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Il giardino di Giacomo Leopardi

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October 06

Il convegno

Data e ora di inserimento: (06-10-2008, 10:54:19)

Clicca per visualizzare le immagini associate“Il XII Convegno internazionale di studi leopardiani, promosso dall’Amministrazione Comunale di Recanati e dal Centro Nazionale di Studi Leopardiani, si conferma come un appuntamento di rilievo, che continuerà ad offrire contributi scientifici importanti allo studio e alla diffusione dell’opera di Leopardi, in Italia e all’estero. Il carattere interdisciplinare dell’incontro, nel ripercorrere i temi più suggestivi affrontati negli scritti leopardiani, consentirà di cogliere nella dimensione antropologica una fra le chiavi interpretative fondamentali tanto della sua opera poetica, quanto di quella caratterizzata da aspetti più esplicitamente speculativi”.
Questo è uno dei passaggi del telegramma augurale del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che Fabio Corvatta, Sindaco di Recanati e Presidente del CNSL, ha letto in apertura del Convegno, ringraziando poi – oltre il Capo dello Stato – gli enti patrocinatori: il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la Regione Marche, la Provincia di Macerata, l’Università di Macerata e l’Università di Urbino. Hanno fatto seguito i saluti della Vicepresidente contessa Anna Leopardi e dell’Assessore alla Provincia Paola Cardinali; il prof. Marcello Verdenelli ha portato quelli del Rettore dell’Università di Macerata Roberto Sani.
Nel discorso introduttivo Corvatta ha illustrato programmi e prospettive del CNSL, sottolineandone la continuità con l’opera di Franco Foschi, e ha espresso riconoscenza al Ministero per i Beni Culturali, che – prima col personale interessamento del Ministro Rutelli e poi con quello risolutivo dell’attuale Ministro Bondi – ha contribuito in modo determinante a restituire stabilità alla nostra istituzione, suggellandone con un recente decreto il nuovo assetto e la nuova presidenza. Corvatta ha infine rivolto un caloroso elogio ai componenti del Comitato scientifico, una squadra di leopardisti che, con un impegno generoso, assiduo e disinteressato (raro anche nella comunità dei letterati), ha ridato slancio alle attività del CNSL, promuovendo e realizzando una serie di iniziative di alto valore culturale, culminate, per il momento, nella realizzazione di questo Convegno interdisciplinare e internazionale su un tema, “La prospettiva antropologica nel pensiero e nella poesia di Giacomo Leopardi”, che ha sollecitato l’interesse di un numero straordinario di studiosi di ogni paese: sono infatti giunte più di cento proposte di partecipazione, che hanno costretto il Comitato scientifico a operare una necessaria quanto dolorosa selezione.
Terminata la seduta inaugurale, le relazioni e le comunicazioni si sono susseguite a ritmo serrato, con una partecipazione di pubblico che mai si era vista in precedenti convegni: per quattro giorni, dal 23 al 26 settembre, l’Aula Magna del Comune è stata costantemente affollata da docenti, scrittori, studenti, persone in vario modo interessate all’opera e al pensiero di Leopardi; e ciascuna delle otto sessioni si è conclusa con vivaci dibattiti che – come accade sempre con Leopardi – da questioni particolari, filosofiche o filologiche, sono approdati a problemi generali dell’umanità di oggi e di sempre. In questa sede non è possibile neppure accennare ai complessi contenuti di ben 35 interventi, tra relazioni e comunicazioni, cui se ne sono aggiunti altri 10 svoltisi nella tavola rotonda dell’ultima sessione. Del resto, ci si tornerà su, meditatamente, quando tutti i contributi saranno stati raccolti e pubblicati nel volume degli Atti.
Il Convegno ha avuto ampio riscontro nella stampa nazionale, con qualche scontata concessione al gusto della curiosità effimera e del pettegolezzo: è lo scotto che i classici devono pagare nell’ “età dell’indiscrezione”, come scrisse anni fa il filologo e antropologo Maurizio Bettini.. Numerose le interviste delle televisioni regionali, durante e dopo la conferenza stampa del 18 settembre. Due i collegamenti della Rai nel corso dei lavori, per rubriche di altissimo ascolto: “Fahrenheit” di Radio Tre e “Tornando a casa” di Radio Uno.
Ancor più ci gratificano i tanti messaggi che ci stanno giungendo da convegnisti italiani e stranieri, con giudizi lusinghieri sull’organizzazione e sugli esiti della manifestazione, oltre che sull’ospitalità recanatese, arricchita dalle due serate musicali al Teatro Persiani: il concerto del pianista Lorenzo di Bella e il recital di poesia e musica presentato da Marco Poeta.

