natura, tanta forza di credenze naturali o illusioni, da poter sostenere lo stato democratico, e conseguirne una certa felicità e perfezione di governo. Uno stato favorevolissimo alle illusioni, all'entusiasmo ec. uno stato che esigge grand'azione e movimento: uno stato dove ogni azione pubblica degl'individui è sottoposta al giudizio, e fatta sotto gli occhi della moltitudine, giudice, come ho detto altrove, per lo più necessariamente giusto; uno stato dove per conseguenza la virtù e il merito non poteva mancar di premio; uno stato dove anzi era d'interesse del popolo il premiare i meritevoli, giacchè questi non erano altro che servitori suoi, ed i meriti loro, non altro che benefizi fatti al popolo, il quale conveniva che incoraggisse gli altri ad imitarli; uno stato dove, se non altro, e malgrado le ultime sventure individuali, non può quasi mancare al merito, ed alle grandi azioni il premio della gloria, quel fantasma immenso, quella molla onnipotente nella società; uno stato, del [566]quale ciascuno sente di far parte, e al quale però ciascuno è affezionato, e interessato dal proprio egoismo, e come a se stesso; uno stato dove non c'è molto da invidiare, perchè tutti sono appresso a poco uguali, i vantaggi sono distribuiti equabilmente, le preminenze non sono che di merito e di gloria, cose poco soggette all'invidia, e perchè la strada per ottenerle è aperta a ciascheduno, e perchè non si ottengono se non per mezzo e volontà di ciascheduno, e perchè ridondano in vantaggio della moltitudine; in somma uno stato che sebbene non è il primitivo della società, è però il primitivo dell'uomo, naturalmente libero, e padrone di se stesso, e uguale agli altri (come ogni altro animale), e quindi moltissimo della natura sola sorgente di perfezione e felicità: un simile stato finchè restava tanta natura da sostenerlo, e quanta bastava perch'egli fosse ancora compatibile colla società; era certamente dopo la monarchia primitiva, il più conveniente all'uomo, il più fruttuoso alla vita, il più felice. [567]Tale fu appresso a poco lo stato delle repubbliche greche fino alle guerre persiane, della romana fino alle puniche. Ma come l'uguaglianza è incompatibile con uno stato il cui principio è l'unità, dal quale vengono necessariamente le gerarchie; così la disuguaglianza è incompatibile con quello stato, il cui principio è l'opposto dell'unità, cioè il potere diviso fra ciascheduno, ossia la libertà e democrazia. La perfetta uguaglianza è la base necessaria della libertà. Vale a dire, è necessario che fra quelli fra' quali il potere è diviso, non vi sia squilibrio di potere; e nessuno ne abbia più nè meno di un altro. Perchè in questo e non in altro è riposta l'idea, l'essenza e il fondamento della libertà. Ed oltre che senza questo, la libertà non è più vera, nè intera; non può neanche durare in questa imperfezione. Perchè, come l'unità del potere porta il monarca ad abusarsene, e passare i limiti; così la maggioranza del potere, porta il maggiore ad abusarsene, e cercare di accrescerlo; e così le [568]democrazie vengono a ricadere nella monarchia. Nè solamente la pleonejÛa del potere, ma ogni sorta di pleonejÛa, è incompatibile e mortifera alla libertà. Nella libertà non bisogna che l'uno abbia sopra l'altro nessun avvantaggio se non di merito o di stima, in somma di cose che non possano essere nè invidiate per parte degli altri, nè abusate, e portate oltre i limiti da chi le possiede. Altrimenti nascono le invidie negli uni, il desiderio di maggior superiorità negli altri. Questi cercano d'innalzarsi, quelli di non restare al di sotto, o di conseguire gli stessi vantaggi. Quindi fazioni, discordie, partiti, clientele, risse, guerre, e alla fine vittoria e preponderanza di un solo, e monarchia. Perciò gli antichi legislatori, come Licurgo, o i savi repubblicani, come Fabrizio, Catone ec. proibivano le ricchezze, gastigavano chi possedeva troppo più degli altri (come fece Fabrizio nella censura), proscrivevano il sapere, le scienze, le arti, la coltura dello spirito, insomma ogni sorta di pleonejÛa. Perciò tutte le repubbliche e democrazie vere, sono state povere e ignoranti [569]finchè ha durato il loro ben essere. Perciò gli Ateniesi arrivavano ad esser gelosissimi anche del troppo merito, della virtù segnalata, della mera gloria, ancorchè spoglia di onori esterni; ed è osservabile che la superiorità del merito anche fra i Romani fu tanto più sfortunata, quanto la democrazia era più perfetta, cioè ne' primi tempi, come in Coriolano, in Camillo ec. Colle ricchezze, il lusso, le aderenze, la coltura degl'ingegni, la troppa disuguaglianza delle dignità, ed onori esteriori, del potere ec. ed anche la sola eccessiva sproporzione del merito e della pura gloria, perirono, e sempre periranno tutte le democrazie. Ma siccome è impossibile la durevole conservazione della perfetta uguaglianza, e la perfetta uguaglianza è il fondamento essenziale, e la conservatrice sola e indispensabile della democrazia, così questo stato non può durar lungo tempo, e si risolve naturalmente nella monarchia, se non è abbastanza fortunato per cader piuttosto nell'oligarchia, o nel governo degli ottimati, cioè nell'aristocrazia, le quali [570]però non sono ordinariamente, anzi si può dir sempre, fuori che un altro gradino alla monarchia. V. p.608. capoverso 1. Il solo preservativo contro la troppa e nocevole disuguaglianza nello stato libero, è la natura, cioè le illusioni naturali, le quali diriggono l'egoismo e l'amor proprio, appunto a non voler nulla più degli altri, a sacrificarsi al comune, a mantenersi nell'uguaglianza, a difendere il presente stato di cose, e rifiutare ogni singolarità e maggioranza, eccetto quella dei sacrifizi, dei pericoli, e delle virtù conducenti alla conservazione della libertà ed uguaglianza di tutti. Il solo rimedio contro le disuguaglianze che pur nascono, è la natura, cioè parimente le illusioni naturali, le quali fanno e che queste disuguaglianze non derivino se non dalla virtù e dal merito, e che la virtù e l'eroismo comune della nazione, le tolleri, anzi le veda di buon occhio, e senza invidia, e con piacere, come effetto del merito, e non si sforzi di arrivare a quella superiorità, se non per lo stesso mezzo della virtù e del merito. E che quelli che hanno conseguita la detta superiorità, sia di gloria, sia di uffizi e dignità (giacchè quella di ricchezze, e altri tali vantaggi, non ha luogo finchè dura nella [571]repubblica l'influenza della natura), non se ne abusino, non cerchino di passar oltre, sieno contenti, anzi impieghino il poter loro a mantener l'uguaglianza e libertà, si comunichino agli altri, diminuiscano l'invidia de' loro vantaggi col fuggire l'orgoglio, la cupidigia, il disprezzo o l'oppressione degli inferiori ec. ec. ec. E tutto questo accadeva effettivamente nei primi e migliori tempi delle antiche democrazie, cioè ne' più vicini alla natura, e per gli effetti e le opere e i costumi, e materialmente per l'età. Ma spente le illusioni, scemata o tolta la natura, tornato in campo il basso egoismo fomentato dai vantaggi e dai mezzi d'ingrandimento nei superiori, irritato negl'inferiori dalla stessa inferiorità, aggiunte le ricchezze, il lusso, le clientele, gl'impegni, le ambitiones, la filosofia, l'eloquenza, le arti, e le altre infinite corruzioni e pleonejÛai della società, le democrazie s'indebolirono, crollarono e finalmente caddero. E qui torniamo al principio del nostro discorso, [572]cioè come i governi che paiono e si trovano oggi imperfettissimi, e talora insostenibili, fossero o perfetti, o buoni, ed anche utilissimi da principio, e durante i costumi naturali. E come non vi sia peste, nè maggiore nè più certa a qualsivoglia stato pubblico, che la corruzione, e l'estinzione della natura. E come quei governi che durando la natura erano buoni, cessata la natura divengono