October 02

- "La quiete dopo la tempesta" di Giacomo Leopardi

 

Citazione

YouTube - "La quiete dopo la tempesta" di Giacomo Leopardi
  
September 30

Timpanaro

Il pessimismo  « agonistico » di Leopardi

di Sebastiano Timpanaro.

Anche all’interno del classicismo illuminista italiano e della tradizione alfieriana – come nel più vasto ambito della cultura europea – il Leopardi occupa una posizione di punta. In lui giunge al massimo grado quella tensione tra

« Progressismo » e pessimismo che era implicita in gran parte del pensiero e della letteratura di cui egli si era nutrito. Già nei grandi illuministi francesi del Settecento, pur così fiduciosi nella possibilità di riformare la società e di rendere felice l’uomo, affiorano spunti di pessimismo non soltanto storico-sociale, ma anche «cosmico», relativo cioè al rapporto uom-natura e a certi dati immodificabili della condizione umana. La polemica contro la religione tradizionale, intrapresa con la profonda convinzione di contribuire non solo a un acquisto di verità ma anche di felicità, finiva per coinvolgere qualsiasi concezione provvidenzialistica, anche l’idea di una provvidenza immanente alla storia, di un progresso costante e necessario realizzato dall’umanità con le proprie forze. Gli argomenti usati per demolire la teodicèa si rivelavano efficaci anche contro la fiducia nella possibilità d’instaurare un regnum hominis. Il Poème sur le désastre de Lisbonne di Voltaire è l’esempio più celebre, ma tutt’altro che unico, di questo insorgere di motivi pessimistici all’interno dell’illuminismo; ed è noto che il Leopardi lo lesse e ne risentì l’influsso, specialmente per ciò che riguarda l’antinomia tra infelicità dei singoli e (presunta) felicità collettiva. Ancor più evidente è, come già abbiamo accennato, il pessimismo implicito nel titanismo alfieriano. E anche nel Giordani la fede nella felicità dell’umanità futura, liberata da pregiudizi e da oppressioni, si alternò a una visione desolata dell’uomo ineluttabilmente infelice.

Tuttavia né gli illuministi del Settecento, né Alfieri, né Giordani portarono a fondo la presa di coscienza di questo contrasto. Il Poème sur le désastre de Lisbonne si conclude con un ripiegamento fideistico che, se può essere in parte dettato da cautela o diplomatica o, corrisponde però sostanzialmente al deismo a cui Voltaire rimase fermo. Nell’ultimo Alfieri, anche per effetto dell’involuzione politica di fronte all’esperienza rivoluzionaria, il titanismo cede spesso a vaghe nostalgie religiosizzanti. Il Giordani non concede nulla allo spiritualismo e alla trascendenza, ma in lui prevale la tendenza a dimenticare, nella lotta per il progresso sociale e culturale dell’umanità, il fondo pessimistico della propria Weltanschauung: anzi egli indica esplicitamente al Leopardi l’impegno della lotta come l’unico mezzo per superare, pragmaticamente se non in linea teorica, il pessimismo.

Nel Leopardi ciò non accade. Nel suo pensiero le esigenze progressiste non sopraffanno mai il pessimismo; anzi, nell’ultima fase progressismo e pessimismo si esaltano e si potenziano entrambi, e l’originale tentativo di conciliazione tra i due termini, che egli compie, non significa in nessun modo vanificazione o attenuazione di uno dei due.

Le caratteristiche specifiche della posizione leopardiana appaiono più chiare se ripercorriamo, sia pure in modo necessariamente sommario, l’evoluzione che il rapporto pessimismo-progressismo subisce nel suo pensiero. Nel periodo che va, a un dipresso, dall’inizio della « conversione letteraria » fino alla grande crisi pessimistica della primavera del ‘19 – ma che per più aspetti si prolunga anche dopo quella crisi; fin verso il ‘22 – il Leopardi sembra orientarsi verso una missione di poeta civile quale lo auspicava il Giordani: poeta patriottico, classicista, tendenzialmente repubblicano- russoiano: di un patriottismo, quindi, per un verso più libresco, più legato al passato, più provinciale, per un altro più avanzato e democratico del patriottismo riformatore-cristiano dei romantici lombardi.

Il cosiddetto « pessimismo storico » di questa prima fase non è, a rigore, ancora pessimismo, cioè non si è ancora assolutizzato ed eretto a sistema. É piuttosto vivissima insofferenza dell’atmosfera stagnante dell’Italia e dell’Europa della Restaurazione, vagheggiamento di una società repubblicana, libera da superstizioni mortificanti e da ascetismo ma anche da eccessi di razionalismo e di raffinatezza, capace di vivere una vita intensa sotto l’impulso di energiche e magnanime illusioni. La propria infelicità individuale è considerata, almeno prevalentemente, dal Leopardi come un caso – limite dell’infelicità della società italiana del suo tempo, condannata all’inattività e alla noia (nella Canzone al Mai il motivo della noia ha una forte intonazione politica), fisicamente decaduta per colpa di un’educazione ascetica che tende a comprimere ogni impulso vitale. Recanati – e, in Recanati, casa Leopardi – e il luogo in cui i mali comuni a tutta l’Europa della Restaurazione si soffrono in modo particolarmente intenso e paradigmatico. Ancora nella lettera dedicatoria della Canzone al Mai (1820, ristampata con poche varianti nel ‘24) il Leopardi dà un’interpretazione politica del proprio atteggiamento pessimistico: « Ricordatevi – scrive al conte Leonardo Trissino – ch’ai disgraziati si conviene vestire a lutto, ed è forza che le nostre canzoni rassomiglino ai versi funebri. Diceva il Petrarca,ed io son un di quei che ‘1 pianger giova. Io non posso dir questo, perché il piangere non è inclinazione mia propria, ma necessità de’ tempi e volere della fortuna ».

Ma già in questa fase – e specialmente dalla primavera del ‘19 in poi – comincia a manifestarsi, in forma ancora sporadica, quello che con espressione poco felice è stato chiamato il pessimismo cosmico, cioè la tesi della radicale e insanabile infelicità dell’uomo. Alla concezione dì una Natura benefica, da cui gli uomini si sarebbero allontanati causando la propria infelicità, subentra talvolta la visione opposta, di una Natura matrigna che è essa la causa dell’infelicità umana. Questi accenni sono da ricercare non tanto nello Zibaldone, quanto in poesie o in abbozzi di poesie:

                                     « Natura

n’ha fatti a la sciagura

tutti quanti siam nati»

leggiamo nella canzone Per una donna inferma di malattia lunga e mortale (scritta nella primavera del ‘19 e poi non pubblicata); e poco sotto:

« E chi diritto guata,

nostra famiglia (cioè il genere umano) a la natura è gioco ».

E in un abbozzo di idillio Alla Natura:

«Sempre adorata mia solinga sponda

Deh perché agli occhi miei turi la vista

Dell’incantevole e magico effetto

Che Natura concede alle creature.

Alle creature si, ma non a tutte...

Ah a me madrigna, spietata madre!

Dimmi il perché di tal misura e peso.

Qual spregio mai ti feci, il perché dimmi?

Da l’alveo materno me traesti

Forse a scherno e ludibrio de’ mortali?

Mortal pur io, non a lor secondo,

Né meno pena tal. Benedicesti

Pure la terra di cui me plasmasti...

(...) Opra delle tue man son dunque io,

Né disdegnar me puoi, qual belva i nati ».

C’è alla fine di questo abbozzo, dopo una punta « Blasfema », un ripiegamento:

Tu ridesti forse della mia sorte.

Ridi pur, n’hai ben d’onde: oh gran prodezza!

September 26

Un nuovo libro

copj13.asp
Cibi dimenticati e letti purtroppo soltanto da collezionisti bibliofili. Non tutti, infatti, sono a conoscenza della lista che si conserva alla Biblioteca Nazionale di Napoli insieme alle Carte del poeta; un ritaglio di carta avorio, lungo e sottile, dove la scrittura minuta e precisa, chiara ed elegante di Giacomo Leopardi si staglia netta, perdendosi nei toni dell'inchiostro bruno; un appunto, un promemoria, una traccia di un desiderio esaudito: quella lista racchiude infatti un elenco di 49 piatti realizzati con mano sapiente lì, a Napoli, dove Giacomo arriva nell'autunno del 1833 insieme all'amico Antonio Ranieri. Nel libro fotografie e atmosfere della Napoli del periodo leopardiano. Si propongono venti ricette a partire dalla lista leopardiana, seguendo l'ordine di una cucina ritmata dalla sequenza delle stagioni. 
September 24

Leopardi ecologista?

leo e fiori (2) 100_5048 Leopardi ecologista? Ovvero l’interpretazione di Sofri avverso la lotta di classe.