senz'altro pessimi. E come alla natura non si può supplire, e la mancanza di lei non ha rimedio nessuno; nè senza lei si può mai sperare perfezione o felicità di governo fino alla fine dei secoli; ma tutto (e sia pure il governo il più profondamente studiato, combinato, e perfettamente filosofico) sarà sempre imperfettissimo, pieno di elementi discordanti, mal adattato all'uomo (al quale nulla si può più adattare, quand'egli non è più quello che dovrebb'essere), inetto alla vera felicità; e quindi o in fatto, o certo nella vera teorica, precario, istabile, mal situato, mal piantato, barcollante, incongruente, incoerente, [573]falso ec. Il che si potrà anche vedere da quello che segue. Tutti i vari governi per li quali andò successivamente o simultaneamente errando o lo spirito umano, o il caso, o la forza delle circostanze particolari, non servirono ad altro che a disperare i veri filosofi (certamente pochi), convinti dall'esperienza della necessaria imperfezione, infelicità, contraddizione e sconvenienza di tutto quello che 1° mancava di natura sola norma vera e invariabile d'ogni istituzione mondana; 2° non corrispondeva all'essenza e alla ragione della società, la quale richiede la monarchia assoluta. Quasi tutte però le diverse aberrazioni della società in ordine ai governi, vennero a ricadere in questa monarchia, stato naturale della società, e il mondo, massime in questi ultimi secoli, era divenuto, si può dir, tutto monarchico assoluto. Specialmente poi dall'abuso e corruzione della libertà e democrazia, nata immediatamente dall'abuso e corruzione della [574]monarchia assoluta, era nata pure immediatamente una nuova monarchia assoluta. Ma non già quella primitiva, quella ch'era buona ed utile e conveniente alla società durante l'influenza della natura, e mediante questa sola: ma quella che può essere nell'assenza della natura; cioè quella tanto essenzialmente pessima, quanto la primitiva è sostanzialmente e solamente ottima: Insomma la tirannia, perchè la monarchia assoluta senza natura, non può esser altro che tirannia, più o meno grave, e quindi forse il pessimo di tutti i governi. E la ragione è, che tolte le credenze e illusioni naturali, non c'è ragione, non è possibile nè umano, che altri sacrifichi un suo minimo vantaggio al bene altrui, cosa essenzialmente contraria all'amor proprio, essenziale a tutti gli animali. Sicchè gli interessi di tutti e di ciascuno, sono sempre infallibilmente posposti a quelli di un solo, quando questi ha il pieno potere di servirsi degli altri, e delle cose loro, per li vantaggi e piaceri suoi, sieno anche capricci, insomma per qualunque soddisfazione sua. Il mondo ha marcito appresso a poco in questo stato dal principio dell'impero romano, fino al nostro secolo. Nell'ultimo secolo, la filosofia, la cognizione delle cose, l'esperienza, lo studio, l'esame delle storie, degli uomini, i confronti, i paralelli, il commercio scambievole d'ogni sorta d'uomini, di nazioni, di costumi, le scienze d'ogni qualità, le arti ec. ec. hanno fatto progressi tali, che tutto il mondo rischiarato e istruito, si è rivolto a considerar se stesso, e lo stato suo, e quindi principalmente [575]alla politica ch'è la parte più interessante, più valevole, di maggiore e più generale influenza nelle cose umane. Ecco finalmente che la filosofia, cioè la ragione umana, viene in campo con tutte le sue forze, con tutto il suo possibile potere, i suoi possibili mezzi, lumi, armi, e si pone alla grande impresa di supplire alla natura perduta, rimediare ai mali che ne son derivati, e ricondurre quella felicità ch'è sparita da secoli immemorabili insieme colla natura. Giacchè insomma la felicità e non altro, è o dev'esser lo scopo di questa nostra oramai perfetta ragione, in qualunque sua opera: come questo è lo scopo di tutte le facoltà ed azioni umane. Che saprà fare questa ragione umana venuta finalmente tutta intiera al paragone della natura, intorno al punto principale della società? Lascio gli esperimenti fatti in Francia negli ultimi del passato, e nei primi anni di questo secolo. Riconosciuta per indispensabile la monarchia, e d'altronde la monarchia [576]assoluta per tutt'uno colla tirannia, la filosofia moderna s'è appigliata (e che altro poteva?) al partito di puntellare. Non idee di perfetto governo, non ritrovati, scoperte, forme di essenziale e necessaria perfezione. Modificazioni, aggiunte, distinzioni, accrescere da una parte, scemare dall'altra, dividere, e poi lambiccarsi il cervello per equilibrare le parti di questa divisione, toglier di qua, aggiunger di là: insomma miserabili risarcimenti, e sostegni, e rattoppature e chiavi, e ingegni d'ogni sorta, per mantenere un edifizio, che perduto il suo ben essere, e il suo stato primitivo, non si può più reggere senza artifizi che non entrano affatto nell'idea primaria della sua costruzione. La monarchia assoluta s'è cangiata in molti paesi (ora mentre io scrivo s'aspetta che lo stesso accada in tutta Europa) in costitutiva. Non nego che nello stato presente del mondo civile, questo non sia forse il miglior partito. Ma insomma questa non è un'istituzione che abbia il suo fondamento e la sua ragione nell'idea e nell'essenza o della società in generale e assolutamente, o [577]del governo monarchico in particolare. È un'istituzione arbitraria, ascitizia, derivante dagli uomini e non dalle cose: e quindi necessariamente dev'essere istabile, mutabile, incerta e nella sua forma, e nella durata, e negli effetti che ne dovrebbero emergere perch'ella corrispondesse al suo scopo, cioè alla felicità della nazione. 1° Tutto quello che non ha il suo fondamento nella natura della cosa, ha un'esistenza sostanzialmente precaria. La cosa può restare, e la modificazione perire, alterarsi, dimenticarsi abbandonarsi, diversificarsi in mille guise, non ottenere il suo scopo, restare quanto al nome e all'apparenza, non quanto al fatto. Insomma le convengono tutte quelle proprietà, che nelle scuole si attribuiscono all'accidente, e che lo definiscono. Di più, ancorchè resti, e resti in tutta la sua relativa perfezione o integrità, difficilmente può giovare, e valere, e tornare in bene, non avendo la sua propria ragione nell'essenza e natura della cosa. 2° La ragione e l'essenza della monarchia consiste in questo, che alla società è necessaria [578]l'unità. L'unità non è vera se il capo o principe non è propriamente e interamente uno. Questo non vuol dir altro se non che essere assoluto, cioè padrone egli solo di tutto quello che concerne il suo fine, cioè il bene comune. Quanto più si divide il potere, tanto più si pregiudica all'unità, dunque tanto più si viola, si allontana e si esclude la ragione e la perfezione e della monarchia e della società. Così che lo stato costituzionale non corrisponde alla natura e ragione nè della società in genere, nè della monarchia in specie. Ed è manifesto che la costituzione non è altro che una medicina a un corpo malato. La qual medicina sarebbe aliena da quel corpo, ma questo non potrebbe vivere senza lei. Dunque bisogna compensare l'imperfezione della malattia, con un'altra imperfezione. E così appunto la costituzione non è altro che una necessaria imperfezione del governo. Un male indispensabile per rimediare o impedire un maggior male. Come un cauterio in un individuo affetto da reumi ec. Che sebbene quell'individuo vive [579]mediante quel cauterio, altrimenti non vivrebbe; e sebbene è libero da quel male, contro il quale è diretto quel rimedio: contuttociò quello stesso rimedio è un male, un vizio, un'imperfezione: e sebbene non nuoce più il primo male, nuoce il rimedio: e quell'individuo non è mica perfetto nè sano. Così una gamba di legno a chi ha perduto la naturale. Il quale cammina bensì con quella gamba, che altrimenti non potrebbe sostenersi: ma non perciò resta ch'egli non sia imperfetto. Ed ecco (per conclusione del mio discorso) come quei governi e quelle cose d'ogni genere, che da principio e secondo natura, sarebbero ed erano perfette, tolta la natura, non possono più esserlo malgrado qualunque sforzo della ragione, del sapere, dell'arte: e queste non possono mai riempiere il luogo della natura, e fare perfettamente le di lei veci: anzi rimediando a un male, ne introducono necessariamente un altro: perchè esse stesse introdotte che sono in qualunque genere di cose, ne formano un'imperfezione, e rendono quella tal cosa imperfetta per ciò solo che le contiene. (22-29. Gen. 1821.) Da tutto il sopraddetto deducete questo corollario. L'uomo è naturalmente, primitivamente, [580]ed essenzialmente libero, indipendente, uguale agli altri, e queste qualità appartengono inseparabilmente all'idea della natura e dell'essenza costitutiva dell'uomo, come degli altri animali. La società è nello stesso modo primitivamente ed essenzialmente dipendente e disuguale, e senza queste qualità la società non è perfetta, anzi non è vera società. Pertanto l'uomo in società bisogna che necessariamente si spogli e perda delle qualità essenziali, naturali, ingenite, costitutive, e inseparabili da se stesso. Le quali egli può ben perdere in fatto, ma non in ragione, perchè come si può considerare un essere spoglio di una sua qualità intrinseca, costitutiva, e indipendente affatto dalle circostanze e dalle forze, o esterne o accidentali, perch'essendo primitiva e naturale, è necessaria, e durevole in ragione, quanto dura quell'essere che la contiene, e ne è composto? Sarebbe lo stesso che voler considerare un uomo senza la facoltà del pensiero, la quale è parimente indipendente dagli accidenti. In questa ipotesi, sarà un altro [581]essere, ma non un uomo. Dunque un uomo privo della libertà e della uguaglianza in ragione, sarebbe privo dell'essenza umana, e non sarebbe un uomo, ch'è impossibile. Nè egli si può condannare a perdere realmente e radicalmente questa qualità, neppure spontaneamente: e nessuna promessa, contratto, volontà propria e libera, lo può mai spogliare in minima parte del diritto di seguire in tutto e per tutto la sua volontà, oggi in un modo, domani in un altro: e come egli ha potuto adesso volontariamente ubbidire, e promettere di ubbidire per sempre; così l'istante appresso egli può disubbidire in diritto, e non può non poterlo fare. V. p.452. capoverso 1. Dunque la società, spogliando l'uomo in fatto, di alcune sue qualità essenziali e naturali, è uno stato che non conviene all'uomo, non corrisponde alla sua natura; quindi essenzialmente e primitivamente imperfetto, ed alieno per conseguenza dalla sua felicità: e contraddittorio nell'ordine delle cose. Del resto tutto quello ch'io dico della necessità dell'unità, e quindi dipendenza [582]soggezione e disuguaglianza nella società, non appartiene e non ha forza in quanto a quella società veramente primordiale, che entra nell'essenza, ordine e natura della specie umana e degli animali: società imperfetta in quanto società; perfetta in quanto all'essenza vera e primitiva dell'uomo e degli animali, e all'ordine delle cose, dove nulla è perfetto assolutamente, ma relativamente. Volendo appurare l'idea della società, ne risulta direttamente la conseguenza che ho detto, cioè la necessità dell'unità, e quindi della monarchia ec. Ma questi appuramenti, queste circoscrizioni, queste esattezze, queste strettezze, queste sottigliezze, queste dialettiche queste matematiche non sono in natura, e non devono entrare nella considerazione dell'ordine naturale, perchè la natura effettivamente non le ha seguite. E non solo non è imperfetto quello che non corrisponde geometricamente alle dette idee, purchè però sia naturale; ma anzi non può esser perfetto tutto quello che vien ridotto e conformato alle dette idee, perchè non è più conforme al suo [583]stato essenziale e primitivo. E dovunque ha luogo la perfezione matematica, ha luogo una vera imperfezione (quando anche questa rimedii ad altri più gravi inconvenienti e corruzioni), cioè discordanza dalla natura, e dall'ordine primitivo delle cose, il quale era combinato in altro modo, e fuor del quale non v'è perfezione, benchè questa non sia mai assoluta, ma relativa. La stretta precisione entra nella ragione e deriva da lei, non entrava nel piano della natura, e non si trovava nell'effetto. È necessaria ai nostri tempi, dove l'ordine delle cose è corrotto, ed è come degnissimo d'osservazione altrettanto evidente e osservato, che la stretta precisione delle leggi, istituzioni, statuti governi ec. insomma delle cose, è sempre cresciuta in proporzione che gli uomini e i secoli sono stati più guasti: ed ora è venuta al colmo, perchè anche la corruzione è eccessiva, e ha passato tutti i limiti. L'appresso a poco, il facilmente e simili altre idee, non convengono ai sistemi presenti, dove nulla è, se può non essere: convengono ottimamente [584]alla natura, dove infinite cose erano, e potevano non essere, ma la natura aveva provveduto bastantemente, quando avea provveduto che non fossero, e non erano in fatto. Altrimenti come si sarebbe potuta corromper la natura, e l'ordine delle cose, in quel modo in cui vediamo che ha fatto? Della qual corruzione, tutti, più o meno, bisogna che convengano. Ma ciò non avrebbe potuto accadere se tutto quello che era, non avesse potuto non essere, nè essere nè andare altrimenti. Il qual effetto è lo scopo della ragione e de' presenti sistemi, sempre diretti a rendere impossibile il contrario, se il sistema appartiene alla pratica, e a dimostrare impossibile il contrario, se il sistema appartiene alla speculativa. Questa pure è una gran fonte di errori ne' filosofi, massime moderni, i quali assuefatti all'esattezza e precisione matematica, tanto usuale e di moda oggidì, considerano e misurano la natura con queste norme, credono che il sistema della natura debba corrispondere a questi principii; e non credono naturale quello che non è preciso e matematicamente esatto: quando anzi per lo contrario, [585]si può dir tutto il preciso non è naturale: certo è un gran carattere del naturale il non esser preciso. Ma il detto errore è fratello di quello che suppone nelle cose il vero, il bello, il buono, la perfezione assoluta. (Giuseppe Pilumeli) [1] Giacomo Leopardi. Epistolario, a cura di Franco Brioschi e Patrizia Landi. Bollati Boringhieri, Torino. 1998. Volume II, pagina 1852. [2] Giacomo Leopardi. La strage delle illusioni, a cura di Mario Andrea Rigoni. Adelphi, Milano 1992. Quarta di copertina. [3] Cesare Leporini, Introduzione al pensiero politico di Giacomo Leopardi, in atti del convegno. In “Il pensiero storico e politico di Giacomo Leopardi, Olschki Firenze 1989, pagina 19. [4] Sebastiano Timpanaro: “Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana” In Belfagor, cit. 1975, pagina 129. [5] Idem pagg. 129 – 130. [6] Idem, pag. 130 [7] Idem pag. 132. [8] Idem, pag. 135. [9] Sebastiano Timpanaro, Antileopardiani, cit. pagg. 192-193. [10] Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, a cura di [11] Zibaldone, opera citata, pag. October 14 L'apparato ecclesiastico ci ha prima provato con Leopardi, poi con Gramsci. Avvalorare la tesi che i due, in punto di morte, si siano convertiti. già, in punto di morte. Anch'io, come Loretta, ho visto il certificato di morte di Giacomo Leopardi, nella parrocchia di Napoli vicina a Vico Pero, dove Giacomo Visse e morì. Vi si legge che il conte Leopardi morì con i sacramenti. Perché dubitarne? I documenti ecclesiastici dell'epoca sono più sicuri di un certificato anagrafico. Vuol dire che un prete andò a benedire Giacomo, in punto di morte. Non che Giacomo lo avesse richiesto o che fosse cosciente. E poi, chi può entrare nella mente di un uomo in fin di vita? Ciò che conta sono gli scritti e gli scritti ci documentano un