Adriano Sofri, in un articolo su Panorama del 12 Luglio 1987, saluta Sebastiano Timpanaro come precursore di una interpretazione di Leopardi come padre degli ecologisti. Senza volerlo, il Timpanaro, nella sua lettura di Leopardi, inoltre, ha sferrato un colpo mortale al marxismo ed agli interpreti di Leopardi “socialisti o comunisti” come Binni e Leporini, in quanto mette in evidenza che il motivo principale dell’infelicità umana non è la disuguaglianza sociale, non la divisione dell’umanità in classi, quella degli sfruttati e quella degli sfruttatori, bensì la fragilità biologica dell’uomo, il suo destino di malattia, vecchiezza, morte, la fugacità e, più ancora, l’inesistenza del piacere, l’alternanza di dolore e noia in cui si consuma la vita dell’uomo. In questo quadro generale della condizione umana, dice ancora l’ex di Lotta Continua, ogni lotta politico-sociale risulta implicitamente o esplicitamente inutile, perché da quei mali di fondo nemmeno la società più perfetta e più giusta ci può salvare. Donde, nella Ginestra, l’appello alla confederazione di tutti gli uomini: il nemico numero uno è la Natura, contro di essa soltanto bisogna combattere. Ancor più sotto la minaccia della distruzione nucleare.

“Una posizione di rifiuto della lotta tra umani, fondata ragioni religiose e filosofiche, oggi trova il suo fondamento sull’emergenza storica maggiore della minaccia di distruzione atomica o ecologica”. Le ragioni delle lotte umane non sono scomparse, dice ancora Sofri, anzi spesso si inaspriscono (bontà sua…), ma passano progressivamente in secondo piano di fronte alla minaccia contro la sopravvivenza della Terra.

Timpanaro giudica totalmente irrealistico il discorso di Sofri.

Intanto, ci tiene a premettere di non essere affatto indifferente ai problemi posti dai Verdi sulla sostenibilità dell’attuale sfruttamento delle risorse naturali e sui pericoli derivanti dal nucleare. Non spetta certo alla sinistra far proprie certe facezie sul ritorno alle per coi bachi o andare a letto a lume di candela. Tuttavia, tra la prospettiva di una distruzione nucleare ed il lume di candela la scelta sembra naturale. E tuttavia la lotta verde non può portare con sé la rinuncia alla lotta di classe. Da chi sono provocati i danni ecologici? Forse dalla classe lavoratrice? No, afferma Timpanaro, gli umani che arrecano danno alla natura si chiamano fisici nucleari e chimici asserviti al Potere. L’inquinamento, dunque, non si sopprime, se non si sconfiggono le classi dominanti.

Sofri afferma poi che Leopardi entra di diritto nelle antologie verdi e che una nuova lettura “verde” del Leopardi offre stimoli notevoli. Ma di quale Leopardi, si chiede Timpanaro, parla Sofri? Una prima risposta crede di trovarla nel fatto che forse i verdi si riferiscano al primo Leopardi, rivalutando il primo concetto di Natura, come forza vergine e incorrotta, benefica all’uoimo, contrapposta alla Ragione e alla civiltà che hanno reso l’uomo infelice e insieme meschino, incapace di quella vitalità, di quelle magnanime illusioni che sole potevano dargli gioia o almeno fargli dimenticare la sua condizione oggettiva di infelicità.

Se questo fosse il Leopardi delle “antologie verdi”, l’amore dei Verdi non sarebbe del tutto assurdo, ma rimarrebbe confinato in un ambito assai ristretto, e incorrerebbe in gravi difficoltà. Intanto, i problemi specificatamente ecologici sono assenti anche dalla meditazione di questo primo leopardi, per la forte ragione che essi non si erano ancora presentati all’umanità, o si erano presentati in forme ridotte. Si, Leopardi immagina, nel Dialogo di un folletto, che gli uomini si siano tutti estinti “parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l’un l’altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell’ozio, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose; infine studiando di far contro la propria natura e di capitar male”. Nei primi abbozzi di quel dialogo (attorno al 1820) aveva accennato più esplicitamente alla “scienza” come causa dell’infelicità umana, all’indebolimento fisico causato dalla civiltà. Ma questa civiltà che ha indebolito l’uomo non è, non può essere l’inquinamento, ma la cerebralità e le sregolatezze.

Bisognerà anche ricordare che anche il primo Leopardi è un repubblicano,un democratico – egualitario: “la perfetta uguaglianza è la base necessaria della libertà (Z. 567); che della Rivoluzione francese critica alcuni aspetti razionalistici, ma in sostanza ritiene che essa abbia mitigato assai il pestifero egoismo e avvia ravvicinato la Francia alla Natura, restaurando le virtù antiche.