Leopardi ateo e materialista. Come potrà essere che la materia senta e si dolga e si disperi della sua propria nullità? E questo certo e profondo sentimento (massime nelle anime grandi) della vanità e insufficienza di tutte le cose che si misurano coi sensi, sentimento non di solo raziocinio, ma vero e per modo di dire sensibilissimo sentimento e dolorosissimo, come non dovrà [107]essere una prova materiale, che quella sostanza che lo concepisce e lo sperimenta, è di un'altra natura? Perchè il sentire la nullità di tutte le cose sensibili e materiali suppone essenzialmente una facoltà di sentire e comprendere oggetti di natura diversa e contraria, ora questa facoltà come potrà essere nella materia? E si noti ch'io qui non parlo di cosa che si concepisca colla ragione, perchè infatti la ragione è la facoltà più materiale che sussista in noi, e le sue operazioni materialissime e matematiche si potrebbero attribuire in qualche modo anche alla materia, ma parlo di un sentimento ingenito e proprio dell'animo nostro che ci fa sentire la nullità delle cose indipendentemente dalla ragione, e perciò presumo che questa prova faccia più forza, manifestando in parte la natura di esso animo. La natura non è materiale come la ragione." (Zibaldone, 15 aprile 1820. C' è da chiedersi piuttosto perché l'apparato abbia scelto proprio loro due. E ciò è facilmente spiegabile. Sono le menti più lucide dell'ottocento e del novecento. Ed all'apparto prude che le menti più lucide non siano di due credenti ma di due materialisti. June 29 Come non pensare a Giacomo? al suo dì natale? alle celebrazioni che si svolgono a Recanati ed a Napoli? Ciao Giacomo. Auguri. Ed auguri anche a te, amica Flavia, cui è toccato il privilegio - meritato - di nascere lo stesso giorno del Poeta del materialismo biologico. March 31 Albert Camus
Albert Camus Claudio Articolo del Prof. Francesco Lamendola per Esonet.org (http://www.esonet.org). Fonte Arianna Editrice
December 24 Buon Natale con ….l’infinito. December 15 Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. [4176]Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. (Bologna. 19. Aprile. 1826.). Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri [4177]sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere. (Bologna. 22. Apr. 1826.) Il commento è una delle arti della critica, spesso sottovalutato, ma fondamentale. Il commento è la cosa più preziosa che il critico alla fine possa fare per i suoi lettori, ed è il momento in cui il critico, se sa controllarsi, può dare il meglio di sé, nel senso che il meglio della critica sta quando è al servizio del testo o dell'autore, di quella cosa che chiamiamo testo e di tutte le implicazioni che il testo può avere. Se il commento è fatto bene, il critico non espone sé stesso, non fa il narciso. Spesso la critica letteraria [lo fa]: io leggo molti critici per mestiere, e devo dire che in molti casi il critico non è al servizio del testo. Sta esibendo la sua bravura, sta esibendo le sue letture, sta esibendo il fatto che ha visto un sacco di cose, che spesso non illuminano per nulla il testo, non aumentano la nostra comprensione del testo o dell'autore o del problema che sta affrontando. Diffido molto della critica nella quale il critico non è al servizio del testo. Questo va distinto da quello che dicevo prima del saggismo. Il saggista mette sì in scena sé stesso, mette in scena sé stesso come servo del testo, come al servizio della comprensione del testo, che è una cosa diversa invece dal narcisismo esibizionistico di tanti critici. Il primo passo appunto è il commento, e il primo passo del commento è la explicatio verborum. Faccio un esempio più elementare. Sarò molto schematico in questa parte, ma voglio fissare appunto dei passaggi che siano abbastanza netti, quindi in certi casi persino banali. Per esempio: “Dolce e chiara è la notte e senza vento, e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti posa la luna e di lontan rivela serena ogni montagna”. Sapete tutti che cos'è: La sera del dì di festa, i primi versi. Naturalmente il critico può qui esibire tutta una serie di conoscenze, per esempio la derivazione del primo verso da versi omerici, e tutta la elaborazione a cui Leopardi sottopone questo verso. Per esempio, il verso suonava “Ohimè, chiara è la notte e senza vento”: insomma, il fatto che Leopardi a questo “ohimè” sostituisca un “dolce e chiara è la notte e senza vento” è una bella transizione, insomma, è un bel guadagno. Però anzitutto il critico, il commentatore, deve commentare una parola (se non lo fa va condannato), e cioè la parola “orti”. Perché “orti” non significa, come in italiano, un terreno dove vengono coltivati pomodori e zucchine. “Orti” significa “giardini”. Quindi, se il critico non dice che “orti” è latinismo da “ortus”, latino che significa “giardino”, commette un grave errore. Perché il critico commentatore deve sempre partire dal presupposto che il suo lettore possa non avere una certa competenza linguistica, e quindi non sapere che Leopardi da buon classicista aveva una familiarità estrema con il linguaggio italiano, il quale è pieno di latinismi e quindi “orti” significa non “appezzamento di terra destinato alla coltivazione di pomodori e zucchine”, bensì “giardini”. Se il lettore non capisce una cosa del genere, non capisce, ovviamente, la poesia di Leopardi. Quindi il primo passo è l’explicatio verborum, cioè la spiegazione della parola, il rendere esplicito un significato che il lettore potrebbe non conoscere. In questo caso il critico parte dal presupposto, dalla supposizione, che il lettore possa avere un'informazione diversa e più povera della sua e colma questo divario. Il lettore esperto non si offende se gli si dice che orti significa giardini; il lettore inesperto sarà grato al critico perché gli ha dato questa spiegazione. Quindi il primo significato di “spiegare” è appunto questo: esplicitare un significato. Il secondo passo della critica, della spiegazione critica, ha anche qui a che fare con l'esplicitazione del significato, ma la cosa diventa un po' più complicata, quindi vi chiedo un attimo di attenzione perché qui diventa una cosa un pochino più sottile. Tutti voi conoscete quei versi de La ginestra (sono i versi 145 e 146), in cui Leopardi scrive: “Così fatti pensieri quando fien, come fur, palesi al volgo”, cioè saranno di nuovo diffusi tra la comunità civile, allora altro fondamento avrà la società stessa e i suoi istituti politici e sociali. Che cosa sono questi “così fatti pensieri”? 9 Chi ha letto La ginestra sa che Leopardi qui fa riferimento essenzialmente alla filosofia dell'illuminismo, e in particolare alla concezione materialistica che egli aveva ereditato da questa tradizione. Nei Paralipomeni, più o meno negli stessi anni, Leopardi parlava della filosofia dell'illuminismo, pensando in particolare al materialismo come quella vetta della filosofia, giunta alla quale era inevitabile che la filosofia ricadesse, perché una volta raggiunto l'acme non si può che decadere. E scriveva appunto in quell’età, cioè nel Settecento, di “un'aspra guerra in onta”: nonostante l'aspra guerra che i poteri politici e religiosi facevano, “altra filosofia regnar fu vista”. Fu vista regnare un'altra filosofia da quella dominante nell'Ottocento, “dinanzi alla quale valorosa e pronta l'età nostra arretrossi appena avvista di quel che più le spiace e che più monta, esser quella in sostanza amara e trista”. Leopardi in quei versi metteva in rapporto il materialismo del Settecento con il suo proprio, chiamiamolo così pessimismo, sostenendo che soltanto la conoscenza della verità, dell'arido vero, consente la formazione di istituzioni politiche e sociali nuove e positive. Quindi, una volta saputo che cosa sono questi “così fatti pensieri”, noi possiamo domandarci: quando questi pensieri