Sennonché il secondo concetto leopardiano di Natura (meccanismo inconscio di produzione – distruzione) ha ancora meno a che vedere con le idee dei verdi. Riprendiamo quel bellissimo pensiero di pagina 4175, che abbiamo sempre letto per la sua bellezza stilistica, badando forse poco al contrasto tra l’aspetto ridente del giardino e la sofferenza che ogni pianta, subisce, inevitabilmente, a prescindere dall’intervento dell’uomo. In effetti, il ciclo vitale si basa su un incessante e necessario divorare e tormentare, che gli ecologisti non possono abolire, devono addirittura proteggere. E la spietatezza della Natura colpisce in modo più grave l’uomo (l’essere vivente più infelice), ma non risparmia alcun essere vivente.

Anche a limitare il discorso agli uomini, una vittoria, anche totale, delle rivendicazioni ecologiche li salva da terribili mali aggiuntivi, e salva l’umanità nel suo insieme da un’estinzione precoce, non dall’infelicità inerente alla costituzione biologica e psichica dell’uomo, non dall’estinzione della specie e di ogni forma di vita sulla terra , sia pure dopo un tempo presumibilmente lungo.

Identificare, come fa Sofri, la lotta contro la Natura, della quale parla Leopardi nella Ginestra, con la lotta per salvare ciò che della Natura dev’essere salvato , a Timpanaro appare una mistificazione inaccettabile.

Poi, Timpanaro chiarisce la sua espressione marxismo – leopardismo. Nessun accostamento tra i due è possibile. La filosofia di Marx è accolta dal Timpanaro nella sua visione della società e degli obbiettivi di lotta politica e sociale, mentre per quanto riguarda il rapporto uomo Natura egli si ispira a Leopardi. Leopardi lo appassiona sopra tutto per ciò che non c’è in Marx, né in altri, cioè il materialismo pessimistico e adialettico, per la rigorosa negazione di qualsiasi antropocentrismo, per la rivendicazione dell’ateismo esteso a tutti, anche al volgo.

Per quanto riguarda l’uomo storico – sociale si segua Marx, per quanto riguarda l’uomo biologico si segua Leopardi.

 

(Giuseppe Pilumeli)

September 22

Inediti

Recanati, studentessa beneventana scopre inediti giovanili sulla Bibbia di Giacomo Leopardi.

Carla Pagliarulo, 24 anni, che quest’anno si è laureata in Lettere moderne all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha fatto l’eccezionale scoperta durante le ricerche per la sua tesi di laurea.

"Torbida, e fosca tra l'atre caligini, che d'ogni intorno la cingono volvesi taciturna la notte. Un cupo orrore si stende per tutto, e le più dense, e oscure tenebre regnano d'ogni parte".
Così un inedito Giacomo Leopardi (1798-1837), poco più che ragazzino, commentava il Salmo 56 della Bibbia.
Durante le ricerche per una tesi di laurea, Carla Pagliarulo, nata a Benevento nel 1984, che ha studiato lettere moderne all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove si è laureata quest'anno, sotto la guida dei professori Giuseppe Frasso e Claudio Scarpati, ha rinvenuto nella Casa Leopardi di Recanati alcuni scritti inediti del più grande poeta italiano dell'Ottocento. Pagliarulo racconta questa sua scoperta, come rivela oggi il quotidiano ''Avvenire'', nella sua tesi di laurea "Prove di commento ad alcuni componimenti puerili di Giacomo Leopardi (1809-1810)".
La scoperta getta nuova luce sulla formazione giovanile del poeta dell'''Infinito'', perché gli scritti sconosciuti ora tornati alla luce si soffermano su motivi biblici e cristiani. Quelli ritrovati a Recanati sono composizioni risalenti all'infanzia e, più precisamente, alcune carte finora sconosciute apparentemente persino alla famiglia, raccolte in una cartella insieme alle riproduzioni fotografiche degli altri scritti puerili, già noti.
Il ritrovamento è avvenuto, per così dire, sotto l'imprevedibile regia del "caso" e la studiosa beneventana ha potuto consultare i documenti solo per poco tempo. Di norma non è in effetti ancora possibile prendere diretta visione dei manoscritti leopardiani di quei primi anni di attività creativa (1809-1811), eccezion fatta per qualche quaderno portato alla luce da Maria Corti negli anni Settanta, attualmente sotto vetro in una delle stanze visitabili della casa di Recanati. Le foto in questione sono state recentemente trasferite dal Centro Nazionale di Studi leopardiani alla Casa della famiglia Leopardi, forse a conoscenza di carte ancora inedite.