furono palesi al volgo? Quando le verità dell'illuminismo materialistico erano note al popolo, quando la gente conosceva queste verità ? Qui il problema è diverso da quello di prima. Prima noi dovevamo spiegare la parola “orti”; qui dobbiamo spiegare quello che Leopardi non dice (quando così fatti pensieri furono palesi al volgo), perché nel passo Leopardi non lo dice esplicitamente. E allora a questo punto noi dobbiamo cercare una risposta al di fuori del testo, ma neanche nel vocabolario: dobbiamo interpretare il testo, cioè dobbiamo cercare qualche altro luogo che spieghi quel "come fur". Mentre di fronte a “orti” noi potevamo, per così dire, aprire un dizionario e vedere se ci fossero accezioni particolari del termine “orti”, e un buon dizionario ci spiegava che nel lessico letterario “orti” significa “giardini”, qui invece noi dobbiamo guardarci intorno, a partire dal testo vedere se ci sia qualche altra fonte che ci spieghi che cosa Leopardi potesse pensare quando sosteneva che c'è stato un tempo in cui il pensiero illuministico (i “così fatti pensieri”) erano diffusi nel volgo. E allora sì, potremmo trovare una risposta, una risposta in un testo. E questo è un lavoro che il critico può fare se gli capita, se ha fortuna, se segue certe piste. Il critico segue delle piste, cioè legge Leopardi e contemporaneamente legge altri testi, i testi, per esempio, che Leopardi ha letto. Questa è una cosa importante che deve fare il critico: avere un'idea di quello che Leopardi conosceva; e per esempio potrebbe accorgersi di una data abbastanza vicina al '36 (data nella quale più o meno Leopardi -per quanto si sa-, ha scritto La ginestra): e cioè che nel '34 Leopardi, da Napoli, avrebbe chiesto un permesso di leggere certi libri proibiti. Allora c'era appunto la censura, e per leggere certi libri messi nell’“index librorum proibitorum” occorreva un permesso. Leopardi aveva chiesto il permesso per leggere alcuni testi di autori più o meno noti e in particolare un libro, dal titolo Abrégé de l'origine des toutes les cultes. Un libro sull’origine delle religioni, di Dupuy, un illuminista minore del fine Settecento, inizi Ottocento. Un libro fortemente irreligioso (L'origine di tutti i culti era un testo proibito non per caso), in cui Dupuy scrive che “la rivoluzione francese” ha messo pienamente in luce questa verità per il popolo”. Non solo. In quel testo Leopardi leggeva: “la morale ha molto più da guadagnare a circondarsi di tutti i lumi della ragione che ad avvilupparsi nelle tenebre della fede”. Ora, se voi leggete il titolo della poesia di Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto, vi trovate sotto un’epigrafe tratta dal Vangelo di Giovanni: “Êáé çãáð çóáí ïé áíèñùð ïé µáëëïí ôï óêïôïó ç ôï ö.ó (kài egàpesan òi àntropoi màllon tò skòtos è 10 tò fòs)” (= gli uomini preferirono le tenebre alla luce): cioè Leopardi mette questa epigrafe tratta dal Vangelo, facendo però riferimento all'opposizione “tenebre – luce” tipica dell'illuminismo, che è una opposizione anti-religiosa: la morale ha molto più da guadagnare a circondarsi di tutti i lumi della ragione che ad avvilupparsi nelle tenebre della fede. Le tenebre sono la fede, e la luce è quella della ragione illuministica, laica, profana, materialistica. Allora quel “come fur” potrebbe essere letto come – nientemeno- che un riferimento alla Rivoluzione francese, il che è abbastanza sconvolgente. Ammetterete che non è tanto ovvio che Leopardi possa, nella Ginestra, proclamarsi come un continuatore del pensiero illuministico (cosa che fa nei Paralipomeni in maniera esplicita, quando contrappone l'analisi della ragione e sentimento all'analisi della ragione ed esperienza: ipotesi e sentimento; analisi, ragione ed esperienza sono i termini, appunto, della gnoseologia illuminista); non soltanto: ma che possa addirittura proclamare questa adesione ai principi della Rivoluzione francese nell'Italia della Restaurazione, posso assicurare, non era tanto ovvio. E questa è una possibile interpretazione, sia chiaro. Ma il critico a questo punto può impegnarsi seguendo una certa traccia. Appunto, deve seguire le piste. Ha trovato quella richiesta di Leopardi di leggere certi libri, è andato a leggere quei libri e trova delle curiose, anche inquietanti [corrispondenze] (cioè io l'ho presentata come un'ipotesi, non pretendo che sia vera); ma trova dei passi in quel testo di Dupuy, che Leopardi sicuramente ha letto (l'opera di Dupuy l'aveva già letta nel '24, quindi decide di rileggerla nel '35). E allora a questo punto il sospetto è forte. E’ forte il sospetto che quando Dupuy scrive: “la morale ha molto più da guadagnare a circondarsi di tutti i lumi della ragione che ad avvilupparsi nelle tenebre della fede” Leopardi, consapevolmente, metta quel versetto del Vangelo interpretandolo in maniera rovesciata. Non solo. Un passo qualsiasi di Dupuy: “che l'uomo se sia considerato il punto centrale a cui conducono tutte le mire della natura, è un errore simile a quello che gli faceva credere che la Terra fosse al centro dell'universo. Il sistema di Copernico ha distrutto quest'ultimo pregiudizio ma il primo permane ancora e serve di base al culto religioso. L'uomo ha creduto e crede tutt'ora che tutto sia fatto per lui. Se l'uomo si fosse messo al suo vero posto e non avesse ignorato queste verità, ossia che è collocato nella classe degli animali, ai cui bisogni la natura provvede attraverso leggi generali e invariabili, non avrebbe mai cercato tra gli esseri invisibili un sostegno che doveva trovare solo in sé stesso, nell'esercizio delle sue facoltà intellettuali e nell'aiuto dei suoi simili”. Questa è una delle classiche fonti che i filologi e i critici positivisti indicavano tra le fonti della Ginestra. E il concetto fondamentale della Ginestra è in questo passo di Dupuy. Quindi la possibilità di spiegare quel “come fur” come un riferimento nientemeno che alla Rivoluzione francese potrebbe trovare qualche riscontro. Il critico comunque si è avventurato in una zona, diciamo, di opinabilità. Lo dico io per primo. Non sostengo questa interpretazione, però sostengo che è possibile, cioè che c'è una pista che porta in quella direzione; in una direzione dove scopriremmo un Leopardi molto più audace di quanto magari pensassimo. Forse per l'esasperazione in cui [lo ponevano] certe vere e proprie persecuzioni che lo turbavano a Napoli, compresa la chiusura, l'impedimento della censura di pubblicare le sue opere: insomma questa esasperazione potrebbe anche averlo condotto a una indicazione polemica così straordinariamente eclatante. Non è facile, ripeto, in piena Restaurazione, tirar fuori un giudizio del genere sulla Rivoluzione francese. Spiegare quindi, ha a che fare con l'interpretazione. Dove il critico diventa responsabile di quello che sta dicendo, di quello che sta facendo, nel senso che segue delle piste, trova dei rapporti, indica delle derivazioni e propone una lettura di un testo che non è 11 più semplice explicatio verborum, ma è qualcosa di più: se quel “come fur” lo interpretiamo come un riferimento alla Rivoluzione francese, il testo assume un significato -e anche implica dei riferimenti all'esperienza personale dell'autore nell'epoca in cui lo scriveche altrimenti non verrebbero alla luce. Ci sono interpretazioni diverse di quel “come fur”, che se mai discuteremo più avanti. Il passo successivo (e dico successivo per modo di dire), è quello della descrizione del testo. Cioè descrivere un testo non è la cosa più ovvia che ci sia. E’ una questione abbastanza complicata, perché descrivere il testo non significa riassumerlo (tra l'altro un buon riassunto è sempre una buona cosa; che il critico renda conto dei contenuti del testo, è sempre utile). Il problema semmai, in questo caso, è di rendere conto di certi aspetti strutturali del testo. Non mi