September 16

La moneta

Osservate poi, nella stessa moderna perfezione delle arti, le immense fatiche e miserie che son necessarie per proccurar la moneta alla società. Cominciate dal lavoro delle miniere, ed estrazion dei metalli, e discendete fino all'ultima opera del conio. Osservate quanti uomini sono necessitati ad una regolare e stabile infelicità, a malattie, a morti, a schiavitù (o gratuita e violenta, o mercenaria) a disastri, a miserie, a pene, a travagli d'ogni sorta, per proccurare agli altri uomini questo mezzo di civiltà, e preteso mezzo di felicità. Ditemi quindi 1. se è credibile che la natura abbia posta da principio la perfezione e felicità degli uomini a questo prezzo, cioè al prezzo dell'infelicità regolare di una metà degli uomini. (e dico una metà, considerando non solo questo, ma anche gli altri rami della pretesa perfezione sociale, che costano il medesimo prezzo.) Ditemi 2. se queste miserie de' nostri simili sono consentanee a quella medesima civiltà, alla quale servono. È noto come la schiavitù sia [1173]difesa da molti e molti politici ec. e conservata poi nel fatto anche contro le teorie, come necessaria al comodo, alla perfezione, al bene, alla civiltà della società. E quello che dico della moneta, dico pure delle derrate che ci vengono da lontanissime parti, mediante le stesse o simili miserie, schiavitù ec. come il zucchero, caffè ec. ec. e si hanno per necessarie alla perfezione della società. V. p.1182.

September 09

Leopardi democratico

LEOPARDI POETA ED UOMO DEMOCRATICO

Breve saggio sul pensiero politico di Giacomo Leopardi.

“Sapete ch’io abbomino la politica, perché credo, anzi vedo che gli individui sono infelici sotto ogni forma di governo; colpa della natura che ha fatti gli uomini all’infelicità; e rido della felicità delle masse, perché il mio piccolo cervello non concepisce una massa felice, composta d’individui non felici”.[1]

Così scrive Giacomo a Fanny nella famosa lettera del 5 Dicembre del 1831.

Dunque la questione sembra liquidata, in maniera risoluta e definitiva. L’uomo è infelice sotto ogni forma di governo, ergo è inutile la lotta politica ed ogni forma di organizzazione che tenti di rendere migliore la vita dell’uomo.

Niente di più sbagliato. Giacomo si interessa di politica ed abbastanza e, pur nella linea madre della certezza di quella che Timpanaro chiama fragilità biologica dell’uomo, si pone degli interrogativi e fornisce delle risposte che presuppongono “una vasta ed acuminata riflessione storico – politica….degna di figurare tra i classici del genere, da Machiavelli a Tocqueville”.[2]

Del resto, al pensiero politico di Leopardi è stato addirittura dedicato il sesto convegno internazionali di studi leopardiani tenutosi a Recanati dal 9 all’11 Settembre del 1984, i cui atti sono stati pubblicati in un voluminoso volume edito da Olschki Firenze nel 1989. Al conveno parteciparono fior di studiosi, tra i quali si possono ricordare, addirittura, Cesare Leporini e poi ancora, solo per citare coloro che conosco io, Bruno Biral, Gioanola, Musumarra e Sipala.

Nella sua appassionata introduzione, l’autore dell’ormai celebre “Leopardi progressivo”, sottolinea “il risorgere dell’interesse politico in Leopardi nella sua ultima e ultimissima fase, indubitabile nei Paralipomeni, ma indubitabile anche nella Ginestra…”.[3]

Ma fu Sebastiano Timpanaro, nel lontano 1975, a trascinare Giacomo in mezzo ad una querelle politica, che vide il grande filologo, allora militante nel Partito socialista di unità proletaria, in aperta polemica letteraria e politica con vasti settori della sinistra italiana, in special modo con i critici di scuola comunista. Erano i tempi appena successivi alle drammatiche vicende cilene, che portarono il segretario del Partito comunista italiano ad una riflessione da cui ricavò la convinzione, per la difesa dei valori democratici, della inevitabilità di una collaborazione tra comunisti e cattolici.

Dunque, sul numero 2 del 31 Marzo 1975 della rivista Belfagor , edita dalla casa editrice Olschki di Firenze, apparve la prima parte di un lungo articolo, poi raccolto in un volume dallo stesso titolo ormai introvabile, di Sebastiano Timpanaro: “Antileopardiani E Neomoderati Nella Sinistra Italiana”.

L’articolo si rifaceva ad un precedente di Romano Luperini, apparso sul numero precedente della stessa rivista, dal titolo: “Compromesso storico e critica letteraria”.

Dunque le due anime della sinistra, quella pronta all’incontro con la Democrazia Cristiana e quella più radicale, cosciente che nulla di buono può venire alle sorti della classe operaia da quell’incontro, si scontrano soprattutto sui risvolti culturali che quel compromesso comporta.

“..si sta delineando nella sinistra ufficiale italiana, e più particolarmente nell’area del PCI, una revisione di giudizi sui maggiori rappresentanti della letteratura e dell’ideologia del primo Ottocento italiano…”[4]

Timpanaro avvicina questa corrente marxista e revisionista alla corrente cattolica crociata che vedeva in Giacomo solo un poeta idillico, con in più, in questa, una tendenza di condanna e di forte dimensionamento ideologico del pensiero di Leopardi. Non a caso, il giudizio svalutativo investe anche “quei pochissimi minori che, vicini a lui per formazione ideologico-letteraria, non aspettarono la sua morte per intenderne la grandezza: primo fra tutti, come è ovvio, Pietro Giordani”.[5]

Parallelamente al dimensionamento ideologico di leopardi, la sinistra marxista porta avanti un discorso di “entusiasmo sforzato”[6] per l’opera del Manzoni, vista addirittura come uno scrittore rivoluzionario.

Secondo Timpanaro, nel momento in cui la sinistra rivoluzionaria aderisce ad una forma di progresso borghese, scopre “..d’un tratto che il leopardi, nemico di quel progresso, fu un antiprogressista tout court; e che il Manzoni si riveli…un modello di progressismo sociale da accettare come il più avanzato possibile per la sua epoca, o addirittura come tuttora valido;”[7].

Per Timpanaro, questa visione di Manzoni è fuori dalla realtà, perché a detta dei suoi stessi propugnatori, essa è fondata solo sulla considerazione che protagonisti dei Promessi Sposi sono gli umili, i popolani Renzo e Lucia. Come se bastasse render protagonisti della storia gente del popolo per fare della storia stessa un’opera rivoluzionaria. Nella foga della loro corsa verso i compromesso, questi geniali critici della sinistra marxista dimenticano che persino uno dei loro padri si era pronunciato contro tale tendenza.

“Invano Gramsci (Letteratura e vita nazionale, pag. 73) aveva avvertito che il dare una parte di protagonisti a Renzo e Lucia, e il far partecipare alla vicenda tanti altri umili, non costituisce di per sé una prova del carattere democratico del romanzo, perché gli umili sono quasi sempre guardati paternalisticamente, con affettuosa ironia, sicché l’atteggiamento del Manzoni verso il popolo non è popolare- democratico, ma aristocratico”[8].

Come si vede, Timpanaro vede nella scoperta di un Manzoni democratico la scoperta del Partito Comunista Italiano della via riformista al potere, con l’accettazione della visione borghese della società. Ma non è questo il punto della nostra ricerca. L’abbiamo toccato perché l’accettazione della visione borghese, aborrita, come vedremo, dal Leopardi, porta ad un distacco violento dalla visione del Leopardi nata nel 1947 coi famosi saggi di Binni e Luporini.

Secondo Timpanaro, al paternalismo aristocratico del Manzoni corrisponde, in Giacomo, “la simpatia con cui…in contrasto col disprezzo che ha versp i vecchi proprietari fondiari noumeno che per i nuovi borghesi trafficanti, guarda sempre gli artigiani, i contadini, l’unico popolo di cui aveva conoscenza diretta (cfr. Leporini, pp. 265 s, 268; Binni, La protesta di leopardi cit. pp. 265-275). Egli non pensa al popolo lavoratore come potenziale instauratore di un nuovo ordine sociale attraverso una rivoluzione. Ma non ha nemmeno, mai, la paura della rivoluzione; e, ciò che più importa, non è un populista: Nella sua valutazione del popolo come persone la cui vita si fonda sul vero e non sul falso non c’è l’idoleggiamento della religiosità popolare…e non c’è neppure mai l’ironia paternalistica del Manzoni”.[9]

Il discorso di Timpanaro, è così appassionato eppure così coerentemente lucido. L’antipolitico per eccellenza può ben essere considerato il Poeta che parla del popolo in maniera così sentita e simpatica, senza il paternalismo religioso del Manzoni.