riferisco tanto allo strutturalismo vero e proprio che è una corrente critica ben nota e credo ne abbiate sentito parlare; ma, diciamo, il critico che vuole descrivere un testo deve cercare delle caratteristiche del testo, di tipo formale, o sintattico, o semantico: insomma degli elementi che attraversano il testo, che in qualche modo ne sono la gènesi interna; cioè [interrogarsi su] quali siano i punti di forza su cui il testo si instaura, quali siano i rapporti tra le parti che possono essere ricondotti a un principio di generazione interna -per così dire. Il critico deve in qualche modo raccontare come il testo si è fatto, come il testo si fa, come viene fuori: quali sono le linee di forza che lo attraversano, intorno a cui gli altri elementi si aggregano e si ordinano. Io farò soltanto un esempio di una possibilità di descrizione, e cioè -ancora una volta- mi riferisco all'autore appena citato. Voi avete di fronte una caratteristica tecnica fondamentale nei Canti, e cioè che a partire dal '28, da A Silvia, Leopardi adotta un modello metrico che va sotto il nome antonomastico di “canzone leopardiana”, la cosiddetta “canzone libera”. La canzone libera può essere descritta in maniera molto semplice: le stanze sono sempre degli endecasillabi o dei settenari, ma hanno un numero di versi variabile da stanza a stanza, mentre la canzone tradizionale aveva stanze dello stesso numero di versi. I versi possono essere rimati o non rimati, cioè ci sono molti versi irrelati, e quindi non vi è corrispondenza di schema dalla prima stanza all'ultima. C’è una libertà appunto, perciò la canzone leopardiana è detta anche canzone libera. Ora questa forma è, ripeto, facilmente descrivibile. Ma la descrizione non è completa se noi non ci chiediamo che cosa la giustifichi, quale sia il principio che ha suggerito a Leopardi una scelta di questo genere, che Leopardi evidentemente matura in tempi molto rallentati, perché voi sapete che le dieci canzoni che pubblica nel 1824 seguono in maniera molto sperimentale gli schemi della tradizione petrarchesca; Leopardi già allora sperimentava alcune variazioni rispetto al modello antico. E però qui abbiamo un radicale distacco. “Da dove nasce?”. Ecco, questa è la domanda che il critico deve farsi. Una volta descritto il testo (nel caso che ho letto la descrizione è semplicissima), [quella che ne scaturisce] è la descrizione di una struttura metrica che presuppone una struttura tradizionale da cui Leopardi si distacca in maniera vistosa. Anche lo studente meno esperto di metrica si accorge di questo spostamento. Ma da dove nasce questa invenzione? Cioè alla descrizione noi dobbiamo accompagnare una ipotesi di spiegazione (la descrizione non è completa se noi non cerchiamo di spiegarla). Dov'è la spiegazione? In questo caso la spiegazione, per fortuna, ce la dà lo stesso Leopardi che essendo (come ho già anticipato), il maggior teorico della letteratura verso il nostro Ottocento, sapeva benissimo quello che 12 faceva, e lo dice in maniera perfettamente limpida. Dove? Naturalmente (i critici sono fortunati quando parlano di Leopardi perché hanno un materiale di assoluto valore, autografo) nello Zibaldone. Leopardi nello Zibaldone elabora una teoria estetica di derivazione schiettamente empiristica, derivata proprio dai maestri dell'empirismo settecentesco. Jung diceva: “la bellezza non è una qualità delle cose in sé, esiste solo nella mente che le contempla”. Questo radicale soggettivismo estetico Leopardi lo fa proprio fin dall'inizio, fin dalle prime pagine dello Zibaldone e non solo. Leopardi estende questa teoria sensistica (che badate bene, è la stessa che poi Kant consacra nella Critica del giudizio, quindi siamo al centro: Leopardi non è mai periferico, Leopardi è al centro della rivoluzione estetica tra Sette e Ottocento), e scrive a proposito della metrica: “quante cose si potrebbero dire circa l'infinita varietà delle opinioni e del senso degli uomini rispetto all'armonia delle parole. Osserverò solo alcune cose relative all'armonia dei versi. Se esistesse un'assoluta armonia e se i versi italiani fossero assolutamente armoniosi, lo sentirebbe tanto il forestiero e il fanciullo ignorante della lingua quanto l'italiano adulto, né più né meno. E se questa assoluta armonia e questi versi assolutamente armonici fossero assoluta e natural cagione di diletto per sé stessi, lo sarebbero universalmente e non più all'italiano, che allo straniero o al fanciullo”. E poi continua: “un italiano assai colto ma non avvezzo a leggere poesia nostra, leggendogli una canzone del Petrarca, mi disse quasi vergognandosi, che trovava privo di armonia quel metro, e che il suo orecchio non era per niente dilettato. Il qual metro, la metrica della canzone petrarchesca, somiglia a quello delle odi greche, composte di strofe, di antìstrofe ed epodo, ed ha un'armonia così nobile e grave ed atto alla lirica sublime.” Questo italiano assai colto ma poco avvezzo a leggere poesia, non coglieva l’armonia (questa successione di strofe, antistrofe ed epodo che caratterizzerebbe, secondo Leopardi, la stanza petrarchesca). E poi, dice Leopardi, “io che sono avvezzo a leggere poesia (tanto avvezzo che ne scriveva pure), la vedo come un'armonia così nobile e grave, così atta alla lirica sublime”. Se non c'è l'assuefazione, non si colgono le proprietà dell'opera d'arte. E' solo un fatto. Ecco, il termine assuefazione è proprio il termine humiano, di Hume., “habitude” - l'abitudine. Noi articoliamo il mondo e ne cogliamo le proprietà là dove si sedimentano in noi quelle categorie, che sono appunto le assuefazioni, attraverso cui leggiamo la realtà. Chi non è avvezzo alla poesia, non ha elaborato questa abitudine e non coglie l'armonia del verso. Non la coglie, non la percepisce! E quindi, quelle strutture proprie della lirica tradizionale che sembrano così naturali, così immediatamente percepibili al pubblico abituato, in realtà non hanno un fondamento naturale: sono soltanto, a loro volta, un frutto di convenzione, l'accumulo di certe convenzioni che non sono natura, sono abitudine. Sono habitude, le abitudini del passato, ma non hanno un fondamento, diremo noi, ontologico. Ecco, Leopardi individua una delle svolte fondamentali dell'estetica moderna: le leggi dell'arte non sono iscritte nella natura. Sono artificio, sono fondate sull'abitudine, sull'esercizio, sull’assuefazione, e come tali possono essere modificate e cambiate. E allora quando Leopardi scrive la canzone libera, non si rivolge più al pubblico della “repubblica delle lettere” tradizionale, che riconoscerebbe subito l'armonia del verso petrarchesco e della stanza petrarchesca: si rivolge, per così dire, a quell'italiano assai colto ma non avvezzo a leggere le poesie. Non gli chiede di riconoscere quelle strutture tradizionali. Ne crea un'altra che può essere, per così dire, esperita anche dall'italiano, pur sempre assai colto (perché è difficile che Leopardi si rivolgesse proprio alla sua donna di servizio: questo non faceva parte ancora delle regole concepibili per uno scrittore 13 illustre come Leopardi intendeva essere); ma certamente il Leopardi si muove al di fuori delle regole della repubblica letteraria tradizionale. Gli offre un prodotto che di volta in volta inventa la propria struttura interna e che anche un italiano assai colto ma non avvezzo a leggere poesie può, per così dire, percepire nel suo flusso, nel suo scorrere, ancora una volta contingente. Mentre la stanza della canzone petrarchesca offriva un tipo di cui ogni stanza successiva era la replica, la ripetizione, invece nella canzone leopardiana ogni stanza inventa il proprio ritmo, la propria struttura interna, e quindi è inserita in un flusso di contingenza. Questa può essere una spiegazione, che connette la descrizione del testo, la sua descrizione "strutturale", nel nostro caso molto elementare -appunto la struttura della canzone leopardiana- la connette a una ragione che dovrebbe spiegarla. In questo caso la ragione ce l'ha data Leopardi stesso. Se noi pensiamo, e ovviamente questo dipende dalla responsabilità del critico, che l'estetica di Leopardi sia un'estetica fondamentalmente di origine humiana, empiristica, sensistica, come del resto lo Zibaldone dimostra abbondantemente, allora l'invenzione della canzone libera discende precisamente da questa ipotesi, da questa scelta di ordine propriamente filosofico. Leopardi è coerente in questo: dalla gnoseologia arriva alla metrica. Questo autore che spesso noi consideriamo frammentario -e certo cambia nel corso del tempo- in realtà ha una sua sistematicità. Se lui ha una certa gnoseologia, la gnoseologia degli empiristi e dei sensisti, la sua metrica rifletterà la sua gnoseologia. In questo Leopardi è più coerente di quanto la critica tenda a credere. Naturalmente l’explicatio verborum - esplicitazione del significato, che è un modo della spiegazione; interpretazione - un secondo modo della spiegazione; descrizione e ipotesi genetica, cioè ciò che sta dietro questa forma che abbiamo di fronte, non esauriscono il lavoro del critico. Non lo esauriscono, però sono alcune delle tappe tipiche del lavoro del critico. L'ipotesi genetica può andare oltre. Oltre a trovare la sua fonte nella mente, nella filosofia, nell’ideologia di Leopardi, si può andare oltre, avanzare ipotesi più generali. Io mi fermerei qui, perché è più prudente: diffido molto delle spiegazioni che poi dopo chiamano in causa la società, la storia ecc… Certamente dietro tutto quello che ho detto c'è un'idea, ed è l'idea che la modernità si caratterizzi come l’ “esperienza del contingente” e in Leopardi, ancora una volta, questa immagine della modernità sia resa esplicita. La struttura della canzone segue il flusso del contingente, non è più immagine di “áéùí - aiòn - il tempo dell'essere”, ma è immagine di “÷ñïíïó - kronos - il tempo del divenire”. Io mi fermo qui, così c'è spazio, penso, spero, per domande o obiezioni, richieste di chiarimenti, naturalmente critiche. Stiamo parlando di critica, quindi siete autorizzati a farmi tutte le critiche che volete. Grazie. D - Vorrei chiederLe di spiegare l'ultimo concetto che ha espresso, cioè i motivi per i quali Lei si fida poco di una spiegazione critica nella quale entri uno sfondo storico o uno sfondo storico abbia un peso importante. Che cosa vuol dire esattamente, e fino a che punto ciò resta valido? R - Diffido perché è il passaggio più difficile, più complicato, e rischia di cadere nel determinismo. Non perché lo ritenga impossibile, anzi, però è molto difficile. Il modello che io conosco più valido, diciamo, di un'ipotesi genetica che al di là delle testimonianze che ho citato (che sono sempre testimonianze testuali dell'autore o di letture che l'autore ha fatto e così via) 14 investa –diciamo- l'extraletterario, in maniera forte, rischia sempre di caratterizzarsi come attraverso un modello di tipo deterministico. Cioè il rischio è quello di offrire un modello di tipo causale e deterministico. La società ha certe caratteristiche e allora ta-ta-tac. Ora io non escludo che ci siano certi rapporti di causa ed effetto, figuriamoci, ci sono senz'altro. Vanno modulati con molta attenzione, cioè attraverso tutte le mediazioni necessarie. Per esempio, se noi parliamo della modernità in generale, cercando di capirne i tratti costitutivi relativi alla mentalità collettiva, allora questa è una possibile linea: perché certamente la percezione del divenire come scorrere, dove non c'è più la ripetizione ciclica di schemi e modelli comportamentali tradizionali, ma dove ogni individuo deve inventare il proprio modello di vita, e dove questa condizione via via si allarga dal centro alla periferia, dalla città alla campagna, come noi vediamo, a cicli, ecco questo ha a che fare con le modalità di autorappresentazione della collettività e quindi anche degli individui che la costituiscono. E quindi abbiamo una mediazione comprensibile. Se invece parliamo direttamente e brutalmente di sistemi di produzione, di struttura e sovrastruttura, non credo che [questa modalità di interpretazione] sia del tutto falsa, però rischia di essere estremamente -come si può dire?- sommaria. Bisogna passare attraverso le transizioni necessarie: quindi lo studio delle mentalità, lo studio dell'autopercezione, che a sua volta si affida per altro a quei testi che stiamo leggendo, quindi con un certo rischio di circolarità naturalmente. Cioè da un punto di vista epistemologico è molto complicato. Questo ricorda il problema della spiegazione storica in generale. Io credo che nell'ambito della storiografia, a partire da qualche decennio, diciamo, è tornato di attualità il concetto di racconto storico, e cioè il nesso narrativo è in sè una spiegazione. Non è necessario trovare, per spiegare gli avvenimenti storici, dei rapporti di causa e di effetto di tipo deterministico. E' sufficiente trovare delle connessioni di tipo narrativo. Io credo che sia questo lo scopo della spiegazione critica di tipo extraletterario, cioè quando chiamiamo in causa l'extraletterario: non è tanto trovare un rapporto di causa e di effetto tra ciò che è fuori e ciò che è dentro nella letteratura -ammesso che questa distinzione sia chiara, perché non è chiaro cosa c'è dentro e cosa c'è fuori, ma… lasciamo perdere. E' opportuno dare al nostro discorso, per così dire, una struttura narrativa, piuttosto che riportarci al concetto di causa e di effetto. Qui c'è un buon esempio dato da un filosofo della storia, mi pare William Dray. Faceva questo esempio molto banale, ma può illustrare la cosa. Lui parlava di colmare le lacune: la spiegazione è un modo di colmare le lacune. Noi abbiamo davanti un fenomeno, un altro fenomeno, e cerchiamo di capire che cosa ci sia in mezzo. La spiegazione causale cerca di colmare le lacune, di individuare la catena che da quel primo fenomeno ha portato al secondo fenomeno. Allora lui dice: Mi si è fuso il motore della macchina. Vado dal meccanico e quello mi spiega che c'è una perdita d'olio e il motore mi si è fuso. E io ho una spiegazione. Calma! Ho una spiegazione solo se io so che c'è un nesso tra l'olio e il motore, cioè se so che se il motore non è oliato, i pezzi del motore entrano in attrito, l'attrito scalda il metallo e a questo punto il metallo fonde e grippa , come si suol dire. Non solo. Io potrei andare avanti. Potrei chiedermi a quale temperatura si scioglie il metallo, altra lacuna da colmare. Altra lacuna da colmare: qual'è la composizione molecolare del metallo che fa sì che sia quella la temperatura, ecc… 15 Se io volessi colmare, saturare l'intero passaggio dal primo fenomeno all'ultimo, non finirei mai. In realtà, dice Dray, quello che ci interessa non è tanto capire perché è accaduto un fenomeno, ma come mai. Cioè qual'è stata la condizione di possibilità per cui il fenomeno si è verificato. Se io so vagamente che l'olio è importante per il motore, a me è sufficiente. Io so come mai il mio motore si è fuso. Non tanto il perché. Perché se dovessi chiedermi il perché fino in fondo, andrei avanti all'infinito. Dovrei chiamare in causa la teoria della relatività e chissà quante altre cose. Insomma il Big Bang e tutto quanto, com'è fatto l'universo, no?, per cui quella cosa li è successa. Evidentemente una spiegazione causale completa non è possibile. In realtà noi ci accontentiamo -per percepire una spiegazione, per sentire appagato il nostro desiderio di spiegazione- ci accontentiamo del sapere la condizione di possibilità per cui è successo quello. In questo senso la narrazione, il racconto, è esemplare. Un racconto non ci spiega mai perché… che so, perché Julien Sorel ha fatto quella cosa. Ci spiega come mai, qual'era