Il “reazionario” Leopardi manifesta nelle sue opere (Lo Zibaldone, la Ginestra, come vedremo), grande simpatia per i risultati della rivoluzione francese, ove in Manzoni la Rivoluzione rappresenta l’esempio sanguinoso dell’intervento popolare nella Storia.

Vogliamo qui affermare che Giacomo era un grande democratico. Il poeta è convinto che nessun regime può dare la felicità né all’individuo né alle masse, ma da qui non si puà arrivare a negare che il pensiero di Giacomo si sia adoperato nella ricerca di un tipo di società in cui la sorte dell’uomo potesse essere alleviata, potesse essere “migliore”.

Ci sorreggerà, in questa visione, la letture delle Opere di Giacomo, i canti e lo Zibaldone in special modo. Citeremo pochi ma significativi passi, come quello sulla moneta che sembra così profetico, nella sua lucida visione.

Osservate poi, nella stessa moderna perfezione delle arti, le immense fatiche e miserie che son necessarie per proccurar la moneta alla società. Cominciate dal lavoro delle miniere, ed estrazion dei metalli, e discendete fino all'ultima opera del conio. Osservate quanti uomini sono necessitati ad una regolare e stabile infelicità, a malattie, a morti, a schiavitù (o gratuita e violenta, o mercenaria) a disastri, a miserie, a pene, a travagli d'ogni sorta, per proccurare agli altri uomini questo mezzo di civiltà, e preteso mezzo di felicità. Ditemi quindi 1. se è credibile che la natura abbia posta da principio la perfezione e felicità degli uomini a questo prezzo, cioè al prezzo dell'infelicità regolare di una metà degli uomini. (e dico una metà, considerando non solo questo, ma anche gli altri rami della pretesa perfezione sociale, che costano il medesimo prezzo.) Ditemi 2. se queste miserie de' nostri simili sono consentanee a quella medesima civiltà, alla quale servono. È noto come la schiavitù sia [1173]difesa da molti e molti politici ec. e conservata poi nel fatto anche contro le teorie, come necessaria al comodo, alla perfezione, al bene, alla civiltà della società. E quello che dico della moneta, dico pure delle derrate che ci vengono da lontanissime parti, mediante le stesse o simili miserie, schiavitù ec. come il zucchero, caffè ec. ec. e si hanno per necessarie alla perfezione della società. V. p.1182.

E vedete da questo, come la civiltà (secondo il costume di tutte le false teorie) contraddica a se stessa anche in teorica, ed oltracciò non possa sussistere senza circostanze che ripugnano alla sua natura, e sono assolutamente incivili, anzi barbare in tutta la verità e la forza del termine. Sicchè la perfetta civiltà non può sussistere senza la barbarie perfetta, la perfezione della società senza la imperfezione (e imperfezione nello stesso senso e genere in cui s'intende la detta perfezione); e tolta questa imperfezione, si taglierebbero le radici alla pretesa perfezione della società.

Torno a domandare se tali contraddizioni ed assurdi è presumibile che fossero ordinati e disposti primordialmente dalla natura, intorno alla perfezione, vale a dire al ben ESSERE della principal creatura terrena, cioè l'uomo.

[1174]E notate che l'uso della moneta quanto è necessario a quella che oggi si chiama perfezione dello stato sociale, tanto nuoce a quella perfezione ch'io vo predicando; giacchè il detto uso è l'uno de' principalissimi ostacoli alla conservazione dell'uguaglianza fra gli uomini, e quindi degli stati liberi, alla preponderanza del merito vero e della virtù ec. ec. e l'una delle principalissime cagioni che introducono, e appoco appoco costringono la società all'oppressione, al dispotismo, alla servitù, alla gravitazione delle une classi sulle altre, insomma estinguono la vita morale ed intima delle nazioni, e le nazioni medesime in quanto erano nazioni. (16. Giugno 1821.). Quel che si è detto della moneta si può dire di mille altri usi ec. necessari alla società o civiltà, e pur d'invenzione ec. difficilissima, come la scrittura, la stampa ec.”[10]

Si vede come Giacomo insista sul principio di eguaglianza, e su come il progresso sia inumano quando si fonda, anche ai fini dell’incivilimento, sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Indicativo di questa visione è pure quel passo da cui traspare sì la mania leopardiana del mangiare da solo, ma motivata anche da una visione democratica dei rapporti sociali.

“Alla p.4245. Un'altra cagione per la quale io amo la monofagÛa è per non avere (come necessariamente avre