la condizione di possibilità per cui Julien Sorel ha fatto quella cosa. Non c'è mai una vera spiegazione causale nel racconto: c'è semmai un nesso narrativo che consiste nella condizione di possibilità, nel come mai, non nel perché. Ecco, se il critico si attiene a questo criterio allora può andare avanti in giro per il mondo e trovare tutti i nessi che vuole. Se pretende di più, se pretende di trovare la causa, di vedere questa come la causa dell'altro, allora secondo me sbaglia. Sbaglia perché la catena delle cause è infinita. D - Questo vale anche per il rapporto dell’autore con la propria opera, con il proprio contesto storico, con le altre proprie opere? R - Certo, certo, lì non c'è sicurezza. Siamo di fronte a una buona probabilità, che poi però può essere contraddetta da altre ipotesi. Quella è una (come la chiamano i linguisti) isotopia appunto intertestuale a cui si possono contrapporre altre isotopie, e quindi in questo caso il critico deve assumersi una responsabilità, cioè deve avere una certa immagine di Leopardi e difenderla strenuamente, davanti alle obiezioni –supponiamo- di ermenèuti di ispirazione heideggeriana, per esempio. Davanti a Severino per esempio io dovrei accanirmi in un'ipotesi di interpretazione leopardiana completamente diversa dalla sua per difendere questa filiazione diretta. Ma questo è il bello della critica: l'aspetto polemologico della critica è poi la cosa che ci da’ più soddisfazione, naturalmente. Il piacere di discutere. Naturalmente dà soddisfazione se c'è nell'interlocutore la voglia di confrontarsi, altrimenti è solo frustrante. Però mi sembra che il punto cruciale sia proprio questo: il concetto di spiegazione del critico in tutte queste fasi (soprattutto le fasi più cruciali, quelle dove va oltre il testo e cerca nessi) deve essere ricondotto al principio di condizioni di possibilità piuttosto che di causa. Quindi non ritenere che fosse un effetto necessario. No: indicare quelle condizioni di possibilità per cui Leopardi ha inventato la strofa libera. Data quella condizione Leopardi poteva inventare la strofa lirica; ma non è una conseguenza. C'è un momento di invenzione: a Leopardi è venuta in mente questa cosa, a un altro non è venuta in mente. Di scrittori che si ispiravano al sensismo ce ne sono: anche Parini si ispirava al sensismo, ma gli è venuto in mente tutto tranne che quello. E, se non ci sono altri interventi, possiamo anche congedarci December 09 Lo scopo dei governi (siccome quello dell'uomo) è la felicità dei governati....

November 19
il mio fiore per te
November 18 È in corso di pubblicazione un inedito di Binni del 1934, L’ultimo periodo della lirica leopardiana. Il volume è pubblicato dalle Edizioni del Fondo Walter Binni in coedizione con Morlacchi editore di Perugia. A cura di Chiara Biagioli, premessa di Enrico Ghidetti, presenta il testo inedito della tesina universitaria del 1934 che Binni, allora allievo di Attilio Momigliano alla Scuola Normale Superiore di Pisa, ha sempre indicato come nucleo di origine della Nuova poetica leopardiana del 1947. November 17 Sapori senili
Sanno d'addii di care persone i miei tramonti ora; ogni alba di baci ritrovati di perduta amante cara
November 16 Presentato il nuovo libro di Raffaele Urraro. Sotto la lente dell’autore la vita sentimentale e il rapporto che il grande Giacomo Leopardi aveva con le donne.
Mancava forse nel già vasto panorama degli studi e degli scritti su uno dei nostri più grandi poeti, Giacomo Leopardi, un aspetto peculiare della sua vita sentimentale e del rapporto con le donne da lui conosciute e in qualche modo frequentate. Questo aspetto è stato magistralmente descritto, commentato e valutato da Raffaele Urraro nel suo ultimo libro "Giacomo Leopardi, le donne, gli amori", edito dalla nota Casa Editrice Leo S. Olschki di Firenze e presentato per la prima volta (ieri, 15 novembre 2008, ndr), nell’auditorium dell’Istituto Alberghiero Luigi de’ Medici di Ottaviano. Si tratta di un libro corposo e intenso, che ha impegnato Urraro per molti anni in approfondite e dettagliate ricerche, soprattutto presso il Centro Nazionale Studi Leopardiani di Recanati, ma che si fa leggere con piacere grazie alla scrittura scorrevole e all’ottimo impianto espositivo dell’Autore. Il libro rappresenta certamente una novità in questo campo, perché, come ampiamente illustrato e sottolineato dai valenti relatori con una colta e fluida esposizione del tema trattato dall’Urraro, era importante rimarcare non tanto la storia terrena degli insuccessi amorosi di Leopardi, insuccessi generati purtroppo, come sappiamo, dal suo stato fisico deforme, ma quanto la storia spirituale, filosofica e poetica che, proprio grazie a queste frequentazioni femminili, hanno "ispirato" in lui opere e poesie di grandissimo valore letterario. Nel libro sono descritti gli incontri, le donne e anche luoghi e situazioni, per cui ci viene offerto anche un interessante spaccato della vita sociale dell’epoca. Un libro interessante e piacevole, da leggersi come un romanzo, e che non deve assolutamente mancare nelle nostre librerie e nelle biblioteche. Raffaele Urraro è laureato in lettere classiche presso l’Università Federico II di Napoli, è giornalista pubblicista, poeta e saggista. Oltre a numerose opere di poesia, ha realizzato in collaborazione con Giuseppe Casillo, molte antologie di classici latini e una storia della letteratura italiana in 3 volumi. I relatori: Giuseppe Casillo, scrittore; Marcello Carlino, docente di letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università "La Sapienza" di Roma; Ruggero Guarini, scrittore, redattore del Corriere del Mezzogiorno; Alessandro Carandente, poeta e scrittore, direttore della rivista di letteratura e arte "Secondo Tempo". Ha concluso lo stesso Raffaele Urraro, salutando e ringraziando i convenuti, e illustrando ulteriori interessanti passaggi del suo libro. Numeroso e attento il pubblico in sala, tra cui molti amici e conoscenti dell’Autore, poeti e scrittori napoletani e dell’area vesuviana. Autore: Giuseppe Vetromile November 15 Metafisico. Perché se la vita non è felice, che fino a ora non è stata, meglio ci torna averla breve che lunga.
Fisico. Oh cotesto no: perché la vita è bene da se medesima, e ciascuno la desidera e l'ama naturalmente.
Metafisico. Così credono gli uomini; ma s'ingannano: come il
volgo s'inganna pensando che i colori sieno qualità degli oggetti;
quando non sono degli oggetti, ma della luce. Dico che l'uomo non
desidera e non ama se non la felicità propria. Però non ama la vita, se
non in quanto la reputa instrumento o subbietto di essa felicità. In
modo che propriamente viene ad amare questa e non quella, ancorché
spessissimo attribuisca all'una l'amore che porta all'altra. Vero è che
questo inganno e quello dei colori sono tutti e due naturali. Ma che
l'amore della vita negli uomini non sia naturale, o vogliamo dire non
sia necessario, vedi che moltissimi ai tempi antichi elessero di morire
potendo vivere, e moltissimi ai tempi nostri desiderano la morte in
diversi casi, e alcuni si uccidono di propria mano. Cose che non
potrebbero essere se l'amore della vita per se medesimo fosse natura
dell'uomo. Come essendo natura di ogni vivente l'amore della propria
felicità, prima cadrebbe il mondo, che alcuno di loro lasciasse di
amarla e di procurarla a suo modo. Che poi la vita sia bene per se
medesima, aspetto che tu me lo provi, con ragioni o fisiche o
metafisiche o di qualunque disciplina. Per me, dico che la vita felice,
saria bene senza fallo; ma come felice, non come vita. La vita
infelice, in quanto all'essere infelice, è male; e atteso che la
natura, almeno quella degli uomini, porta che vita e infelicità non si
possono scompagnare, discorri tu medesimo quello che ne segua.
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